L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha presentato il suo ultimo Economic Survey dedicato all’Italia, e il verdetto è impietoso: il nostro Paese dovrà rivedere al ribasso le proprie ambizioni di crescita. Secondo il report, diffuso nella giornata di ieri, il PIL italiano crescerà solo dello 0,4% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, percentuali al di sotto delle stime dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, che nel Documento di finanza pubblica aveva ipotizzato un +0,5% per l’anno in corso. Una seconda doccia fredda nel giro di poche ore per il governo italiano, che già ha dovuto subire il colpo del rapporto tra deficit e Pil non rientrato nei limiti europei del 3%, condannando l’Italia a un’altra manovra economica sotto il controllo di Bruxelles.
L’OCSE sottolinea che il conflitto in Medio Oriente e il conseguente shock energetico stanno frenando consumi e investimenti, mentre l’inflazione è destinata a salire al 2,6% nel 2026 prima di ridursi all’1,8% l’anno successivo. Il rapporto parla chiaramente di «una correzione di bilancio significativa» necessaria per riportare il debito su un percorso sostenibile.
Molto complesso rimane, secondo quanto attestato dall’OCSE nel rapporto, il quadro dei conti pubblici: il deficit si è riportato poco sopra il 3% del Pil, ma il debito continua a viaggiare su livelli assai elevati, oltre il 137% del Prodotto Interno Lordo. Secondo le stime, senza interventi strutturali non potrà che continuare ad aumentare. Per questo l’organizzazione ritiene necessario un consolidamento fiscale credibile, capace di assicurare una discesa duratura del debito. La ricetta indicata dall’OCSE vede come punti focali «un miglioramento dell’efficienza della spesa, il contenimento delle pressioni legate alle pensioni, il rafforzamento della compliance fiscale e la creazione di un mix fiscale più favorevole alla crescita». In questa direzione, l’OCSE invita anche a contrastare con maggiore decisione l’evasione, a ridurre il ricorso al contante e a rendere il prelievo sul lavoro meno penalizzante.
L’Organizzazione si concentra poi sulle faglie del mercato del lavoro e del sistema produttivo. In un contesto di invecchiamento della popolazione, il tasso di NEET (persone che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione), pur in calo, resta tra i più alti dell’area OCSE, e la produttività stenta a decollare a causa della predominanza di micro e piccole imprese. Per uscire dalla stagnazione, l’organizzazione raccomanda di proseguire nella semplificazione del contesto regolatorio e fiscale, potenziare il sostegno pubblico alla ricerca e sviluppo e migliorare le competenze e le pratiche manageriali. In tale cornice, il PNRR resta un sostegno decisivo: per l’OCSE è prioritario completare i progetti nei tempi previsti, proseguendo con riforme strutturali oltre il 2026. Parallelamente, si invita a migliorare la transizione dalla scuola al lavoro, rafforzare l’istruzione tecnico-professionale e rivedere le politiche attive, così da aumentare la partecipazione giovanile, intervenendo con maggiori risorse verso il sistema universitario.
Sul fronte energetico, poi, la ricetta appare chiara: occorre accelerare la transizione verso le rinnovabili e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, che continua a minare la competitività delle imprese italiane. «L’elettrificazione e il passaggio dal gas naturale alle rinnovabili sono fondamentali», mette nero su bianco l’organizzazione, sollecitando un’accelerazione sulle infrastrutture di trasmissione e stoccaggio dell’energia. Infine, l’Organizzazione invita il governo a concentrare gli eventuali interventi di sostegno sulle famiglie a basso reddito e sui settori produttivi più colpiti dall’aumento dei prezzi dell’energia, come l’agricoltura e i trasporti, evitando misure troppo generalizzate.
Stefano Baudino
