Immagine: la sinistra quotidiana
Siamo alle solite. Perché soliti sono gli esponenti di una destra che, erede del post-neo-fascismo del Movimento Sociale Italiano, che in bella mostra esibisce la fiamma tricolore nel suo simbolo, non fanno alcun mistero di avere più di una qualche afferenza nei confronti di Benito Mussolini, del suo regime criminale, di una storia che ha segnato profondamente l’Italia costringendola ad oltre vent’anni di dittatura, di repressione spietata del dissenso, di ogni libertà di espressione, di parola, di scrittura; che l’ha ridotta ad uno stato larvale nel momento in cui l’ha trascinata nel disastro della Seconda guerra mondiale e l’ha lasciata distrutta, umiliata e povera. Tanto, tanto povera.
Ad ogni 25 aprile, tanto più se da tre anni e mezzo a questa parte c’è un governo espressione di una maggioranza che, in larga parte, si rifà alla vecchia destra missina e, quindi, al vecchissimo armamentario repubblichino, l’eredità peggiore dell’ultimo fascismo, si ripete quindi la pantomima della correttezza istituzionale cui sono costretti gli eredi del postfascismo: gli tocca presenziare alle celebrazioni per una festa che, nel loro intimo, nel loro profondo non riconoscono come “festa della Liberazione“, ma come un giorno che vorrebbero dimenticare o, con un desiderio ancora maggiore e con una solerzia revisionistica, trasformare in una ricorrenza della “memoria condivisa“.
Quando qualunque cittadino che condivide pienamente lo spirito e la lettera della Costituzione ricorda cosa fu il fascismo, spesso si sente rispondere da questi esponenti di destra che il fascismo è morto ottanta anni fa, che non esiste più che, dunque, sillogisticamente parlando, oggi non può esistere alcun pericolo in questo senso. La capziosità dell’affermazione sta tutta in quell’articolo determinativo maschile singolare anteposto alla parola che connota il movimento fondato da Mussolini. Ottanta anni fa è finito non “il” fascismo, ma “quel” fascismo.
Serve quindi un aggettivo dimostrativo sempre maschile e sempre singolare per cercare di comprendere che il fenomeno politico sociale e incivile chiamato così ha avuto un’origine in Italia e molti emulatori in altri paesi e in altri momenti della storia recente. Certo che sì: il fascismo di Mussolini, ossia il suo regime, finiscono con la sua morte, con il crollo di un partito che si era reinventato nell’esperienza dell’ultimo anno e mezzo di guerra come soggetto politico attorno a cui ricostituire uno Stato fascista fantoccio del Terzo Reich. Ma, immediatamente dopo la fine del conflitto, i reduci delle sponde lacustri della dittatura nella sua espressione forse più sanguinaria e orrorifica, si sono radunati attorno al progetto del MSI.
Oggi, al governo dell’Italia democratica, repubblicana e antifascista da ottanta e più anni, siedono gli eredi diretti di quell’esperienza politica non certo unica nel panorama continentale ma, senza dubbio, molto particolare e meritevole di essere attenzionata per bene dal punto di vista storico. Una parte della dirigenza del partito di maggioranza relativa è forse estranea al vigore con cui si esibiscono i busti del Duce in casa propria, le effigi del tempo che fu, i gagliardetti e ogni altro armamentario fenomenicamente scenico con cui si vuole rivendicare una assoluta coerenza col passato sposando il motto almirantiano: «Non rinnegare, non restaurare». Sul crinale sottile dell’ambiguità ha sempre giocato la tendenziosità di un movimento che non ha preso parte alla scrittura della Costituzione.
Che era, per l’appunto fuori dall’”arco costituzionale“, che è entrato in Parlamento dopo la fase dell’Assemblea Costituente, la quale fungeva tanto da potere legislativo momentaneo e provvisorio quanto da sede di elaborazione, scrittura e approvazione della Carta fondamentale della nuova forma dello Stato italiano. Quindi, da solo questo fatto sta lì a sottolineare come i post-neo-fascisti del MSI abbiano preso parte alla vita politica della Repubblica nata dalla Resistenza solamente dopo che la Costituzione venne approvata e si aprì la legislatura del 1948. In quella occasione il neonato Movimento Sociale Italiano ottenne dalle urne il 2% dei voti (pari a 526.882 consensi) e sei deputati. Al Senato andò peggio: quasi trecentocinquantamila voti di meno, la percentuale assestata allo 0,7 e un senatore soltanto.
Ma tanto bastò per permettere agli eredi del repubblichinismo di incunearsi nel sistema democratico appena nato, di sfruttarlo a proprio piacere per rafforzare posizioni di estrema destra, giocare con le regole, rimestare nel torbido e divenire i protagonisti di episodi tutt’altro che stagionali di una storia italiana impestata di trame oscure, di rapporti tra il neofascismo e l’atlantismo, tra i settori eversivi al di qua e al di là dell’oceano per fronteggiare quello che, nella fase della Guerra fredda, era il nemico dei nemici: il campo sovietico, l’altra metà dell’Europa al di là della “cortina di ferro“, potente metafora churchilliana della separazione creatasi tra est ed ovest nell’immediato periodo successivo il termine delle ostilità.
Gli eredi degli eredi del post-neo-fascismo che oggi si trovano a Palazzo Chigi, almeno quelli più indefessamente ligi al proprio (dis)onore giovanile di essere stati (e continuare ad essere) dei “camerati“, degli irriducibili detrattori della democrazia repubblicana, dei fieri anticomunisti, sanno fin troppo bene che la restaurazione del fascismo di allora non è in programma. Non lo era per Almirante, figuriamoci se lo è per Meloni, La Russa e compagnia cantante. Lo storico esponente del MSI lo aveva, del resto, compreso molto bene: nella situazione internazionale data, nei successivi sviluppi degli anni del boom economico e della ricostruzione del Paese, la destra post-neo-fascista non poteva mirare al ritorno del fascismo in quanto tale.
Ma poteva lavorare a convertire la Repubblica parlamentare in qualcosa che somigliasse molto ad un nuovo regime autoritario, ad una idea di nazione con la enne maiuscola, giganteggiando ogni aspetto risolutamente meno assembleare e più decisionale: quindi spostando il baricentro della proposta politica dalla valorizzazione parlamentare voluta della Costituzione come emanazione della sovranità che appartiene al popolo, al governo come sede privilegiata non tanto della volontà delle cittadine e dei cittadini, ma come vera e propria investitura che oltrepassasse la mera gestione amministrativa comprendente l’esecutività delle leggi fatte della Camere. Qui si trattava di riprendersi l’Italia e di trasformarla ancora una volta secondo i propri intendimenti, senza rispetto alcuni per le differenze di opinione, di cultura, di ceto.
Esattamente il progetto autoritario che il governo di Giorgia Meloni sta tentando di attuare da tre anni e mezzo a questa parte con tutta una serie di politiche spicciole e di controriforme più energiche che vanno dalla repressione quotidiana delle manifestazioni, delle organizzazioni spontanee, di quelle già invece organizzate ed ispirate ai princìpi democratici della Repubblica fino al sovvertimento del regionalismo egualitario (con la proposta dell’”autonomia differenziata” calderoliana), passando per quella che la Presidente del Consiglio ha definito e fatto definire come “la madre di tutte le riforme“, ossia l’unicum mondiale rappresentato dal “premierato“. Per concludere con il tentativo di subordinazione della Magistratura al potere esecutivo con la (contro)riforma Nordio che ha ricevuto la sonorissima bocciatura da parte del popolo italiano nel referendum del 22 e 23 aprile.
Date quasi da affidare alla Storia perché hanno rappresentato oggettivamente, quasi ontologicamente, l’essenza vera e propria di una opposizione trasversale, di massa, ad un progetto di sovvertimento dell’uguaglianza tra i poteri dello Stato e che, dunque, se avesse avuto il via libera dalle urne sarebbe divenuto, oltre il portato di mutamento dei rapporti tra Governo, Magistratura e Parlamento, e tra questi e la società civile, un viatico privilegiato per proseguire sulla via del premierato, forte del consenso ovviamente ricevuto. Così non è andata e Giorgia Meloni, Carlo Nordio e chi per loro hanno subìto una batosta i cui effetti si sentono ancora oggi. Soprattutto se a questo freno importante si sommano le tante contraddizioni interne alla maggioranza e il rumoreggiare di una lenta, logorante crisi da consunzione a fuoco lento di qui alle elezioni politiche del 2027.
Può, dunque, dopo tutto questo, stupire che il Presidente del Senato, che a suo tempo definì «tutt’altro che nobile» l’azione partigiana di via Rasella contro il battaglione “Bozen” delle SS nella Roma occupata dai nazifascisti, dica oggi che il 25 aprile onorerebbe in eguale maniera tanto i partigiani quanto i caduti della Repubblica Sociale Italiana? Certo che no. Tutto si gioca sul fatto che non solo più i morti sono uguali, ma, a quanto pare, anche i vivi. E questa peregrina idea poggia su un assunto importante: fino a prima dell’avvento in politica di Silvio Berlusconi, fino ai lavacri di Fiuggi, i fascisti se ne stavano in un cono d’ombra e nessuno, o quanto meno in pochi, avevano l’ardire di rivendicare una appartenenza dichiaratamente neofascista.
Sapevamo tutti che in Italia c’era qualche centinaio di migliaio di persone che erano devote al Duce piuttosto che fedeli alla Repubblica e alla sua Costituzione. Sapevamo tutti che questi, compresi i deputati e i senatori, i consiglieri comunali, provinciali e regionali del MSI, non si sarebbero mai dichiarati “antifascisti“, come era normale, naturale che fosse dopo la fine del tragico periodo bellico e la fondazione della democrazia. Così come sapevamo che su costoro potevano fare leva i servizi segreti deviati, i condizionamenti da parte americana per tramare contro le forze politiche che avevano organizzato, diretto e gestito la lotta partigiana, contribuendo a liberare il Paese da nazisti e fascisti e riscattarne un onore che, altrimenti, sarebbe andato perso per decenni e decenni.
Sapevamo tutti, quindi, di avere tra di noi questa parte di popolazione. Eppure non siamo andati fino in fondo, non abbiamo processato il fascismo dopo le fucilazioni dei gerarchi e di Mussolini. Non abbiamo creato un dibattito nazionale sulla nostra coscienza e non lo abbiamo fatto perché, probabilmente, la commistione della gran parte della popolazione con il regime dittatoriale era un qualcosa di profondamente connaturato in chi sentiva di non aver condiviso quell’esperienza ma di esserne comunque, in piccola, media o larga parte responsabile. D’altro canto, la vittoria partigiana aveva permesso di redimere tante coscienze e tante braccia e di mettere entrambe al servizio di un progetto di rinnovamento civile, morale, sociale e culturale.
Ci è bastato questo in allora per creare un argine sufficiente ad eventuali tentativi di restaurazione dell’autoritarismo. La Costituzione lo ha rappresentato fino ad oggi e continua a farlo: se è vero che il suo valore viene compreso comunque dalla maggioranza del popolo italiano e viene tradotto, ad esempio, nel voto contrario alla riforma di Meloni e Nordio contro la Magistratura e per la deformazione della Repubblica democratica e parlamentare. Ci dovrebbe bastare ancora tutto ciò? No. Perché, prima con la ventennale fase berlusconiana e poi ora con quella neoautoriaria del melonismo, che si inserisce nella profondissima crisi dei tempi, tra imperialismi redivivi e guerre regionali dalla connotazione globale, non possiamo sinceramente affermare di aver superato il pericolo.
Oggi i post-neo-fascisti che mantengono la fiamma tricolore nel loro simbolo mostrano una prepotente protervia nell’esigere rispetto per loro stessi e per le loro presunte idee. Difendono la condivisione di una memoria che è incondivisibile per più di una ragione, ma essenzialmente perché il 25 aprile è la festa della Liberazione da coloro che il Presidente La Russa vorrebbe invece omaggiare. Chi combatté dalla parte di Salò, chi schierò con Mussolini non furono solo giovani costretti dalla leva obbligatoria, ma anche tante donne e uomini convinti che quella fosse la scelta giusta. A volte con un cieco fanatismo, altre volte con qualche dubbio. Ma chi si è schierato da quella parte ha contribuito ad allungare i tempi della guerra, a sostenere le più tremende atrocità.
Basti pensare agli eccidi nazisti, alle torture di via Tasso, alla Banda Koch, alle Fosse Ardeatine, alla messa a ferro e fuoco di interi paesi nel centro e nel nord d’Italia. Se tocca ripetere sempre le stesse obiezioni a coloro che pretendono la condivisione della memoria nel nome di un revisionismo storico che, a parole, negano risolutamente, è perché “quel” fascismo è morto, ma non è invece morto “il” fascismo come espressione anche dell’autoritarismo di oggi. Tutti gli odiatori di professione che oggi infestano i social (e che dai social sono alimentati grazie ad una sorta di edonismo compiacente) sono, alcuni dichiaratamente, altri nella profonda ignoranza che li attraversa, degli agenti di una controdemocrazia che sembra piacere a chi sogna l’uomo o la donna sola al comando.
Proprio ciò che coltiva Giorgia Meloni: un premierato che attribuisca al capo del governo anche una parte delle funzioni della Presidenza della Repubblica. Un modello non direttamente riferibile a nessun altro tra quelli esistenti. Quindi, anche per questo, privo di qualunque riscontro oggettivo con una realtà dei fatti comprovata e comparabile. Se è vero che sulla sola base del passato non si può leggere completamente il presente, è anche vero che ignorando o deformando il primo si finisce col rischiare di ripetere gli errori commessi e, addirittura, commetterne altri ancora peggiori. L’unica memoria condivisa possibile è quella del riscatto dell’Italia da una dittatura che ci ha ferito a morte, che ha lasciato una lunga scia di sangue, di odio, di criminalizzazione delle minoranze, delle differenze, di ogni critica.
La memoria incondivisibile è quella di chi vorrebbe far sembrare fascismo e antifascismo ferri vecchi del passato. Siccome non riconosceranno mai la bontà del secondo e la criminalità del primo, gli esponenti della destra oggi al governo sono e rimangono parte di un grosso problema che questo nostro Paese non riesce a risolvere. Accanto alla “memoria condivisa” caldeggiata dai post-neo-fascisti di oggi si situa sempre un altro concetto: quello della “pacificazione“. E nel nome di che cosa? Forse del tentativo di alterare la democrazia repubblicana con controriforme che vogliono fare del governo il padre e padrone di tutto? Il fatto che oggi questi ex esponenti del MSI siano potuti emergere fino a raggiungere le vette dello Stato dimostra che il problema è enorme e che la Costituzione e la Repubblica hanno costantemente bisogno di una vigilanza antiautoritaria.
Per questo è necessario dare vita ad un Fronte democratico, costituzionale, antifascista in cui si situino tutte le forze politiche, anche le più diverse fra loro, per ridare al Paese una dignità sociale, civile, morale e culturale. È una urgenza dimostrata dalle premesse poste nel referendum di fine marzo. È una urgenza sentita da tutti quei milioni di italiane ed italiani che hanno votato NO alla controriforma di Meloni e Nordio. È una emergenza cui non è dato esimersi dal collaborare per scongiurare torsioni ancora peggiori. La discussione forzata sul decreto sicurezza lascia forse margini di dubbio in merito? Chi non si rende conto del pericolo che abbiamo corso e che corriamo ancora, è perché affida le sue speranze politiche ad una alternativa che non ferma l’autoritarismo incedente.
Non per inettitudine, ma per i mancati rapporti di forza a suo favore. Occorre costruire le premesse perché questa alternativa la si possa realizzare in piena autonomia. Per poterlo fare dobbiamo prima sgomberare il campo da salvinismi, melonismi, vannaccismi e tutto quello che può inficiare la tenuta della democrazia repubblicana. Salvaguardare i diritti universali è fondamentale se si vuole lottare oggi come domani per una nuova, necessaria, giustizia sociale.
MARCO SFERINI
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