Nel contesto di una campagna di sindacalizzazione nata negli Stati Uniti a dicembre 2021, le vendite delle caffetterie della multinazionale Starbucks stanno tornando ad aumentare ma i profitti non decollano come vorrebbe l’Amministratore Delegato. Per cui, finiscono per pagare lavoratrici e lavoratori: Starbucks, che ha già licenziato 2.700 dipendenti statunitensi dal febbraio dello scorso anno, nell’ambito di un repulisti degli uffici denominato “un ritorno alla caffetteria tradizionale”, ora butta fuori altri 300 impiegati della sede centrale, chiudendo inoltre in prospettiva alcuni uffici di grandi città. Ai 120 milioni di dollari di incentivi alle dimissioni di impiegati/e, ne aggiunge 6 milioni di premi per l’alta dirigenza se raggiunge gli obiettivi di “snellimento”.
Oggi sono quasi 700 i negozi sindacalizzati Starbucks negli Stati Uniti. Vittorie conseguite, una per una, contro un campagna padronale, appaltata ad una azienda esterna, che ha inanellato centinaia di azioni antisindacali, che sono costate anche licenziamenti.
E’ dunque rilevante che quattro funzionari indipendenti, nominati dalle Nazioni Unite per ispezionare lo stato dei diritti a livello mondiale, abbiano denunciato Starbucks per violazione dei diritti umani, che avvengono attraverso minacce, molestie e intimidazioni nei confronti dei lavoratori che cercano di sindacalizzarsi per raggiungere un accordo di lavoro collettivo. La lettera dei quattro funzionari, datata 10 marzo ma resa pubblica in questi giorni, afferma che in diversi Stati dell’Unione la polizia è stata chiamata dall’azienda ad intervenire in occasione di picchetti, volantinaggi e altre attività di protesta dei lavoratori. E chiede a Starbucks, e per conoscenza al governo degli Stati Uniti, di rispondere alle accuse.
E da notare che nel dicembre 2025, Starbucks aveva pagato 38 milioni di dollari per transare un’indagine condotta dall’Agenzia per il lavoro della città di New York che aveva rilevato violazioni sistematiche delle leggi locali (che sono migliori per i lavoratori di quelle federali).
Anche alcuni proxy advisor (società specializzate nell’analisi delle informative societarie e nel fornire consulenza agli investitori) hanno lamentato, in prossimità dell’assemblea degli azionisti aziendali, che la controversia di lavoro nelle caffetterie che non trova uno sbocco positivo deprime i profitti. A ciò si è contrapposta la stragrande maggioranza degli azionisti, evidentemente poco interessati ai diritti dei lavoratori.
Starbucks ha 381.000 dipendenti nel mondo ed è la sesta più grande azienda per numero di addetti negli Stati Uniti, dove i suoi 9.600 negozi hanno una media di una ventina di lavoratori ma alcuni ne hanno poche unità.
La battaglia contro l’arroganza delle multinazionali (the corporate greed) continua ad essere alla base dei movimenti politici progressisti negli Stati Uniti. Bernie Sanders, nell’intervento del 16 maggio al Salone del libro di Torino, ha ricordato testualmente (lo riporta “Il Fatto Quotidiano”) che “Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio di 791 miliardi di dollari, possiede da solo più ricchezza del 53% delle famiglie americane messe insieme. Gli Amministratori Delegati delle grandi corporation guadagnano oggi 350 volte più del lavoratore medio. E il divario tra i super ricchi e tutti gli altri continua ad allargarsi: solo lo scorso anno, dopo aver ricevuto (da Trump) il più grande taglio fiscale della storia, i 938 miliardari americani sono diventati più ricchi di 1.500 miliardi di dollari. Negli ultimi sei anni, hanno più che raddoppiato la loro ricchezza. Mentre l’1% (della popolazione degli USA) sta meglio che in qualsiasi altro momento della storia, oltre il 60% (degli statunitensi) vive di stipendio in stipendio, quasi 800.000 persone sono senza casa e decine di milioni di persone fanno fatica a mettere il cibo in tavola e a pagare i costi esorbitanti di case, sanità, farmaci da prescrizione e beni essenziali. Nonostante l’esplosione della tecnologia e i massicci aumenti della produttività del lavoro, il lavoratore americano medio guadagna oggi, tenendo conto dell’inflazione intervenuta, quasi 30 dollari a settimana in meno rispetto a 53 anni fa. Quattro società di Wall Street (Blackrock, Vanguard, Fidelity e State Street) sono complessivamente i principali azionisti di oltre il 95% delle corporation degli USA”.
In questo contesto, il movimento sindacale statunitense è al minimo delle adesioni del lavoro salariato: E non è una novità che i negoziati tra Starbucks e i “suoi” baristi sindacalizzati, si siano interrotti all’inizio del 2025, per ricominciare mesi più tardi senza che sui temi più importanti si sia trovata una soluzione. In particolare, lo riporta il sito del sindacato Starbucks Workers United (SBWU), le richieste di: una presenza contemporanea nel negozio di almeno 3 addetti, un salario iniziale di almeno 17 dollari l’ora, l’aumento di retribuzione del 4% annuo, una maggiore flessibilità degli orari, un “codice dell’abbigliamento” (imposto ora dall’azienda) più variegato, norme contro la discriminazione e per la giusta causa (che negli USA non esiste) nei casi di licenziamento, maggiori tutele per la salute. E soprattutto la risoluzione delle centinaia di denunce fatte dal sindacato in questi anni contro lo union busting (attività antisindacale) di Starbucks USA.
L’azienda che, dopo anni di contrasto sindacale, aveva aperto a trattative collettive, afferma ora che vi si sta impegnando e ricorda che i benefici che essa dispensa autonomamente sono già alti rispetto a lavori similari. In queste occasioni, l’azienda perora pure la sua (ormai sbiadita) immagine progressista, quando Howard Schultz, il fondatore ora presidente onorario, lo stesso poi promotore di centinaia di centinaia di attività contro dipendenti che osavano alzare la testa, declamava appartenenze progressiste, tanto che avrebbe potuto diventare Ministro del Lavoro se Hillary Clinton avesse vinto le presidenziali del 2016 contro Trump.
La campagna sindacale di SBWU, che ha raggiunto ormai quasi 700 negozi dei 9.000 presenti negli USA , ha avuto successo per due motivi.
Uno, l’atteggiamento generalmente favorevole ai lavoratori della dirigenza dell’agenzia federale (originata dal New Deal rooseveltiano) National Labor Relations Board (NLRB), quando è stata nominata dall’amministrazione Biden. Dirigenza ora sostituita da Trump con elementi filopadronali, nell’ambito di politiche di smantellamento dell’equilibrio di poteri che le agenzia federali possono rappresentare e per un ruolo presidenziale assoluto.
Ma soprattutto il secondo motivo: le modalità con cui la sindacalizzazione si svolge. Si sono infatti avvicinati al sindacato, non solo in Starbucks, ex o attuali studenti universitari, gravati dal prestito studentesco e dal costo degli affitti, per nulla gratificati dalla qualità e dai ritmi del lavoro cui sono costretti e/o consci della sproporzione immensa tra le loro retribuzioni, ai limiti della sussistenza, e gli introiti dei Paperoni che dirigono le corporation con milioni di dollari di introiti. Le iniziative dal basso di giovani organizzatori sindacali rappresentano un di più rispetto alle tradizionali azioni, gestite negli Stati Uniti da personale retribuito. Come dimostra, in decine di caffetterie Starbucks, la produzione instancabile di iniziative di sindacalizzazione, come le “Giornate nazionali di azione” (con lo slogan Customers, join the fight! – clienti, unitevi alla lotta!) che chiedono alla clientela di “adottare un negozio” finora non sindacalizzato; i picchetti lungo le vie cittadine; il bus sindacale che gira per la Nazione, il lungo sciopero articolato più recente (il Red Cup Rebellion) dell’inverno 2025.
In conclusione, l’intervento dei funzionari dell’ONU sulla vertenza in Starbucks ricorda un tema che nel mondo sembra ormai in penombra: Workers Rights is Human Rights, “i diritti dei lavoratori sono diritti umani”; quello scritto sui cartelli esposti nei cortei della tendopoli del 2011 nello Zuccotti Park di New York (e in altre 900 città statunitensi) nell’ambito delle iniziative contro “l’un per cento” della popolazione, i miliardari e il loro strapotere economico e politico.
E si aggiunge all’appoggio che le ragazze e i ragazzi che lavorano in Starbucks hanno da vari settori settori sindacali / politici / associativi degli Stati Uniti per la loro coraggiosa lotta per il diritto del lavoro in una delle più importanti multinazionali del mondo.
fonti:
Reuters, W.Cunningham, Un human-rights experts urge Starbucks and us to address union-busting claims, 14.5 – Starbucks cuts 300 us corporate jobs and closes some regional offices, 15.5
