Non bisognerebbe mai, quando si tratta di questioni strutturalmente economiche e che, in particolare, riguardano sviluppo, crescita (o viceversa regresso e diminuzione), dimenticare che ci muoviamo sempre e comunque in un contesto tutt’altro che costante di diseguaglianze e che, dunque, le convergenze e le divergenze tanto a livello globale quanto continentale sono un qualcosa da cui è impossibile sfuggire. Fatta questa breve premessa, che è l’unico alibi che il governo Meloni può invocare a discolpa per la insufficiente riduzione del rapporto tra deficit e Prodotto Interno Lordo che permetta di evitare il permanere nei parametri della “procedura d’infrazione” dell’Unione europea, ogni responsabilità contestualmente riferibile all’Italia è tutta del governo delle destre iperliberiste.
Gli economisti di varie scuole, tanto mercatisti quanto di tendenza keyensiana o marxista, hanno più volte sottolineato il fatto che una delle caratteristiche dell’economia capitalistica di nuova caratura, quella che passa dalla fase del liberalismo a quella del neoliberismo, quindi scavalcando il limite temporale del nuovo millennio, è proprio quella di una crescita molto debole. Ci si è trovati, pertanto, nel primo quarto del secolo XXI ad un confronto aperto tra sviluppi di polarizzazioni dell’economia e della produzione che erano praticamente inimmaginabili solamente quarant’anni fa. Paiono tempi lunghi se paragonati alle nostre singole esistenze; sono invece molto brevi se si analizza la fase di transizione dal sognato unipolarismo a stelle e strisce sull’intero globo a quella del multipolarismo.
L’Italia, dentro il contesto economico europeo, ha fatto parte per un certo tempo, insieme agli altri paesi fondatori della CEE prima e della UE poi, dell’asse guida, divenendo uno dei primi paesi al mondo per produzione di ricchezza. Il punto rimarchevole è stato, semmai, quello della considerazione della redistribuzione di queste stessa ricchezza: le politiche di salvaguardia dei diritti sociali, così come previsti dalla Costituzione repubblicana, sono state convertite, con l’avanzare della fase neoliberista, in tutela di determinati privilegi che hanno riguardato essenzialmente il mondo delle imprese e di un ceto medio sempre meno afferente con quello della classe lavoratrice e sempre più vicino alle aziende locali, motore di economie provinciali e regionali su cui hanno fatto leva le prime destre autonomiste.
Si è arrivati così ad una teorizzazione prima e ad un tentativo (tutt’altro che sorpassato) di separazione dei problemi tanto sociali quanto economici in senso più lato da nord a sud, per favorire le regioni più virtuosamente produttive a discapito di quelle che invece lo sono molto meno. L’”autonomia differenziata“, su cui il governo Meloni ha provato a forzare la discussione parlamentare, non è stata messa da parte ma, anzi, il dibattito che la concerne riprende proprio adesso, dopo la grande batosta referendaria del 22 e 23 marzo, un nuovo vigore dentro un esecutivo che sta per incamminarsi in un ultimo anno di esistenza tutt’altro che tranquillo. L’irregimentazione dell’economia di guerra, sostenuta da Giorgia Meloni e dai suoi ministri senza battere ciglio, oggi presenta un conto molto salato: il governo promette di investire ancora decine di miliardi di euro negli armamenti a danno delle voci sociali del bilancio.
Visto come stanno le cose in punti percentuali nel rapporto tra deficit e PIL, Giorgetti non si cela dietro infingimenti di sorta: le regole dell’Unione europea parlano chiaro. Se non si scende sotto la soglia del 3%, si rimane nel perimetro della procedura d’infrazione e questo, in parole schiettamente povere, significa che se si vuole rispettare l’investimento danaroso nella produzione bellica, si deve sottrarre quelle risorse a sanità pubblica, scuola pubblica, infrastrutture, pensioni, investimenti che riguardano la sicurezza sul lavoro. La coperta è corta e lo diventa ancora di più per il fatto che i capitoli citati sono già stati ampiamente tagliati negli anni scorsi e rimane ben poco da sottrarre a ciò che è già esanguemente povero, ridotto ad una pochezza più che riscontrabile nella inefficienza dei servizi, nei mancati investimenti nell’espansione della ricerca e del miglioramento delle condizioni della popolazione.
Giorgia Meloni, dunque, ha la responsabilità tutta di una situazione economica e finanziaria dello Stato che non solo è altamente debitoria nei confronti dell’Unione europea, ma prima di ogni altra cosa lo è nei confronti di quella nazione, di quel popolo di cui si vanta di essere la rappresentata tribunizia, quale prima patriota d’Italia. Chi davvero vuole bene al proprio paese non lo deruba delle tasse dei cittadini per farne credito di guerra, per sostenere i conflitti imperialisti scatenati tra est ed ovest, per alimentare genocidi in corso, per continuare, nonostante le promesse, a sostenere patti di collaborazione con Stati che praticano pulizie etniche nel nome della loro futura espansione, mentre scatenano altri conflitti contro potenze regionali, scatenando una destabilizzazione praticamente globale.
Fino ad oggi tutti gli esponenti del governo Meloni (compresa naturalmente la Presidente del Consiglio) ci hanno raccontato che il rigore dei conti era necessario per rientrare proprio nella soglia di esclusione dalla procedura di infrazione e poter avviare manovre espansive in cui trovassero posto ampliamenti delle voci di spesa sociale. Oggi scopriamo, sul limitare del tracollo e del disastro, mentre un numero sempre maggiore di persone si impoverisce, si indebita o non ha di che poter vivere nonostante lavori e percepisca una meritata pensione, che non solo il governo non ha fatto nulla per contrastare gli effetti negativi dell’economia di guerra, ma che, anzi, ha sostenuto anche le riconversioni di molti comparti da produzioni civili a produzioni militari. Qualcuno invocherà, nemmeno a dirlo e scriverlo, un pizzico di sfortuna.
Sarebbe bastato uno 0,1% in meno per fare sì che Eurostat arrotondasse al 2,9% una tendenza al ribasso (dal 2024 in poi) del rapporto tra deficit e PIL. Ma così non è stato, anzi, l’arrotondamento diviene punitivo proprio perché, per un punto, si perde cappa, spada e qualunque altro armamento (è proprio il caso di utilizzare questa simbolica metafora!) atto a mettere in essere un disegno di fine legislatura che permettesse di promettere ulteriori ampliamenti economici dei capitoli di spesa sociali e cavalcare così i sogni di riscatto di un’Italia che, invece, ha dimostrato proprio col voto referendario, di non credere più ciecamente alle elargizioni da comizio dei rappresentanti della maggioranza di destra-destra. La stessa necessità – annunciata da Giorgetti – di «riprogrammare gli aumenti per la difesa» la dice piuttosto lunga sulla disperazione in cui deve essere piombato il governo meloniano.
In una ottimistica visione della fase, sempre il ministro leghista dell’economia, azzarda che entro il 2026 il famigerato rapporto tra deficit e PIL dovrebbe scendere sotto la soglia del 3% e, quindi, l’Italia potrebbe uscire dalla gabbia della procedura di infrazione nel 2027. Confindustria – il cui parere in questi frangenti è una sorta di ago della bussola – sembra piuttosto scettica: la questione delle questioni oggi si chiama “Stretto di Hormuz” che, a sua volta, è legata alla continuazione della guerra di Israele e Stati Uniti d’America contro l’Iran. L’allarme del presidente degli industriali è chiaro: sugli scaffali di molti supermercati della Sicilia iniziano a mancare molti prodotti. Questo è un effetto simbolicamente allarmante: non siamo al razionamento o all’incettazione di nulla, ma gli effetti della guerra mediorientale si fanno plasticamente sentire.
Per il governo di Giorgia Meloni non c’è pace dopo il referendum marzuolo: tra scandali interni e questioni internazionali il rischio di un lento logoramento è più che evidente. Le opposizioni sembrano, dal canto loro, al momento solo questionare su come definire il leader della futura coalizione del campo largo piuttosto che intercettare il sentimento popolare e la volontà di un radicale cambiamento di rotta. A questo scombinatissimo finale di legislatura e del suo governo, Giorgia Meloni, deve aggiungere la riapertura di un fronte con la Presidenza della Repubblica in materia di sicurezza e decretazioni che non corrispondono proprio al dettato costituzionale. Non è la prima volta, e questo la dice molto lunga sul carattere eversivo dei provvedimenti che l’esecutivo continua a voler far passare escludendo il dibattito parlamentare e facendo ricorso ai voti di fiducia.
La pax armata con il Quirinale pareva essere stata siglata da qualche tempo. Oggi viene infranta perché l’oggettività dell’incostituzionalità dell’emendamento riguardante le parcelle statali agli avvocati che riescono a far remigrare i migranti è tale da aver fatto fare un salto sulla sedia a molti esperti giuristi tanto intorno al Capo dello Stato quanto intorno ad ambiti della stessa maggioranza. Tra questioni economiche e questioni securitarie, tra ampie disfunzioni sociali e restrizione degli ambiti di partecipazione civile, tra negazione dei diritti umani (vedasi il fallimento delle deportazioni dei migranti nei centri in Albania che ci sono costati carissimi…), il governo di Giorgia Meloni non può nemmeno rifarsi ad ottobre con una manovra espansiva. Toccherà stare in quei “margini ridotti” citati da Giorgetti, promettendo comunque nuovi incentivi ad uno stato sociale pressoché inesistente.
Ma, c’è da starne purtroppo certi, la ridefinizione della spesa bellica non avrà una ricaduta positiva su sanità, scuola, cultura, ambiente, infrastrutture, salari e pensioni. Servirà ad impedire soltanto che il rapporto tra deficit e PIL contraddica maggiormente le interessate previsioni dello stare al di sotto del 3% entro l’anno in corso. È una corsa contro il tempo, impostata su un regime di affanno costante, in celere aumento e che lascia presagire ancora maggiori tagli sociali perché la guerra in Medio Oriente, anche se dovesse terminare entro breve, farà sentire i suoi effetti piuttosto a lungo. Non lo dicono analisti di sinistra e progressisti, ma organismi di regolamentazione delle crisi del sistema capitalistico: Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. La domanda dunque rimane questa: era possibile attutire gli effetti della crisi più globale nel contesto locale, nello specifico in quello nazionale italiano?
La risposta è sì, se si fosse già da alcuni anni scelto di favorire un’espansione economica fondata sul lavoro, sul sostegno anche alle imprese con una finalizzazione che avesse per scopo la maggiore tutela anzitutto dei salari e delle pensioni, unitamente all’aumento delle risorse per rendere proprio il lavoro il cuore e il motore della produzione. La scelta è stata invece opposta: scudare i capitali, proteggerli da qualunque ipotesi di tassazione fortemente progressiva, non prendere nemmeno in considerazione l’ipotesi di una imposta sui super ed extraprofitti da capitale, rovesciando così tutti gli effetti delle crisi attuali sulla grande massa delle persone che non riescono a risparmiare un centesimo di euro al mese e che fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine dei trenta giorni.
Il fallimento del governo Meloni è completo: dalle questioni riguardanti i rapporti sociali a quelle inerenti i contesti civili ed umani. Non c’è un settore in cui l’esecutivo più conservatore ed eversivo nei confronti della Costituzione abbia brillato per rispetto dell’uguaglianza, per sostegno alle libertà tutte e ai diritti di ognuno e della collettività. L’ulteriore, aggiuntivo, fallimento economico è il coronamento di una disfatta di una finta classe dirigente che ha improvvisato l’arte del governare, che ha fatto dell’ideologizzazione retrodatata di autoritarismo e di prepotenza la cifra di una condotta con cui ha tentato di ridurre il Parlamento a cavalier servente e la Magistratura a potere obbediente nei confronti di Palazzo Chigi. Una umiliazione delle istituzioni che, infatti, è stata punita e bocciata col risultato referendario.
La politica estera è, d’altro canto, stata un altro fallimento del melonismo: l’abbraccio mortale con Donald Trump ha posto l’Italia in un isolamento europeo pressoché completo, mettendola in grande difficoltà persino nel contesto NATO. Non si salva nulla del governo Meloni. Il suo più grande successo è aver fallito ovunque e comunque. Per disgrazia dell’Italia, per sfortuna del mondo del lavoro, di milioni di studenti, di precari, di salariati con sempre meno salari, di pensionati con sempre meno pensioni e speranze di vita. L’alternativa a questo disastro va costruita con serietà e con capacità di analisi profonda. Non va improvvisata e non va nemmeno vissuta attraverso la competizione interna tra le forze del campo largo. Se così dovesse essere, il disastro meloniano si prolungherà e a pagarne sempre le conseguenze saremo tutte e tutti noi.
MARCO SFERINI
