Zela Santi

Netanyahu voleva distruggere l’Iran. Ha ottenuto un Iran più forte, radicale e influente, capace di chiudere Hormuz e trattare con Washington da una posizione di forza. L’opposizione israeliana lo demolisce. Il Libano pagherà il conto.

Netanyahu e l’Iran: quando una strategia ventennale produce l’effetto opposto

C’è un paradosso che l’establishment israeliano fatica ad articolare pubblicamente ma che i suoi analisti più lucidi hanno cominciato a formulare con crescente franchezza: Benjamin Netanyahu, dopo vent’anni di pressione sistematica sull’Iran — diplomatica, militare, di intelligence — ha ottenuto esattamente quello che dichiarava di voler evitare. Un Iran più radicale, più compatto, più influente nella regione e, soprattutto, capace di sedersi al tavolo negoziale con Washington da una posizione di forza inattesa. Il tutto mentre Israele non è stato invitato a quel tavolo, e l’opposizione interna al premier si è trasformata in un coro bipartisan di critiche che, nel vocabolario politico israeliano, equivalgono a una resa dei conti.

L’attacco lanciato a fine febbraio aveva una triplice architettura di obiettivi dichiarati: neutralizzare il programma nucleare iraniano, eliminare la capacità missilistica balistica di Teheran e provocare il collasso del sistema politico della Repubblica islamica. Nessuno dei tre è stato raggiunto. L’Iran ha subito danni militari significativi, ma come ha scritto l’analista Danny Citrinowicz su Israel Hayom, “il risultato concreto oggi è un Iran più radicalizzato e pericoloso, un paese che persino Washington ora esita ad attaccare nuovamente.” Una frase che, provenendo da un quotidiano tradizionalmente vicino alla destra israeliana, ha il peso specifico di un’ammissione scomoda.

Hormuz come arma strategica: la mossa che ha cambiato tutto

La lettura di Citrinowicz identifica il momento di svolta con precisione: quando Teheran ha compreso che il conflitto aveva assunto i caratteri di una guerra esistenziale, ha attivato quello che considerava il suo strumento strategico più potente — non il programma nucleare, come temevano i pianificatori israeliani e americani, ma la chiusura dello stretto di Hormuz. Una mossa che ha messo in scacco simultaneamente le monarchie del Golfo alleate di Washington e prodotto turbolenze significative sull’economia globale, dimostrando che la leva geopolitica iraniana non risiedeva nei centrifugatori di Natanz ma nella geografia. Teheran controllava il collo di bottiglia attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, e lo sapeva da sempre. Ha aspettato il momento giusto per usarlo.

Il paradosso della “dottrina Netanyahu” — pressione massima, deterrenza, forza — è che ha funzionato tatticamente per anni, eliminando figure chiave dei Pasdaran, rallentando il programma nucleare con operazioni di sabotaggio, degradando le capacità di Hezbollah. Ma ha fallito strategicamente nel momento in cui avrebbe dovuto produrre i risultati decisivi, trasformando ogni successo parziale in un acceleratore della radicalizzazione interna iraniana.

La nomina di Mojtaba Khamenei — figlio della Guida suprema Ali Khamenei uccisa in un bombardamento israeliano, e considerato dagli analisti significativamente più intransigente del padre — come nuovo punto di riferimento nella successione alla guida dello Stato, insieme al rafforzamento ulteriore della Guardia Rivoluzionaria, sono la materializzazione di quello scenario che Netanyahu dichiarava di voler scongiurare.

Il conto elettorale e la tentazione libanese

In Israele il dibattito politico interno si è già trasformato in regolamento dei conti. Yair Lapid, leader dell’opposizione centrista, ha definito l’accordo in via di definizione tra Washington e Teheran “un disastro”, sottolineando che non affronta la questione dei missili balistici e che è “assurdo” che venga negoziato senza Israele al tavolo: “La situazione attuale è il risultato di un continuo fallimento del governo.” Yair Golan, leader dei Democratici, ha spinto l’analisi sul piano personale, sostenendo che Netanyahu — sotto processo per corruzione, frode e abuso di fiducia — ha trasformato per le sue vicende giudiziarie personali Israele in “una potenza debole a livello regionale e globale.” Accuse che arrivano da destra e da sinistra con la stessa intensità, il che nella politica israeliana è un segnale inequivocabile di crisi strutturale della leadership.

Nessuno, nel frattempo, crede seriamente che le monarchie arabe sunnite accelereranno l’adesione agli Accordi di Abramo — la normalizzazione con Israele sollecitata da Trump come forma di compensazione simbolica per l’accordo con l’Iran. Il contesto regionale post-conflitto non offre incentivi a quella direzione, e le capitali del Golfo hanno dimostrato di saper leggere i rapporti di forza con pragmatismo superiore a quello delle cancellerie occidentali.

A Netanyahu rimane una carta: il Libano. E probabilmente Gaza. La “rivalsa” prevedibile — come la definisce il giornalista Michele Giorgio — sarà la ripresa delle operazioni militari contro Hezbollah e Hamas, con la richiesta agli Stati Uniti di mano libera. Un copione già scritto, con vittime già identificate. Libanesi e palestinesi pagheranno il prezzo di una strategia che ha fallito altrove, trasformati in bersagli di sostituzione per una leadership che non riesce a consegnare vittorie vere e ha bisogno di immagini di guerra per sopravvivere politicamente

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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