Immagine da La Sinistra quotidiana
Non ci troviamo di fronte ad un qualcosa di mai sperimentato, di assolutamente nuovo. Corsi e ricorsi storici si avvicendano, si scambiano fra loro e, spesso e volentieri, confondono anche le migliori intenzioni da parte di chi è in un certo qual modo risoluto nel voler provare a dare un contributo fattivo in un oggi estremamente caotico e privo di vecchi, rimpianti, punti di riferimento ideologici. Sì, le tanto vituperate “ideologie” avevano il pregio di consentire la distinzione quasi netta tra le posizioni in gioco nell’agone politico. La leaderizzazione estrema, prodotto della privatizzazione dei partiti e dei movimenti e infelicissima importazione nordamericana nello storico e tradizionale confronto tra, per l’appunto, “grandi idee” di massa, è stata, tra le altre cause, quella che ha innescato un egotismo esasperato un po’ ovunque.
La penetrazione di questa autoreferenzialità ha determinato un guardarsi continuamente allo specchio delle brame per sapere chi era il o la più capace di ottenere consensi senza dover fare molti sforzi per convincere, per persuadere pelosamente un elettorato che era sceso negli inferi della sfiducia collettiva dopo la verifica sul campo delle perversioni endemiche tra pubblico e privato, tra istituzioni e classe dominante, tra politici e industriali, tra i primi e i banchieri, tra sempre i primi e grandi finanzieri e finanziatori di campagne elettorali roboanti, ricche di colori, sigle, slogan pressapochisti che, pure, hanno fatto breccia nella disorientante rabbia delle elettrici e degli elettori. L’imbarbarimento delle relazioni politiche tra i partiti e dentro gli stessi non è un prodotto esclusivamente ascrivibile alla strettissima attualità belligerante; è semmai una conseguenza che ci trasciniamo appresso da decenni e che ci ha logorato le menti.
Persino a sinistra, in quella comunista, di alternativa, si è fatta strada la contrapposizione assoluta, la dicotomia frontale, lo scontro aperto, volgare, pieno di personalismi, di insulti a tutto spiano, di una gratuità dell’offesa che fa scolorire e deprimere quella capacità di analisi e di rigore dialettico che, molti anni fa ormai, si aveva e si portava con orgoglio come premessa dell’altrettanto virtuosa capacità di sintesi e di elaborazione delle fase sociale, civile e morale dell’Italia che cambiava ad ogni tornata elettorale. Rifondazione Comunista non ha avuto vita facile in questi trentacinque anni in cui ha provato a dimostrare che una attualizzazione dell’anticapitalismo era possibile: nonostante la fine del PCI, nonostante la moltiplicazione delle monadi settarie non sia mai veramente terminata. Nemmeno quando, all’apogeo della suo rapporto empatico-sociale, quello dei movimenti del 2001, pareva realizzarsi una convergenza massima e minima al tempo stesso.
Oggi, mentre le contraddizioni capitalistiche e liberiste si manifestano nella moltiplicazione delle guerre pseudo-regionali, espressione della contesa multipolare, verrebbe per logica ritenere naturale che si stia riformando un movimento globale come quello dei Social forum, della assemblee di base, della larga diffusione di esigenze dal basso che mettano in connessione tutte le esperienze comunitarie, tutte le lotte e le indirizzino verso pochi, determinati, chiari obiettivi: la lotta contro i nuovi fascismi, rappresentati dagli autoritarismi tanto al governo quanto all’opposizione in gran parte dei paesi occidentali; l’importanza del mutamento climatico e le sue ripercussioni nella sfera minimale di ogni nostra sempre più povera e faticosa giornata; la lotta contro le guerre imperialiste, contro gli stermini di massa, il genocidio in corso a Gaza e nel resto del Territorio palestinese occupato.
Non può non essere evidente il fatto che, per affrontare anche quelle forze liberiste che si annidano nelle pieghe del riformismo progressista – pure in Italia – bisogna prima di tutto mettere fine al governo Meloni che è la quintessenza dell’avversione nei confronti della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista, essendo formato da esponenti che provengono in grandissima parte dalla vecchia guardia missina, a sua volta erede della peggiore involuzione fascista: quella della Repubblica sociale italiana. Per poter distinguere con nettezza tra compiti dell’oggi e prospettiva immediatamente successiva, non si può prescindere da questo fatto: serve una unità anti-autoritaria che consolidi il grande risultato referendario del 22 e 23 marzo: lì si è potuta vedere con assoluta certezza la capacità popolare di sintetizzare ancora una critica come se fosse una proteina salvifica.
Si tratta di far vivere prima di tutto l’esperienza democratica e repubblicana per quello che realmente dovrebbe essere: il presupposto essenziale per poter allargare lo spettro dei diritti sociali, civili ed umani. Per rendere competitivo un confronto politico proprio sulle questioni inerenti l’uguaglianza oggi. Come la dobbiamo intendere? Solo da un punto di vista meramente riformistico e, quindi, migliorativo di certi presupposti già acquisiti, oppure un terreno su cui difesa e conquista convivono costantemente per consentire alle sopravvivenze quotidiane di diventare delle vere e proprie vite vivibili e non sopportabili? La proposta fatta dal segretario nazionale di Rifondazione Maurizio Acerbo, quella di un fronte comune tra le forze democratiche, progressiste e antifasciste, ha il carattere, prima ancora che politico, del buon senso dato da una oggettiva constatazione della crisi acuta della fase in cui ci troviamo.
Se il risultato del referendum fosse stato il SÌ piuttosto che il NO, oggi noi discuteremmo delle contrapposizioni interne alla sinistra e, nello specifico, al Partito della Rifondazione Comunista, si spera con un maggiore sentore di un allarme antisociale, antidemocratico e anticivile rispetto a come oggi invece possiamo permetterci di fare. Abbiamo scampato qualcosa di più di un semplice pericolo per la Magistratura di divenire “quella del governo“. Abbiamo, tutte e tutti insieme, senza distinzione di mozioni e documenti, compartecipato all’impedimento di un vero e proprio stravolgimento della Costituzione repubblicane e, quindi, di sovvertimento delle istituzioni e del regime democratico. Se questa convinzione è presente – come credo – in tutte e tutti noi, la prima domanda che sorge spontanea è la seguente: come si fa a non comprendere che le future relazioni tra i soggetti politici e sociali dipende in larga parte dallo stato di salute della nostra democrazia?
Le compagne e i compagni che sostengono la linea proposta da Paolo Ferrero, arguiscono che la necessità primaria è dare vita ad un polo dell’alternativa ora, sapendo bene che, tra leggi elettorali truffa e rapporti di forza esistenti, questo non potrà determinare una sconfitta delle destre al governo presentandosi in alternativa ai due poli esistenti (coalizione meloniana e campo largo). Ciò che importa loro è costruire dal basso le condizioni per rovesciare un giorno la oggettiva gabbia del bipolarismo (che può essere certamente definita come tale perché induce a coalizzarsi, quindi costringe, forzando le regole di una vera democrazia che dovrebbero fondarsi sul proporzionalismo puro dei consensi attribuiti alle singole forze politiche) e far avanzare le ragioni della pace, del disarmo, del mondo del lavoro, del pubblico declinato in tutte le sue forme. Ma ci possiamo consentire il lusso di attendere i tempi in cui tutto sarà maturo? Ci possiamo permettere di aspettare?
Perché mai, poi, la formulazione di un accordo unitario con le altre forze antifasciste, democratiche e progressiste dovrebbe escludere il lavoro dal basso, tra la gente, negli strati più disagiati e impoveriti della società? Più realisticamente, purtroppo, si deve riscontrare che la proposta ferreriana si è ormai ampiamente cristalizzata attorno ad una impostazione che, pure questa, non è una novità dell’oggi: il congresso permanente. Di più ancora questa inclinazione si mostra in tutta la sua prorompenza quando la maggioranza è tale per pochi numeri e la minoranza lo è altrettanto. Arrivati al punto in cui ci troviamo, in uno scontro oggettivamente frontale e senza esclusione di colpi, si sprecano davvero commenti vuoti, fatti solo di acredini, animosità e, quindi, sopravvalutanti da un lato, sottovalutanti dall’altro il portato storico delle questioni che invece devono poter essere dibattute per dare vita ad una “utilità” di Rifondazione comunista oggi.
Non c’è dubbio su ciò che siamo: un Partito che ha ancora una sua organizzazione minima sui territori ma che, proprio per l’assenza costante dal 2008 dalle sedi istituzionali, si è, a poco a poco, rinchiuso in una logica minoritaria, di retroguardia, di ritirata che da tattica è divenuta strategica. La trasformazione in senso maggioritario della politica italiana ha indotto un po’ tutte e tutti noi a dare per scontato che il ruolo non potesse essere altrimenti se non quello dello scardinamento della gabbia bipolarista, facendo leva su movimenti che, nonostante non siano mai del tutto scomparsi, si sono ritrovati senza una sponda politica da un lato, senza una sponda sociale e civile dall’altro. In sostanza, l’assemblearismo dei Forum degli anni Duemila è venuto meno perché, anzitutto, sono cambiate le condizioni generali di una lotta al neoliberismo. È cambiato il mondo. Ed in peggio. La vittoria del capitale è sotto gli occhi di tutti, ma anche le sue contraddizioni esponenziali lo dovrebbero essere.
L’ultima stagione di espansione dei sovranismi e dei nazionalismi che alimentano le pulsioni espansionistiche degli Stati dominanti imperialisti (Stati Uniti d’America, Cina, Russia, tralasciando la impietosa politica internazionale dell’Unione europea…) altro non ha fatto se non confermare l’urgenza di una convergenza di tutte quelle forze politiche, sindacali e di altra natura che si oppongono, per diverse ragioni e punti di vista, alla svolta autoritaria su scala non solo nazionale ma continentale e più ancora. Il governo di Giorgia Meloni è in Italia il principale referente di questa involuzione: rappresenta il capitalismo più retrivo, tutela gli interessi dei maggiorenti della finanza, protegge i profitti e derubrica i salari a variabili dipendenti da una economia di guerra che ci sta devastando. In uno scenario di questo genere noi cosa dovremmo fare? Dovremmo dire alle classi sociali più indigenti che dobbiamo costruire il terzo polo dell’alternativa?
Dovremmo dire loro che meloniani e campo largo pari sono perché in quest’ultimo vi sono partiti che sostengono l’invio delle armi all’Ucraina che fa da sponda all’espansionismo imperialista della NATO? Se si ragiona in questo modo, si mette avanti a tutto una proposta politica che è giusta nelle premesse ma che risulta sbagliata nelle conclusioni. Certo che sì: Partito democratico e +Europa, per citare i due casi più ricorrenti perché ovviamente emblematici, si sono espressi a favore dell’invio di armi, a volte anche del riarmo, senza dubbio a favore della difesa di un fronte che non è lì per tutelare la democrazia di Kiev, ma solo gli interessi di un’Unione europea e di una Alleanza atlantica che rappresentano il braccio politico-istituzionale e armato di un imperialismo più che evidente (almeno così dovrebbe essere). Ma qui si tratta, oggi, di porre le premesse affinché queste stesse impostazioni cambino.
Come? Rimodulando i rapporti di forza internamente alla politica italiana. Francamente si può affermare che il PD di oggi, a guida Schlein, sia lo stesso di quello a guida renziana? Credo abbia un po’ favorevolmente sorpreso tutte e tutti il fatto che si sia schierato a sostegno dei referendum proposti dalla CGIL sulle questioni salariali e della sicurezza (invertendo la rotta rispetto al viatico tracciato dal Jobs act…). Diversamente da +Europa i democratici hanno sostenuto il NO al referendum ultimo e hanno fatto una campagna impostata proprio sui risvolti pericolosi riguardanti il piano sociale, il mondo del lavoro e della precarietà. Ciò significa che una interlocuzione su determinate questioni è e deve essere possibile con le forze del campo largo. La chiusura di ogni dialogo a prescindere sarebbe un segnale di un ottuso settarismo che, purtroppo, trova un non piccolo riscontro dentro la Rifondazione Comunista di oggi.
I commenti più sarcastici sui social invitano: «Perché non andate nel PD?»; «Perché non vi sciogliete in AVS?». E ancora: «La linea di Acerbo è la morte di Rifondazione». È anche per evitare che la storia importante del PRC finisca nell’irrilevanza più completa che oggi va riproposto, in questo contesto così complicato e articolato tra guerre, riarmi, economie di guerra e assalti ad interi popoli da parte di esponenti della destra più estrema e conservatrice, un fronte comune che si metta di traverso – almeno in Italia – e impedisca per altri cinque anni a Meloni e soci di governare ancora destrutturando l’impianto costituzionale, alterando la democrazia, tentando una orbanizzazione del Paese da cui non saremmo stati molto lontani se avesse prevalso il SÌ al referendum di marzo. Perché non andiamo col PD o non confluiamo in Sinistra Italiana? Perché siamo e rimaniamo comuniste e comunisti.
Perché per noi Rifondazione Comunista ha un valore ancora se è utile tanto politicamente quanto socialmente e culturalmente. Perché non ci basta essere un Partito politico: vogliamo tornare ad essere una comunità che sente un obiettivo comune come proprio legame indispensabile, come febbrile, costante tensioni verso un miglioramento delle condizioni esistenziali per tutte e per tutti. La nostra fragilità non permette di essere certamente quel tanto determinanti dal far cambiare i programmi del campo largo per indirizzarli sulle nostre posizioni. Ma ciò che importa è rafforzare a sinistra la sinistra stessa del campo largo che, oggi, non è sbilanciato al centro come lo era invece un tempo ogni esperimento di alternanza al berlusconismo prima e al salvinismo-melonismo poi. Insieme, nel rispetto delle reciproche autonome differenze, possiamo fare un tratto di strada comune per battere queste destre eversive.
Possiamo far parte di una schiera che intende difendere le fondamenta costituzionali della Repubblica. La proposta di Ferrero invece muove da una interpretazione che pone come punto fondamentale e dirimente, prescindendo dalla vittoria dell’uno o dell’altro polo, l’edificazione dell’alternativa in un terzo polo che potrebbe, proprio all’indomani del voto, non avere più quelle condizioni minime per potersi esprimere, agire, rafforzarsi mediante il lavoro di condivisione delle proprie proposte con la gente cui si vuole fare riferimento. Di là c’è la certezza del peggioramento, del logoramento dei princìpi democratici e, ovviamente, di quelli che concernono i diritti sociali, le tutele fondamentali del mondo del lavoro e del precariato. Di qua c’è la possibilità di mettere uno stop a tutto questo, alla presenza dei nuovi fascisti imbellettati (e imbruttiti) dal neoliberismo di guerra, muovendo da presupposti egualitari.
Quanto tutto questo possa passare dal possibile al probabile è anche un piccolo, ma importante, compito nostro. Lo dobbiamo alla Rifondazione Comunista che siamo stati, con tutti i difetti e le lacune ricordabili; lo dobbiamo ad un presente sempre più drammatico e ad un futuro ancor più tragico. L’indistinguibilità delle differenze, anche minime, è una cecità politica che promana da una ostinazione a considerarsi gli unici portatori di una innovazione che, poi, nei fatti non si concretizza mai. La sola profetizzazione dell’immediato domani non è azione politica, ma un esercizio di autosoddisfazione che lascia dietro di sé solo altra frustrante desolazione. La proposta del fronte fatta da Acerbo potrà essere smentita dai fatti: ma oggi è l’unica strada percorribile se si vuole che Rifondazione Comunista sia ancora percepita e vissuta come un Partito. Un partito utile per un qualche scopo. E non invece una irrilevante trascurabilità.
MARCO SFERINI
