Scrive Gramsci in un articolo pubblicato su “Il Grido del Popolo” il 18 agosto 1917: «…la vita del pensiero si sta sostituendo all’inerzia mentale, all’indifferenza: è la prima delle sostituzioni rivoluzionarie. Una nuova abitudine si forma: quella di non temere il fatto nuovo; prima perché peggio di così non può andare, in seguito perché ci si convince che andrà meglio». Qui i riferimento è alla condizione bellica che attraversa l’Europa e il mondo. Lo scuotimento generato dalla Grande guerra è una vera e propria scossa tellurica nelle coscienze, è un rivolgimento incessante che attraversa trasversalmente la società ma che, anzitutto, smuove la condizione già miserevole di un proletariato che ora, davvero, non ha nulla da perdere di fronte alla realtà presente e che, quindi, può pensarsi, ed essere, il motore di un rinnovamento complessivo della società.
La citazione ci è utile per provare a ragionare su tutta una serie di complicate sinergie motivazionali che hanno indotto una buona parte dell’elettorato a ritornare ad essere tale, a riproporsi come soggetto di costruzione della politica nazionale e, quindi, tramite lo strumento del referendum (costituzionale) intervenire direttamente sulla scena della crisi che non era e non è solamente istituzionale: non solo una lotta tra i poteri dello Stato, bensì una competizione per la determinazione di nuovi equilibri di potere che sarebbero stati gestiti interamente dal governo senza più doversi confrontare con quei contrappesi che sono stati posti per evitare capovolgimenti della democrazia repubblicana in qualcosa di diverso, quando non di letteralmente opposto e contrapposto. C’è, infatti, nell’aumentata partecipazione al voto anzitutto un elemento di “vita del pensiero“, per dirla con il Gramsci appena citato.
La sensazione che un po’ tutti abbiamo avuto è stata quella della rimodulazione coscienziosa di centinaia di migliaia di impulsi partecipativi di giovani che hanno, insieme al voto dato nel suo insieme dal Mezzogiorno d’Italia, trainato potentemente il NO alla vittoria, assegnandogli così un carattare di vera e propria “prima delle sostituzioni rivoluzionarie“. Senza, per carità di patria, voler enfatizzare all’eccesso il risultato ottenuto, non si deve disconoscere il fatto che senza questa nuova capacità espansiva delle coscienze, senza questa voglia delle ragazze e dei ragazzi di comprendere le dinamiche della vita del Paese nella loro a volte troppo tecnicamente contorta espressione politico-istituzionale, noi oggi staremmo commentando ancora una volta un voto scialbo, privo di una caratterialità che, lo riconosciamo per l’appunto, ha qualcosa di nuovo. Come un risveglio dal torpore dei precedenti anni.
Sono state le organizzazioni di massa del mondo del lavoro, come la CGIL, quella della cultura e dell’antifascismo come ARCI ed ANPI a sostenere sempre molto laicamente una importanza della partecipazione: al di là dei risultati che si sarebbero potuti ottenere; insegnando così, o comunque trasmettendo il messaggio, che quello che contava era non far morire la condivisione delle problematiche in quanto temi di natura e carattere sociale. Partendo dalle singole individualità, dai tanti disagi diffusi e concentrandoli in una unica ed importante sintesi: la difesa della base su cui poggiava e poggia tutt’ora una certezza, una garanzia di salvaguardia da possibili involuzioni autoritarie. La nostra Costituzione repubblicana. Lo stesso concetto di Repubblica è stato proprio durante e dopo la campagna referendaria ripetuto tante volte, come mai era stato fatto.
Perché l’attacco del governo meloniano era portato proprio contro l’essenza della Repubblica, contro l’autonomia e l’indipendenza dei poteri dello Stato. Nelle tante interviste fatte ai ragazzi e alle ragazze delle generazioni più giovani, di quelle per intenderci che non hanno conosciuto direttamente la cosiddetta “rivoluzione di Tangentopoli” e il successivo ventennio di inedia democratica provocata dall’incedente indecenza del berlusconismo, è emerso proprio questo: non solamente un istinto percettivo del pericolo che si stava correndo, ma prima di tutto la reale portata di nocività che la pseudo-riforma di Meloni e Nordio stava introducendo in un ordinamento della vita italiana che avrebbe interessato tutte e tutti e che non si trattava quindi di tecnicismi o di miglioramenti del sistema giudiziario e del lavoro della Magistratura nel suo complesso. Questa è una delle risultanze più incoraggianti che il risultato del voto ci regala. In sostanza una speranza.
Quella che si stia formando, per una serie di congiunture tanto internazionali quanto continentali e nazionali, una nuova consapevolezza e, in particolar modo, una nuova voglia di consapevolezza che, quindi, rifiuta il pressapochismo del sempliciottissimo populista, dello sragionamento di pancia a discapito del ragionamento di quel pensiero che prende invece la sua forma grazie alla valutazione plurale di una serie di elementi che vanno a consolidare la critica mediante il dubbio e, quindi, tramite lo sforzo dell’apprendimento attivo e non più solamente indotto dalla passività creata da decenni di rassegnazione ad una politica considerata irriformabile. Può anche essere che lo sia stata. Ma oggi, davvero, pare che il vento sia cambiato: non tanto in termini di sondaggistiche percentuali che riguardano le prossime elezioni politiche ed amministrative.
Semmai nella disposizione d’animo di una parte di popolo che, ad esempio, pur essendo di destra ha rifiutato di votare come indicava la Presidente del Consiglio. Mentre le defezioni nel campo progressista possono essere state dettate da valutazioni di esclusivo merito, volendo ostinarsi a vagliare la riforma di Meloni e Nordio solamente dal punto di vista del contenuto e non, invece, delle ripercussioni che avrebbe potuto avere se fosse stata approvata, quelle registrate nel settore avversario hanno la precisissima fisionomia di una contrarietà alla subordinazione del governo al feroce trumpismo e ad una negazione delle grandi questioni internazionali che si stanno ripercuotendo anche in Italia sotto forma di aumento del costo della vita, unendo il già pesante fardello del carrello della spesa a quello del pieno di benzina. Gli elementi che hanno quindi scatenato la rivolta sono stati molteplici.
Alla volontà di impedire lo scivolamento verso un regime autoritario si è unita la contrarietà di una parte dell’elettorato di centrodestra che ha dato al governo meloniano un segnale di marcata insoddisfazione: quel che è troppo è troppo. La questione degli inquisiti presenti tra le fila ministeriali di Palazzo Chigi, l’esplicita non voluta confessione da parte di Nordio – e per questo sincerissima – sulla natura utilitaristica delle riforma, servitrice della volontà dei governi e non certo miglioratrice della grande complessità del sistema del diritto, delle leggi e della loro esecuzione e regolamentazione nella vita della Repubblica, hanno spianato la strada alla presa d’atto che c’era qualcosa che maleodorava e molto in tutta questa vicenda. La più semplice, immediata e istintiva delle considerazioni è stata, infatti, questa: se avesse vinto il SÌ, oggi Bartolozzi, Delmastro e Santanché starebbero ancora al loro posto.
L’ultimo caso, quello della ministra pitonessa, è davvero il più paradigmatico e, paradossalmente, perché non ha niente a che vedere con la questione referendaria: ha ragione Daniela Granero quando lo afferma. Lei si sarebbe dovuta dimette tanto, tanto tempo fa e non essere costretta a farlo da Giorgia Meloni che oggi, in preda alla tormentosa necessità di dare una immagine di rinnovamento tra le fila del suo partito e del governo, fa piazza pulita degli impresentabili per recuperare consenso, per galleggiare fino alla fine della legislatura nel 2027. La grande e prorompente vittoria del NO ha mandato in cortocircuito le certezze granitiche della Presidente del Consiglio di essere una sorta di super-eroina invincibile, intoccabile perché godente una fiducia popolare assoluta, pressoché stabile nei sondaggi e, dunque, legittimata a fare quello che le pare.
Ed è proprio qui che è venuto a galla il detto-nondetto del governo, delle forze della maggioranza di destra-destra: non si trattava solo di uno slogan delle opposizioni, ma di un passaparola che ha fatto il giro dei social, che è passato di bocca in bocca, di mente in mente. Meloni non vuole governare, ma comandare. La protervia del suo entourage lo ha palesato con una sfacciataggine inusitata, operando come se un alone di impunità tutelasse e proteggesse chiunque facesse parte dell’esecutivo: l’arrogante attacco contro i magistrati, definiti “plotoni di esecuzione“, “paramafiosi“, non poteva non indignare coloro che hanno inteso separare i singoli problemi che ogni potere dello Stato ha dalla funzione più generale che la Costituzione assegna a questi stessi poteri.
Gran parte del voto meridionale può anche avere punito Giorgia Meloni e i suoi per l’eliminazione del reddito di cittadinanza e per i tanti insulti a uomini del Sud che hanno perso la loro vita sotto i colpi dei mafiosi. Ma anche in questo caso, non è mancata la sinergia con la presa d’atto che dietro alla riforma vi era una trama eversiva, una ancora maggiore voglia di comandare e non soltanto di gestire il potere governativo pro tempore. Così, anche soltanto per un attimo, se si vuole essere obiettivi, tocca quasi dare ragione a Daniela Granero Santanché quando, nella piccatissima lettera che ha inviato alla sua Presidente del Consiglio e capo di partito, esprime un rammarico più che politico: anzitutto personale. Un rammarico che è sdegno. Meloni ha lasciato al loro posto tre impresentabili e ha blindato un ministro della Giustizia che avrebbe dovuto essere il primo a rassegnare le dimissioni.
Se per Bartolozzi e Delmastro esisteva il problema del detto e del fatto, tra il «…ci liberiamo della magistratura…» e le bisteccherie d’Italia raffigurate da simboli che sono inequivocabilmente riconducibili alla fisiognomica della destra estrema, se per Nordio si trattava e si tratta di un collegamento diretto tra la promozione della riforma di cui lui e Meloni sono i primissimi proponenti e sostenitori e la sonora bocciatura popolare data dal risultato delle urne referendarie, per Santanché si tratta di una nemesi della storia, di un non essersi ella stesa accollata il dovere morale delle dimissioni nel momento in cui le inchieste, per accuse non certo di poco conto, sono scattate e l’hanno coinvolta. Nel spirale di conseguenze rovesciatele addosso dalla vittoria del NO, Giorgia Meloni come avrebbe potuto giustificare le sole dimissioni di due esponenti del Ministero della Giustizia e non quelle di Santanché?
Se la nuova linea di condotta della premier è un tardissimo accorgimento, una avvedutezza dell’ultimissima ora sui problemi evidenti della sua impropriamente definibile “classe dirigente“, la strada tracciata è quella di un repulisti che, per quanto possa apparire necessario (e lo è) non le fa certamente onore. Perché, per l’appunto, se tutto questo non fosse accaduto, se il NO non avesse vinto, se avesse prevalso il SÌ, c’è da giurarci: Bartolozzi, Delmastro, Santanché starebbero dove sono sempre stati fino ad ora e, anzi, si sarebbero ringalluzziti ancora di più per ciò che hanno sempre detto e fatto, proclamando innocenze a tutto spiano, fraintendimenti e leggerezze al massimo per come si sono comportati. Attitudini inventate dalla Presidente del Consiglio per i suoi in difficoltà e per sé stessa molto più in difficoltà di loro, a poche ore dal voto.
Non è bastato, non è servito. Una gran parte di popolo aveva mangiato la foglia e, questa volta, non gliela si poteva fare. Lo abbiamo, come ovvio, potuto constatare solo ad urne scrutinate, a voto concluso. A priori era difficile poterlo intuire. Ma qualcosa vi era nell’aria: un vento nuovo, di una primavera della società italiana che ha nei giovani che hanno a cuore la democrazia e l’uguaglianza (dei poteri, ma anche di tutte e tutti) la sua più bella rinascita civile, sociale e culturale.
MARCO SFERINI
