Foto da https://www.lasinistraquotidiana.it/
Il video sembra una sequenza cinematografica di una di quelle serie che hanno al centro della sinossi la violenza tout court, quella propriamente gratuita, tipica di chi la mette in pratica perché non conosce nessun altro modo per esprimersi compiutamente e per esprimere nello stesso eguale modo la sua vera natura, la sua essenza primordiale e primitiva. Due minuti di riprese, quindi, fatte da qualcuno che non passava per caso.
È un video quello che ritrae Giuseppe Barboni, imprenditore nel settore del lusso, aderente a Futuro Nazionale dell’ex generale Roberto Vannacci, presenzialista a “La Zanzara” di Cruciani dove definisce i migranti “melme ingrate“, che per le modalità con cui è stato girato non pare proprio frutto dell’improvvisazione. Il telefonino di chi inquadra segue la scena passo per passo, non sobbalza per la crudezza di ciò che via via avviene; rimane ben posizionato e fornisce anche la prova migliore possibile per l’individuazione degli illeciti e dei reati commessi.
Sembra che a San Benedetto del Tronto, dove si è svolto il fatto, un clochard di origine irachena da tempo desse fastidio ai passanti, intralciando la circolazione veicolare delle auto e delle moto. Su Internet scrive lo stesso Barboni: «Questo iracheno sono mesi che tormenta la città e in sole ventiquattro ore ha fatto il delirio più totale. Io, come si può vedere dal video, ero particolarmente tranquillo. Erano dieci minuti che bloccava il traffico senza motivo». La calma prima delle tempesta.
Perché si vede molto bene che il migrante è in evidente stato di alterazione: probabilmente è ubriaco, dice qualcuno. Le cronache scrivono che poco prima era passato un camion della nettezza urbana e gli aveva portato via quei quattro poveri arnesi che aveva per vivere per strada: una tenda e un po’ di ricambi. Così l’uomo sbraita in mezzo alla strada, si agita, si dimena. Pare che siano quattro anni che vive lì alla male e peggio. Ma questo conta poco per chi vuole montare il caso con fare sceriffesco da buon neonazionalista e superpatriota.
Quello che doveva essere fatto, da parte di qualunque cittadino, era chiamare le forze dell’ordine e lasciare che se ne occupassero loro predisponendo i protocolli del caso. Certamente in questi frangenti un Trattamento Sanitario Obbligatorio è raccomandato anche a tutela della persona che non è completamente in sé. O forse bastava aspettare che l’uomo si calmasse provando a capire il perché di quel suo comportamento. Invece lui diviene in un attimo un “problema” da risolvere.
L’imprenditore agguanta una bicicletta e la fa volare per aria. Poi si dirige verso l’uomo che è sulle strisce pedonali. Dopo essere stato chiamato per nome dall’iracheno (che evidentemente lo conosce), tenta di afferrare l’uomo varie volte: questi protesta, si divincola e si altera ancora di più. Nel momento in cui i toni di voce si alzano, scatta l’azione violenta. Il clochard viene preso di peso, spinto per terra, preso a pugni sul viso e sul petto e poi scaraventato di mala maniera tra due pali stradali.
Poi il video si interrompe e inizia ad essere dato in pasto alla fogna social. Ma la domanda rimane aperta: ci si può fare giustizia (ammesso che si tratti di questa…) da soli? Si può agire in modo da esercitare una prerogativa, quella della forza (e della violenza) che è solo dello Stato e che è riconosciuta in quanto tale come caratteristica dell’istituzione da tutti i manuali di diritto costituzionale? Evidentemente no, ma il punto è ancora un altro: chi agisce in questo modo ritiene di averne diritto, di essere nel più che giusto, nel rappresentare una sorta di esempio per gli altri.
Dietro questa postura sceriffesca c’è ovviamente una narrazione da estrema destra, a cui l’imprenditore, senza alcun mistero, appartiene con tanto di tessera del partito vannacciano. Esiste una violenza praticata, letteralmente materiale, rivolta contro le persone che vengono prese di mira – fondamentalmente perché non rientrano in determinati schemi, standard, regole previste o cornici e perimetri morali e tradizionali – e una enfatizzata ogni giorno da comizi e comparsate televisive.
Dietro l’apparente pacatezza dei toni, dietro i sorrisini di circostanza per darsi la parvenza virtuosa del perbenismo a tutto tondo, si può vedere chiaramente l’intento di esagitare gli animi promuovendo una (in)cultura della discriminazione razziale, dell’omobilesbotransfobia, della stigmatizzazione delle diversità che coincidono con le minoranze e che, quindi, non hanno altro diritto se non sottostare al volere della maggioranza.
Nel concetto di maggioranza viene incluso tutto ciò che, di conseguenza, è direttamente connesso con la presunzione della “normalità“. Prescindendo dalla Natura stessa che include più e meno, forti e deboli senza anteporre a queste categorie alcuna presupposizione, alcun preconcetto.
L’umano che si ritiene invece super-umano (e non affatto “oltre-umano” come invece Nietzsche intendeva l’essere che noi siamo (o possiamo diventare), capace di accettare tutta la tragicità della vita e tutte le sue contraddizioni, comprese le differenze e compresa la creazione di nuovi piani valoriali capaci di superare le finzioni prodotte dell’occidentalismo plurimillenario) fa della forza la sola discriminante possibile tra lui e il resto del mondo. La forza è, necessariamente, leva della violenza, visto che non si può essere così aggressivi senza senza esercitare la propria di forza, trascendendo quasi completamente dalla ragione.
La storia di ogni autoritarismo è storia di repressione delle minoranze. Il Novecento ha chiarito molto bene questo assioma nel tragico inveramento che ha avuto con i totalitarismi. Purtroppo, ad ogni giro di crisi economico-sociale, la risposta di destra viene vellicata dal capitalismo e viene sollecitata anche da larga parte della (dis)informazione che porta alla ribalta personaggi come Vannacci che, altrimenti, non avrebbero avuto spazio alcuno nel già complicato panorama politico italiano.
Una serie di concause partecipano ad una precipitosa, rapida ascesa nelle percentuali e ad un ringalluzzimento dell’estremismo parolaio, del qualunquismo più becero che si nutre di tutta una lunga sequela di luoghi comuni che non appartengono, purtroppo, alla sola cara vecchia improntitudine del post e neofascismo italiano, ma pure al neomaccartismo di matrice trumpiana.
Tornando al fatto di San Benedetto del Tronto, c’è una questione da sottolineare ulteriormente: sembra, da molti commenti di odiatori seriali sui social che il comportamento violento di Barboni debba quasi passare come gesto eroico, arginatore di una violenza ben più grave data dalla molestia dei migranti che barboneggiano nelle piazze, nelle vie delle città e molestano le persone. Esistono questi fenomeni, certo che sì. Ma non sono connaturati ad una etnia, ad una categoria sociale: il migrante, come l’italiano, non è di per sé brutto, sporco e cattivo.
Lo può divenire se non è sottratto ad una condizione di scivolamento verso un disagio sociale che riguarda chiunque e che non fa distinzione. Per questo la povertà è trasversale rispetto alle nazionalità. Ma la stereotipizzazione incalza e, sempre nella cloaca dei social, si possono ascoltare esponenti di Futuro Nazionale riecheggiare con un’enfasi attoriale una italianità che affonda le radici sui colli fatali di Roma: nemmeno i longobardi avevano rappresentato un pericolo così fatale per l’”italianità” come lo rappresentano gli islamici.
Rotari e corte appresso erano – si sente sbraitare – una modesta percentuale di “migranti“. La vera invasione è quella di oggi: un qualcosa di epocale che sta facendo raggiungere la doppia cifra degli “stranieri” in Italia. Peccato che nel conto vi siano già figli di emigranti (forse detta così suona più familiare anche rispetto alla storia nostra, di noi italiani che abbiamo preso le valigie di cartone per oltrepassare gli oceani ed andare dal nord al sud America come in Australia per “fare fortuna” e siamo stati trattati spesso così come i Vannacci di turno vorrebbero trattare i migranti odierni), che sono di seconda o terza generazione e che parlano l’italiano meglio dei neofascisti presenti in Parlamento.
Purtroppo provare a spiegarsi con questo primitivismo acefalo è non solo impossibile ma anche inutile. Molto più utile è farsi delle domande là dove coloro che tentano la ricostituzione di un partito fascista (non “del“, ma di “un“) in Italia vorrebbero vi fossero solamente delle certezze: razziali, sessuali, culturali, morali, religiose (per queste si scivola persino oltre il dogmatismo propagandato dalla Chiesa cattolica). Il tutto combinato in un patriottismo che non ha nulla a che vedere, ad esempio, con quello risorgimentale mazziniano o garibaldino. Ma nemmeno con l’idea di Italia che avevano quei colonizzatori del Sud che sono stati i Savoia senza Cavour. La Repubblica è di per sé qualcosa di condiviso.
Non è esclusivismo, non è particolarismo, ma è inclusione, rispetto di ogni singolarità, di ogni minoranza nel nome non di una maggioranza che lo permette, ma che entra in un rapporto simbiotico con tutto ciò che le sta intorno e anche al suo interno. I futuristi nazionali di Vannacci invece rileggono la Storia seguendo degli stantii canoni mussoliniani sulla grandezza romana e pensano di interpretarla correttamente quando affermano che noi italiani abbiamo millenni di storia alle spalle. Per intenderci: Cicerone, Tito Livio, Augusto, Enea o Romolo e Remo non avevano nemmeno la più pallida idea di cosa significasse essere quegli “italiani” che ci diciamo essere da quasi tre, quattro secoli…
La lingua italiana in quanto tale affonda le sue radici nel latino, non c’è dubbio; ed è la più vicina all’antico idioma dell’Urbe, della sua repubblica e del suo impero. Ma la letteratura italiana è un prodotto abbastanza moderno, tanto che per quella dei romani si parla di letteratura latina dal III secolo avanti Cristo fino almeno al Medioevo. Se è mai esistito uno Stato multietnico, ebbene quello è stato l’Impero romano che, nella sua espressione di violento soggiogatore dei popoli conquistati, lasciava loro comunque una buona autonomia a patto che si fornisse alla capitale tutto il necessario.
Quindi la complessità degli eventi storici è tanta e tale da non consentire affatto un riduzionismo così banale che consenta di mettere sulla stessa linea di coerenza politica, ideale, morale, civile ed economica la Roma dei Cesari con quella di Mussolini o dei neofascisti che ne vorrebbero fare il centro della loro disgraziata politica. I video di questi sostenitori dell’ex generale spopolano alquanto su Instagram, su Facebook. Sono presentati con voce stentorea, quasi ad imitare il criminale che ha (s)governato l’Italia per oltre vent’anni e, anche per questo, rasentano se non il ridicolo quanto meno la più assurda delle pateticità. Eppure, proprio perché eccedono dal ragionamento pacato, hanno un certo successo.
Piace, quindi, comunque ad una minoranza (tanto per rimanere in tema…) questo pressapochismo anticulturale, questa nuova vuota banalità del male che, in quanto vuota è riempibile con tutte le antiargomentazioni del caso. Invece un ragionamento serio, quindi davvero circostanziato e non affidato alle frasi ad effetto del consumato populista rinato a nuova vita, occupa energie che, evidentemente, non si vogliono spendere. Un po’ come comperare una rivista di enigmistica, compilare tutti i quesiti copiandoli dalle soluzioni e poi affermare la propria bravura. Se qualcuno scopre l’inganno, si fa presto a dire: «Ma allora non dovevano metterle le soluzioni!». La volpe e l’uva tornano sempre, davvero…
Così è per la triste vicenda di San Benedetto del Tronto. Quell’uomo ubriaco e molesto poteva essere affidato alle cure di un presidio sanitario tramite un’ambulanza chiamata sul posto. Invece si è scelta la notorietà per qualche giorno, sapendo come funziona ormai: il video fatto ad arte rimbalza ovunque sui social, va a finire nelle televisioni, ne parlano al programma radiofonico peggiore che ci sia (un po’ di meraviglia ancora rimane su come possa essere che vada in onda sulla radio della Confindustria… ma, si sa… pecunia non olet…) e così qualche consenso in più alla patologica (anti)causa dell’ex generale arriva. Ma è anche possibile, per molte e per molti, forse accorgersi fin dove può arrivare la crudeltà gratuita.
Quei pugni sferrati quando l’iracheno è a terra, quel lanciarlo tra i pali sono il segno di una brutalità feroce che non può essere tollerata e non può passare come un semplice “eccesso d’ira“. Pare un istinto primordiale, primitivo per l’appunto. Un qualcosa che non può obbedire ad una razionalità e ad un comportamento sociale che, infatti, non c’è: perché se vi fosse stato, ci si sarebbe fermati anche davanti alla provocazione dell’ubriaco che grida il tuo nome per dileggio. Invece l’unica (in)cultura che prevale è quella dell’alternativa secca e netta: se devo avere spazio io, gli altri non possono goderne. Dove ci sono io non possono esserci i diversi rispetto a me.
Nemmeno più il falso concetto positivo di “tolleranza” trova un po’ di spazio qui. Solo sguardi dall’alto in basso, pregiudizi, razzismo, fobie di varia natura e tutte antisociali, incivili, immorali. Abbiamo ancora una buona dose di anticorpi costituzionali (ed umani) per renderci conto che se iniziamo a minimizzare questi episodi e non li trattiamo per quello che sono, ossia per il prodotto di una politica del disprezzo e dell’odio suprematista a tutto spiano, rischiamo di permettere che divengano una normalità che non può, invece, avere alcuna cittadinanza nella Repubblica.
MARCO SFERINI
