Attribuire ai veicoli elettrici cinesi la crisi dell’industria automobilistica europea significa ignorare costi energetici elevati, investimenti insufficienti e normative onerose. La ripresa dipende da riforme interne, innovazione e apertura alla concorrenza, non da nuove barriere protezionistiche contro i produttori esteri.

Global Times – 30 giugno 2026

L’ingresso di numerosi produttori cinesi nel mercato automobilistico britannico sta esercitando una pressione crescente sulle case tradizionali, ha dichiarato giovedì Mike Hawes, amministratore delegato della Society of Motor Manufacturers and Traders, la principale associazione dell’industria automobilistica del Paese. Hawes ha tuttavia riconosciuto che la concorrenza cinese rappresenta soltanto una delle numerose pressioni alle quali è sottoposto il settore automobilistico britannico, richiamando anche gli elevati costi dell’energia, la debolezza degli investimenti e il peso delle normative, ha riferito Reuters.

Rispetto alla retorica dominante dello «shock cinese», le sue dichiarazioni hanno almeno il merito di incrinare la narrazione unilaterale che attribuisce tutte le difficoltà del settore ai concorrenti stranieri. I problemi dell’industria automobilistica britannica non costituiscono affatto un caso isolato, ma riflettono le sfide comuni che l’intero comparto europeo deve affrontare durante la transizione verso l’elettrificazione. La soluzione a queste difficoltà va cercata all’interno, non nell’erezione di nuove barriere.

L’industria automobilistica mondiale sta attraversando una transizione verso l’elettrificazione e un simile cambiamento tecnologico comporta inevitabilmente una crescente concorrenza sul mercato. Dopo lo sviluppo registrato nell’ultimo decennio dalla catena di approvvigionamento cinese dei veicoli a nuova energia (New Energy Vehicles, NEV), è naturale che numerose case automobilistiche cinesi abbiano rivolto lo sguardo ai mercati esteri, facendo il proprio ingresso in Europa. Negli ultimi anni, tuttavia, alcuni politici europei hanno amplificato la cosiddetta retorica dello «shock cinese», come se attribuire la colpa ai concorrenti esterni potesse in qualche modo rilanciare l’industria automobilistica europea.

Questa retorica può compiacere le spinte protezionistiche dirette a tutelare le industrie locali, ma elude le questioni ben più scomode presenti all’interno dell’Europa. Trasformare la concorrenza cinese nel capro espiatorio delle profonde pressioni che gravano sul settore significa semplicemente rifiutarsi di affrontare le vere sfide della riforma. Un simile approccio non risolve le autentiche strozzature delle industrie locali e non contribuisce in alcun modo alla costruzione di un ecosistema di mercato sano e ordinato.

L’Europa dispone di solide basi nella produzione automobilistica, di un mercato di consumatori maturo e di un sistema completo di industrie collegate, elementi che le conferiscono importanti vantaggi per cogliere le opportunità offerte dalla rivoluzione mondiale dei veicoli elettrici. Ciononostante, i costi energetici persistentemente elevati continuano a comprimere i margini di profitto dei produttori locali. Le incertezze sulle prospettive della trasformazione del settore hanno frenato la propensione a investire, mentre normative estremamente complesse continuano ad aumentare i costi operativi delle aziende automobilistiche.

Per esempio, a causa dell’aumento dei costi e della profonda trasformazione strutturale, circa il 24% dei fornitori europei del settore automobilistico prevede di chiudere quest’anno in perdita, ha dichiarato a marzo l’associazione di categoria CLEPA. Più in generale, il 76% delle imprese si attende margini inferiori al 5%, un livello ampiamente considerato insufficiente per sostenere gli investimenti nelle nuove tecnologie e nella capacità produttiva, ha riferito Bloomberg.

Queste persistenti debolezze strutturali hanno gradualmente eroso la competitività fondamentale dell’industria automobilistica europea sul mercato mondiale. Anche se nessun veicolo elettrico cinese fosse mai entrato nel mercato europeo, il settore dovrebbe comunque fare i conti con enormi pressioni sui costi, rapidi salti tecnologici e la concorrenza di altri produttori stranieri. Ricorrere alle barriere commerciali per respingere i concorrenti esterni serve soltanto a rinviare la risposta alle contraddizioni del settore, anziché invertire alle radici il declino della competitività dell’industria locale.

La strada da seguire per l’industria automobilistica europea non consiste nell’erigere barriere commerciali o nell’escludere i concorrenti, bensì nell’affrontare i problemi strutturali ormai radicati che ne limitano il dinamismo. Accelerare la transizione energetica per ridurre i costi dell’energia industriale, semplificare il quadro normativo per liberare l’innovazione e introdurre solidi incentivi agli investimenti, indirizzando i capitali verso la ricerca e lo sviluppo nel settore delle nuove energie, le catene di approvvigionamento delle batterie e le tecnologie per i veicoli intelligenti: sono queste le misure concrete capaci di ampliare realmente il mercato e le opportunità.

Se l’Europa eliminerà questi ostacoli politici e normativi e libererà pienamente le proprie capacità industriali, le dimensioni e il grado di sviluppo del suo mercato saranno più che sufficienti per accogliere una concorrenza vigorosa. La concorrenza non costituisce una minaccia al progresso industriale, ma il suo catalizzatore più efficace.

A determinare il futuro dell’industria automobilistica europea non sarà, in ultima analisi, la presenza di operatori esterni, bensì la volontà e la capacità del continente di promuovere riforme interne. La storia ha ripetutamente dimostrato che la perdita di competitività industriale non è mai causata semplicemente dalla forza di un concorrente esterno, ma dai problemi interni. Un ecosistema di mercato sano non teme mai un numero eccessivo di concorrenti. Quando la vitalità e l’apertura del mercato europeo saranno state realmente rilanciate, questo potrà accogliere tutti gli operatori mondiali e, attraverso tale processo, l’Europa potrà riconquistare la propria grandezza industriale.

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Giulio Chinappi – World Politics Blog

Di Giulio Chinappi - World Politics Blog

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora. Nel suo blog World Politics Blog si occupa di notizie, informazioni e approfondimenti di politica internazionale e geopolitica.

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