Se da un lato il riarmo genera profitti record per le élite economico-militari, dall’altro innesca un circolo di debito e di crisi che si abbatte sulle popolazioni civili. Quando il riarmo si lega allo scoppio di un conflitto le conseguenze macroeconomiche si aggravano, aggiungendosi alle perdite in termini di vite umane. Quello che in fondo è l’ennesimo segreto di pulcinella della retorica bellicista è stato di recente messo nero su bianco dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), autore di un’indagine che tra corse agli armamenti e conflitti ha ricostruito la storia economica occorsa tra il 1946 e il 2024. Lo studio, alla luce dei recenti venti di guerra, è estremamente attuale: nel 2025 l’aumento delle spese militari ha registrato un nuovo record globale, accompagnato dal numero più alto di conflitti dalla seconda guerra mondiale. «Oltre al devastante costo umano — scrive il FMI — le guerre impongono costi economici ingenti e duraturi e pongono difficili compromessi macroeconomici, soprattutto per quei Paesi in cui si svolgono i combattimenti».

Le riflessioni del Fondo Monetario Internazionale sull’impatto del riarmo sulle economie reali partono dalla NATO, i cui Paesi membri hanno deciso di destinare, entro il 2035, il 5% del proprio PIL alle spese militari. Il trend di crescita non appartiene solo alla NATO: si stima che il 40% dei Paesi sia arrivato a dedicare almeno il 2% del proprio PIL alla Difesa. A livello globale, circa due terzi delle spese belliche sono finanziate a debito, aumentando cioè il deficit nazionale. «Il finanziamento del deficit — scrive il FMI — può stimolare l’economia nell’immediato», aumentando consumi e investimenti soprattutto nel settore militare, il che può generare «pressioni inflazionistiche». Leggendo tra le righe si possono riscontrare le logiche speculatrici che accompagnano il riarmo, tra aspettative e bolle finanziarie. Gli stimoli iniziali all’economia vengono annullati successivamente: il finanziamento del deficit mette infatti «a dura prova la sostenibilità fiscale nel medio termine. Il debito pubblico aumenta di circa 7 punti percentuali entro tre anni dall’inizio delle politiche di riarmo (in caso di guerra le stime raddoppiano, arrivando a 14 punti percentuali)». Visti i limiti all’emissione di debito, un’altra fetta della corsa agli armamenti viene finanziata attraverso la riduzione della spesa sociale. Una realtà toccata con mano con la presentazione dell’ultima legge di Bilancio presentata dal governo Meloni, dove c’è stato spazio solo per gli investimenti in armi.

I bilanci tracciati dal FMI peggiorano quando arriva il momento di utilizzare tutte quelle armi accumulate. «Nei Paesi in cui si verificano guerre, l’attività economica diminuisce drasticamente. In media, la produzione nei Paesi in cui si svolgono combattimenti diminuisce di circa il 3% all’inizio e continua a diminuire per anni, raggiungendo perdite cumulative di circa il 7% entro cinque anni. Le perdite di produzione derivanti dai conflitti in genere superano quelle associate a crisi finanziarie o gravi disastri naturali. Le cicatrici economiche persistono anche un decennio dopo». Il Fondo Monetario Internazionale si concentra poi sugli effetti economici a catena, che dal Paese sede del conflitto si propagano velocemente a quelli limitrofi e ai partner commerciali.

Salvatore Toscano

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: