Tanto importante era e rimane la riforma del premierato (o del presidenzialismo più spinto) per quella che il generale Vannacci definisce una “destra autentica“, ossia la sua, da farne la madre di tutte le lotte. Differente, questa destra, da quella attualmente al governo, quella di Giorgia Meloni che, ipse dixit, avrebbe «perso la Trebisonda», perché, proprio rispetto alle promesse fatte su tre grandi assi di mutamento dell’ordine costituzionale, repubblicano e democratico sarebbe dovuta intervenire con risolutezza, vincere queste battaglie e, quindi, portare a casa un bottino di cambiamento radicale dell’impianto difeso dalla Carta del 1948. Invece, né l’autonomia differenziata, né il premierato, tanto meno la controriforma della magistratura-giustizia messa sulla carta da Meloni e Nordio si è potuta concretizzare.
Nei primi due casi l’impantanamento è imputabile alla stessa maggioranza di governo e alle contraddizioni che ha incontrato sul suo cammino; nel terzo caso la sonorissima bocciatura è avvenuta con il NO espresso dalla maggioranza degli italiani che hanno votato a fine marzo. Il linguaggio vannacciano è costantemente pregno di metaforizzazioni, di adeguamenti stilistici che lascino intendere i veri fini senza doverli esplicitamente affermare: non tanto per evitare accuse di neofascismo, di postfascismo, di fascismo tout court hic et nunc. Quanto, semmai, per adoperare una dialettica relativizzante che faccia apparire possibile ciò che è stato sconfitto e condannato dalla Storia per aver portato l’Italia in un regime autoritario spietato, omicida, repressivo e nazionalistico-militare che è finito, come prevedeva Gramsci, con la guerra di aggressione.
La “destra autentica” che Vannacci reclama come propria etichetta di riconoscimento, come marchio registrabile oggi di fronte ad un’altra destra scesa a troppi compromessi, è sempre quella della stigmatizzazione delle differenze, della subordinazione delle minoranze alle maggioranze, dell’identità come un qualcosa di separato da tutto il resto della Storia umana, di quella dell’Italia stessa che pare provenire esclusivamente dal ventesimo secolo e non anche dalle tante interazioni che si sono avute nel corso degli altri secoli e dei millenni. Per cui l’italianità è il frutto di una mutazione continua entro il contesto tanto europeo quanto mondiale e non un qualcosa di geneticamente riconoscibile e difendibile a prescindere dagli stessi cambiamenti naturali delle eliche del DNA.
L’attenzione che suscita il generale si basa su una chiarezza espressiva che, spesso e volentieri, oltrepassa la sfacciataggine e che volutamente lo fa per arrivare a toccare le corde dell’esasperazione di milioni di cittadini che sono vessati dalla crisi economica, dalla povertà incedente, dal disagio socio-culturale provocato dall’incontro con culture e con fenomeni che le esprimono che sono profondamente diversi dai nostri e che, proprio per questo, generano una sensazione di smarrimento senza soluzione di continuità. Non siamo ancora capaci, dopo ottant’anni di democrazia repubblicana, di considerare il confronto non come minaccia bensì come opportunità. Non lo siamo perché, nella migliore delle ipotesi, siamo stati abituati a reputare l’altro da noi come una possibile minaccia ad una stabilità tanto storica quanto attuale della composizione familistica e di quella più ampiamente etnica che ci riguarda.
La destra autentica di Vannacci è autenticamente nazionalista solamente nel rivendicare tutta una serie di prevenzioni e pregiudizialità che si basano sull’elemento della forza come ri-costituente di uno Stato che oggi, proprio per via della democrazia, che è sempre molto ricca di contraddizioni perché non deve essere irregimentabile, ma lasciare invece il massimo della libertà a ciascuno e tutti nel rispetto vicendevole, è visto, vissuto, fatto vedere e fatto vivere come una debolezza inaccettabile. Esiste, ovviamente, in perfetta saldatura con la critica al regime parlamentare, al carattere assolutamente plurale della Repubblica (che, si intende, i Vannacci di turno affermano di voler difendere senza se e senza ma…), quell’antitesi profonda (e naturale) nei confronti di ogni progressismo possibile. La conservazione e la retrodatazione degli eventi è la regola.
Non è necessario guardare al passato con un nostalgismo che alimenti soltanto vecchie specie di sogni di autoritarismo e di gloria imperiale. Vale, in questo frangente, sempre il motto almirantiano: «Non rinnegare, non restaurare». Nessuna abiura rispetto all’epoca del Ventennio, per cui non ci si definirà mai per quel che nella Repubblica Italiana è naturale essere per ogni cittadina e cittadino, ossia antifascisti, democratici e, via di seguito, socialisti, liberali, ecologisti, comunisti, democratico-cristiani, anche di destra ma comunque entro l’arco costituzionale, ma si affermerà che il fascismo è morto più di ottanta anni fa, che l’antifascismo quindi non ha alcun senso perché manca la premessa che lo legittimi: l’esistenza del suo contrario. Giochetti e sciaradine di piacere, che vellicano la voglia del sento-non sento, dico-non dico, vedo-non vedo.
Su questo crinale di ambiguità gioca volutamente chi oggi reclama il diritto (democratico) di associarsi politicamente per cambiare il corso della vita nazionale nel nome di una durezza muscolare che sia esercitata più nei fatti rispetto alle parole: non con i toni utilizzati dal Presidente del Senato in molte occasioni. Nemmeno con la sempre presente vis polemica di Giorgia Meloni che rintuzza di continuo le opposizioni in Parlamento, senza offrire quella cortesia istituzionale che, tuttavia, non esclude affatto l’esposizione anche risoluta delle proprie affermazioni e dei propri intendimenti di governo. Ma con il sorriso sulle labbra, con la naturalità di chi, quando afferma che la “categoria degli LGBTQIA+” hanno tutti i diritti perché «se vanno in un ospedale li curano, se vanno per la strada possono tranquillamente guidare, se vanno a scuola gli insegnano».
La premessa per Vannacci è questa: «Non capisco perché il frutto di un orientamento sessuale, quindi di un gusto personale, debba poi dare luogo a dei diritti». Il generale non lo capisce perché non considera l’omosessualità come espressione della naturalità umana che non è, infatti, esclusivamente eterosessuale per fini meramente riproduttivi. Qui il discorso si farebbe molto ampio, perché si dovrebbe partire dal fatto che, facendo parte del regno animale, essenso noi umani dei primati che si sono evoluti e hanno ottenuto un grado di autocoscienza che altri esseri viventi non posseggono al nostro pari, noi possediamo tutte le caratteristiche che anche gli animali non umani hanno. L’omosessualità è presente in molte specie: gli scienziati l’hanno riscontrata in oltre millecinquecento specie, non solo di primati, ma pure di uccelli, insetti e invertebrati.
Dunque è assolutamente naturale essere tanto etero quanto omosessuali; così come è naturale scoprire istintualità che seguono certamente un desiderio o, per dirla alla Vannacci, “un gusto“, ma che sono alla fine parte specifica dell’essere senziente che è, in questa società, un cittadino, un animale umano che si pone – e la destra di questo ne va grandemente fiera – al vertice della piramide evolutiva rivendicando tutto l’antropocentrismo possibile e, senza alcun magari, anzi certamente, nel nome di una qualche sorta di benedizione non evoluzionistica ma creazionista. Dio, l’uomo, la natura da dominare. Quindi l’esaltazione della diseguaglianza come elemento assoluto di distinzione positiva per la maggioranza e di stigmatizzazione per la minoranza, è – come affermava molto sagacemente Norberto Bobbio – il terreno su cui la destra prende in prestito le caratteristiche date dalle diversità naturali per farne il proprio punto di forza.
Quindi, ecco che la differenza sostanziale tra destra e sinistra rimane sempre questa: la prima pretende di imporre una uguaglianza forzata sulla base del criterio di maggioranza assunto come cardine identitariamente dogmatico e non discutibile in alcun modo (perché nel numero maggiore si riconosce la forza, nella forza si riconosce il diritto di esercizio della stessa che è, poi, la sostanza fondante del dominio: ora di un gruppo etnico, ora di una classe sociale, ora di un interesse economico espresso da una casta o da una classe contro un’altra classe e, magari, proprio prendendo a prestito anche una identità etnica). La seconda, senza banalizzare l’uguaglianza nel livellamento indistinto, la predilige come elemento collettivo declinabile singolarmente rispettando tutte le specificità, le differenze: in quanto espressione di ricchezze naturali che consentono un maggiore sviluppo della libertà di ognuno e di tutti.
«Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione!». Laddove per normalità si deve intendere che non essendo la regola prestabilita sulla base del riconoscimento della maggioranza come unico elemento caratterizzante da parte della natura nei confronti degli esseri umani, ne deve per forza di cose vigere un’altra. Da una concezione antropologico-sociale fondata sulla predominanza dell’uguale derivata dal riconoscimento esclusivo di una fondamentalità data dalla grandezza numerica dei suoi componenti, ne deriva conseguentemente l’ideologizzazione della forza come contraddistinzione della giustezza, della correttezza, di una moralità, di un’etica che è, ergo, quella da rispettare. L’unica, inflessibile, inadattabile alle minoranze che, quindi, vanno considerate in un contesto di “comprensione” e di “tollerabilità“.
La Costituzione della Repubblica, in tutta evidenza, è altro da tutto questo. Mentre “riconosce” i diritti inviolabili dell’uomo «sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…» (articolo 2); mentre riconosce sempre il diritto di ogni cittadina e cittadino al lavoro, oppure “tutela” le minoranze linguistiche, afferma senza premesse di questo tipo, al primo comma dell’articolo 3, che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Quindi la Repubblica qui non riconosce, ma prende atto che la condizione umana in sé e per sé è tale e non promana da nessun ente. Nemmeno dallo Stato che è l’istituzione rappresentativa del popolo che assume la forma repubblicana come maggiore espressione del principio moderno di eguaglianza.
Ricapitolando: maggioranza vuol dire forza e legittimità etica; quindi diritto civile, sociale, morale e culturale di imporre una unica impostazione “nazionale” che non ammette differenze alcune e che, quando sembra farlo, si inserisce in un opportunistico regime di tollerabilità ma mai di condivisione (l’accettazione, in sé e per sé rimane un concetto negativo perché è un disporsi sempre e soltanto dall’alto in basso: chi accetta sta un gradino più alto rispetto a chi è accettato). Questo è il vecchio e nuovo modo di pensarsi del fascismo: nella prima metà del Novecento con tanta coreografica ostentazione e pratica della virulente violenza squadristica, del corpo del Duce esibito dai balconi e dalle alte tribune comiziali; nella seconda metà del secolo breve con il doppiopetto almirantiano. Oggi con la finzione dell’accettazione delle regole democratiche.
Si tratta sempre degli eredi di una rivalsa rivoluzionaria, di stampo assolutamente conservatrice, che intende sovvertire la Repubblica democratica, parlamentare e delle vere autonomie locali. Si tratta di coloro che non si possono dichiarare antifascisti perché sono l’esatto contrario: lo sono senza dirsi tali. Gli basta praticare quella disposizione nei confronti di una idea di società fondata sul mito della purezza razziale, della mascolinità come fulcro di un familismo che pretendo naturale e che non lo è più da molto tempo. Unitamente a tutto ciò va di pari passo la finta propensione sociale: del movimento prima dei fratelli e dei futuri nazionali di oggi. Basta andare a rileggersi la storia delle tante trame nere degli anni Settanta per avere chiaro che la Patria di questi soggetti è quella dei privilegi, delle compromissioni, dell’odio e del disprezzo, degli stigmi e dei finti moralismi.
Chi pensa di poter affermare, sulla scorta di analisi meticolose quanto ciecamente settarie e iper-identitarie, che progressismo e destra di governo o vannacciana sono la stessa identica cosa, che centrodestra e centrosinistra sono uguali, che non c’è differenza alcuna e che, quindi, un fronte costituzionale, antifascista e democratico è impossibile da fare con le sinistre moderate e anche con parte del centro liberale, commette un errore clamoroso. Per poter affermare nuove istanze egualitarie e di classe, bisogna prima di tutto impedire ai peggiori reazionari di trasformare ulteriormente la società in antisocialità, in un grumo di individualità esasperate che pensano solamente a sé medesime e che sono alimentate esclusivamente dalla rabbia data da un disagio che deve poter essere affrontato dal punto di vista del mondo del lavoro e non dell’impresa.
Le contraddizioni sono evidenti: le responsabilità storiche del centrosinistra le conosciamo tutte e tutti. Ma conosciamo anche le responsabilità di una destra che ha fatto per decenni danni incalcolabili e che oggi li amplifica ulteriormente. Compito della sinistra di alternativa è praticarla questa alternativa: iniziando dall’inserirsi nel campo progressista e fare la propria parte. Per quanto minore possa essere, ha delle ragioni che possono essere ascoltate e condivise con altre forze. Arrivare a questo punto è possibile se si scongiura all’Italia un altro lustro di politiche meloniane, un’altra sequela di minacce all’ordine democratico parlamentare. La descrizione del vannaccismo, coevo al melonismo, non dovrebbe lasciare dubbi di sorta…
MARCO SFERINI
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