Dopo la passione, la resurrezione. Pur prevedendo il tempo pasquale una ascesa al cielo di chi stava tra i morti, a costo di sembrare o essere un po’ sacrileghi, questa narrazione evangelica la si può tradurre solo molto ironicamente nei confronti dell’attuale status politico del governo di Giorgia Meloni. Dopo la batosta referendaria, l’esecutivo ha visto moltiplicarsi i suoi problemi di natura tanto interna quanto internazionale: le dimissioni a raffica di sottosegretari, esponenti ministeriali e ministri stessi che (per una volta aveva ragione Daniela Santanchè nel protestare) nulla avevano a che fare con il risultato fallimentare della consultazione sulla controriforma di Nordio; la crisi nel Golfo persico e i suoi risvolti sui prezzi dei carburanti; gli ultimi – al confronto – piccoli scandali riguardanti amanti di altri ministri dal piglio securitario e moralistico.

Dunque, per il governo Meloni la passione continuerà anche dopo la festa pasquale: il tentativo di riaccreditarsi presso l’opinione pubblica è stato varato con l’epurazione dei propri esponenti inquisiti e oggi continua con la proroga del taglio delle accise dalla scadenza del 7 aprile a quella nuova del 1° maggio. Poi la Presidente del Consiglio vola a Gedda e tenta di inserirsi in un dibattito sui destini dello Stretto di Hormuz su cui, ad oggi, l’Iran, dato per spacciato da Donald Trump almeno una volta ogni giorno che passa, sembra avere ancora pieno controllo, visto che le petroliere vanno solo in direzione Pakistan e Cina e non verso occidente.

L’emergenza ora inizia davvero a farsi sentire e investe l’intera Europa, oltre che naturalmente gli Stati Uniti d’America dove si pagano più di quattro dollari per un litro di benzina. Il gasolio è a livelli ancora più alti: sia al di là sia al di qua dell’Oceano Atlantico. Ce n’è abbastanza per far implodere quella maggioranza di governo che, secondo le consuete voci di corridoio (molto spesso pensano male e quindi c’azzeccano), starebbe dibattendo se galleggiare fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2027 oppure affidarsi al voto anticipato. La rinuncia a continuare sarebbe certamente letta come ciò che del resto è: una segnale di profonda crisi, di grande debolezza di una compagine che aveva fondato sé stessa su una gestione del potere che, con l’approvazione di tre controriforme precise, avrebbe potuto consolidarsi e mantenerlo senza nemmeno più il timore delle tornate elettorali e degli inghippi che le derivavano dall’esercizio pieno dei diritti democraticamente stabiliti dalla Costituzione.

Invece, in tre anni e mezzo di governo, Meloni e i suoi non sono riusciti (per fortuna della Repubblica e di tutte e tutti noi) a realizzare la prima minaccia all’unità nazionale e al principio di uguaglianza di tutti i cittadini insita nel progetto di “autonomia differenziata“: l’esasperata ricerca dei privilegi per le regioni più benestanti a tutto scapito di quelle meno ricche e virtuose è franata di fronte ad una opposizione piuttosto trasversale, molto campanilistica anche, ma il cui effetto è stato quello di bloccare un vero pericolo per quei princìpi di egualitarismo (tanto formale quanto sostanziale) che sono se non altro la base di rivendicazione costituzionale da cui ognuno può partire per difendere altri diritti sia sociali, sia civili, sia umani. In secondo luogo, anche il “premierato” è stato accantonato: la giustificazione era, e ancora di più resta, la priorità data alla riforma della magistratura. Fallito l’obiettivo di indebolirla, anche l’attribuzione dei “pieni poteri” è – per ora – messo da parte.

La vittoria del NO nel referendum voluto dal governo è non solo quindi un dato che ci parla della aumentata partecipazione al processo democratico, al rito necessario delle urne per ascoltare il volere popolare e per riceverne il mandato o condividerne obbligatoriamente le decisioni sovrane: quella vittoria ha permesso, proprio con il recupero di milioni di elettrici ed elettori ormai abituati all’astensionismo, che si ponesse un freno all’intero piano di adulterazione e di scompaginamento dell’architrave costituzionale, parlamentare e di separazione dei poteri che è la quintessenza dell’esistenza della Repubblica italiana. Non è stato, come raccontato da alcuni a destra, un voto per la conservazione e quindi contro l’innovazione. Ma è stato, invece, un grande risultato di una Italia che ha ancora, nonostante tutti i lavaggi del cervello che le sono stati praticati, una motivazione cosciente nel percepire il pericolo.

Quando qualcuno prova a disarticolare nel profondo la Costituzione, si forma un argine di protezione popolare che è trasversale per interclassismo, per colore politico, per impostazione sociale quindi e per derivazione civicamente ascrivile ad un multiculturalismo e a differenti interpretazioni della vita del Paese. La si può, in sostanza, pensare molto differentemente, ma su una cosa non c’è discussione che tenga: le garanzie fondamentali devono rimanere perché la democrazia, così come la Repubblica stessa, non devono e non possono essere oggetto di revisione costituzionale. Per quanto riguarda la seconda vi è un apposito articolo della Carta (l’ultimo, quello giudicato “supercostituzionale, il 139 cui non si applica ciò che è scritto in materia di revisione della Costituzione medesima); per quanto concerne la prima tocca sempre al popolo porre rimedio.

Il governo ha sfidato un’opinione pubblica valutata incapace di leggere fin nel profondo delle pieghe di un progetto autoritario spacciato per innovazione ad ogni livello: da quello del governo centrale fino alle autonomie locali regionali e comunali. Ma si è sbagliato. L’incapacità di reggere le sorti della nazione, badando a quello che dovrebbe essere un vero e proprio pubblico interesse, sta diventando (ed è già diventata) ancora più evidente a un sempre maggiore numero di italiani che abbandonano le promesse comiziali del 2022 e si calano in una realtà fatta di aumento di spese militari senza alcun ritegno, di diminuzione del potere di acquisto dei salari e delle pensioni senza che il governo abbia posto una benché minima tutela in merito (basti pensare alla beffa dell’aumento dei 3 euro sugli assegni pensionistici minimi). Per non citare poi la completa condiscendenza nei confronti della NATO e, siccome al peggio non vi è mai davvero fine, nei riguardi di Donald Trump.

Il vacillare sulla dirimente questione mediorientale, a partire dalla immane tragedia del popolo palestinese e, nello specifico, del genocidio in corso nella Striscia di Gaza, ha contribuito efficacemente a delineare i contorni di una maggioranza priva di una aderenza al diritto internazionale, valutato da Tajani come un qualcosa che «è importante e conta fino ad un certo punto». Ma quando si parla del ruolo delle Nazioni Unite non vi dovrebbe essere alcun tentennamento in merito: andrebbe disconosciuta e condannata ogni azione tanto di Netanyahu quanto di Trump, così come ogni guerra di aggressione ispirata da opposti imperialismi. Prima fra tutte quella in Ucraina, lì dove si fronteggiano il putinismo da un lato e la prepotenza della NATO (e dell’Europa dall’altro). Il governo di Giorgia Meloni invece si è posto nel mezzo di un guado da cui è difficile uscire con una posizione di equidistanza.

Non si pretendeva dall’esecutivo di chiaro stampo ultraconservatore e reazionario una linea di condotta come quella assunta da Sanchez in Spagna. Forse si poteva pensare di più ad un doppiopesismo in salsa neoliberista, alla Macron. Ma Meloni non ha avuto nemmeno la postura di un Mertz, che pure è espressione di forze tutt’altro che progressiste, per quanto concerne l’ultima guerra fatta scoppiare dal duo Netanyahu-Trump contro l’Iran. La crisi verticale che oggi il governo italiano deve affrontare riguarda, più che un punto ideologico o di interpretazione della politica interna, un insieme di fattori che ne mandano in frantumi una rappresentazione di una moralità che questa destra non ha mai avuto: si è aperta dai tempi del primo berlusconismo la grande questione del conflitto di interessi in allora rappresentato dal rapporto tra governo e proprietà dei mezzi di comunicazione di massa.

Oggi, riprendono la scena vecchie consorterie di potere, di malaffare, di questioni che parevano essere stata in un certo senso messe da parte di fronte alle grandi tragedie del nostro tempo: dalla pandemia da Covid19 alle guerre imperialiste sparse per il globo. Invece l’apparato di una più presuntuosa che presunta nuova classe dirigente del Paese ha evidenziato, come non mai proprio dopo il quesito referendario, tutta la fragilità di un insieme che si tiene tale non per ragioni di “patriottismo“, come ipocritamente viene proclamato ad ogni battere di ciglia in ogni dibattito televisivo, ma per esclusive ragioni di classe: sono e rimangono un governo che rappresenta i superbenestanti, i grandi ricchi e che, infatti, adotta la politica trumpiana come modello. Una politica in cui non c’è spazio per il sociale, ma solo per l’estremizzazione degli antivalori di un mercato sul cui altare si può (e si deve) sacrificare tutto.

Non si fosse trattato di dover affrontare la convergenza tra botta referendaria e crisi dello Stretto di Hormuz, Meloni e i suoi ministri avrebbero potuto sperare in una chiusura della legislatura certamente molto più tranquilla e favorevole per una rielezione data per sicura. Oggi quella certezza è venuta meno. Ma, d’altro canto, se il fronte progressista non trova di meglio se non iniziare le discussioni sui nomi prima dei programmi e di un mettere al primo punto l’ascolto di quel popolo che è tornato a votare dopo molto tempo, ma lo ha fatto solo in occasione di una tornata non politica nel senso parlamentare del termine (quindi non partitica), sarà molto difficile che possa surclassare una destra che, lo si sa, al momento elettorale si fa trovare ipercompatta e capace di imbonire nuovamente chi è più arrabbiato perché patisce un disagio sociale che non accenna a diminuire, a rallentare.

Serve un programma sociale, di giustizia sociale, di rivendicazione di ricchezze e di tassazioni sui grandi patrimoni. Serve un programma in cui la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario sia nuovamente riproposta. Perché, caso mai non lo si fosse ancora compreso, per ridare fiato alla partecipazione democratica bisogna invertire letteralmente la rotta intrapresa in questi ultimi decenni: non va oltrepassato e superato solo il melonismo ma pure il draghismo e ogni renzismo che provi a riaffacciarsi alla finestra per rientrare dalla porta. Le destre si possono anche battere elettoralmente, con i numeri assoluti e svicolando tra le insidie di nuove leggi elettorali truffa. Ma poi per rendere effettive le vittorie servono davvero mutamenti radicali negli ordini di indirizzo e di intervento di ogni giorno. Deve cambiare la vita delle persone: di quelle che fino ad oggi hanno solo dato e in cambio hanno ricevuto solo briciole o, nel peggiore dei casi, vere prese in giro.

MARCO SFERINI

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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