Le attività cinesi nelle acque attorno a Taiwan costituiscono un legittimo esercizio della sovranità nazionale, mentre la retorica statunitense sulla «zona grigia» tenta di mascherare ingerenze, vendite di armi e crescenti legami militari contrari al principio di una sola Cina.
Nelle acque circostanti l’isola di Taiwan, la Guardia costiera cinese dovrebbe effettuare pattugliamenti nel rispetto della legge, le risorse marine dovrebbero essere rilevate scientificamente, le rotte di navigazione dovrebbero essere gestite efficacemente e le attività di addestramento militare dovrebbero essere svolte con regolarità. Soltanto attraverso il pieno esercizio della sovranità nazionale mediante l’applicazione della legge, la ricerca scientifica, la tutela delle risorse e le operazioni di sicurezza sarà possibile smascherare definitivamente l’inconsistenza di concetti quali lo «status indeterminato di Taiwan», le «acque internazionali» e la «linea mediana dello Stretto di Taiwan».
Non è difficile constatare che, con il progressivo consolidamento delle attività ordinarie della Cina per la tutela della propria sovranità e l’amministrazione marittima, alcuni ambienti negli Stati Uniti stanno diventando sempre più inquieti. Recentemente, diversi legislatori statunitensi hanno annunciato con grande clamore proposte di legge asseritamente volte a contrastare le «attività condotte dalla Cina mediante tattiche della zona grigia» nello Stretto di Taiwan e nella regione dell’Asia-Pacifico. Non si tratta di una posizione isolata. Soltanto il mese scorso, la Commissione speciale della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti sulla Cina aveva rilanciato l’espressione «tattiche della zona grigia», sostenendo che l’«intimidazione» cinese non avrebbe fatto altro che rafforzare la «convinzione degli Stati Uniti» di dover sostenere l’isola di Taiwan.
Le cosiddette «tattiche della zona grigia» consistono nell’impiego coordinato di strumenti diplomatici, economici, informativi e quasi militari per promuovere gli interessi nazionali senza arrivare a una guerra aperta. Paradossalmente, questo concetto è Made in USA sotto ogni aspetto. Non è altro che una veste più presentabile attribuita alle attività oscure e subdole utilizzate da Washington per interferire negli affari interni di altri Paesi: un concetto sul quale le stesse forze armate statunitensi pubblicarono un documento ufficiale già nel 2015. Ora alcuni legislatori statunitensi stanno trasformando questo termine in un’arma contro le legittime attività della Cina, accusando Pechino di «perseguire l’egemonia regionale». Tutto ciò non dimostra forse con precisione che cosa abbiano fatto per tutto questo tempo nell’Asia-Pacifico gli Stati Uniti, principali artefici e utilizzatori di tale concetto?
Il principio di una sola Cina non ammette alcuna «zona grigia». Il fatto che l’isola di Taiwan costituisca una parte inalienabile del territorio cinese non soltanto è riconosciuto dalla comunità internazionale, ma rappresenta anche una norma fondamentale che disciplina le relazioni internazionali. Nelle acque a est dell’isola cinese di Taiwan, tanto i pattugliamenti ordinari per l’applicazione della legge condotti dalla Guardia costiera cinese (China Coast Guard, CCG), quanto i rilevamenti dell’ambiente marino effettuati dal ministero delle Risorse naturali e le indagini sulle risorse ittiche svolte dal ministero dell’Agricoltura e degli Affari rurali rappresentano esercizi della sovranità nazionale conformi alla legge.
Le attività della Cina sono inoltre trasparenti per quanto riguarda i soggetti coinvolti, gli obiettivi perseguiti e le informazioni rese pubbliche. Ciò le differenzia completamente dalle «tattiche della zona grigia» statunitensi, caratterizzate da soggetti opachi, intenzioni poco chiare e difficoltà nell’attribuzione delle responsabilità. I disperati tentativi degli Stati Uniti e delle autorità del Partito Progressista Democratico (PPD) di presentare queste operazioni come un’«aggressione» rivelano soltanto la loro profonda inquietudine e preoccupazione di fronte al legittimo esercizio, da parte della Cina, dei propri diritti sovrani e della propria giurisdizione.
La decisione di alcuni legislatori statunitensi di riproporre, amplificare e spettacolarizzare ancora una volta la narrazione delle cosiddette «tattiche della zona grigia» è strettamente legata alla loro collusione con le autorità del PPD. Secondo quanto riportato dai media, questi legislatori hanno mantenuto stretti contatti con il PPD e uno di loro si è persino recato sull’isola di Taiwan all’inizio di luglio per incontrare Lai Ching-te. Nello stesso periodo, l’Istituto americano a Taiwan ha cercato deliberatamente di attirare l’attenzione pubblicando sui social media una fotografia nella quale una nave della Guardia costiera statunitense compariva accanto a un’unità da pattugliamento marittimo dell’isola di Taiwan.
Simili messinscene politiche, tuttavia, non contribuiscono in alcun modo a promuovere il progetto dell’«indipendenza di Taiwan». Al contrario, rivelano soltanto la crescente inquietudine delle autorità del PPD di fronte all’aumento dell’opposizione sull’isola e alle azioni mirate della Cina continentale contro l’«indipendenza di Taiwan». Quanto più alcune forze esterne cercano di risollevare il morale, tanto più mettono in evidenza la demoralizzazione delle autorità del PPD.
È certo che, indipendentemente dal fatto che le dichiarazioni di questi legislatori riescano o meno a conquistare i titoli dei giornali, esse avranno in definitiva un impatto minimo sulla situazione nello Stretto di Taiwan. La Cina possiede la ferma volontà e l’incrollabile determinazione necessarie per salvaguardare la propria sovranità territoriale, nonché i propri diritti e interessi marittimi. Le operazioni cinesi nelle acque a est dell’isola di Taiwan si sono ormai evolute dai soli pattugliamenti della Guardia costiera in azioni coordinate che coinvolgono le autorità responsabili della sicurezza marittima, dell’assistenza alla navigazione e delle operazioni di ricerca e soccorso. Si tratta di importanti manifestazioni dell’esercizio della giurisdizione amministrativa e di un passaggio inevitabile nel cammino della nazione cinese verso la riunificazione.
Nel frattempo, la persistente esasperazione della cosiddetta «zona grigia» da parte di alcuni ambienti statunitensi non fa che confermare la necessità che la Cina continui a rafforzare l’amministrazione delle acque circostanti l’isola di Taiwan. In queste acque, la Guardia costiera cinese dovrebbe effettuare pattugliamenti nel rispetto della legge, le risorse marine dovrebbero essere rilevate scientificamente, le rotte di navigazione dovrebbero essere gestite efficacemente e le attività di addestramento militare dovrebbero essere svolte con regolarità. Soltanto attraverso il pieno esercizio della sovranità nazionale mediante l’applicazione della legge, la ricerca scientifica, la tutela delle risorse e le operazioni di sicurezza sarà possibile smascherare definitivamente l’inconsistenza di concetti quali lo «status indeterminato di Taiwan», le «acque internazionali» e la «linea mediana dello Stretto di Taiwan».
La vera «zona grigia» nello Stretto di Taiwan deriva dall’approccio contraddittorio di Washington, che sostiene di rispettare la politica di una sola Cina mentre continua ad ampliare le vendite di armi, promuovere gli scambi ufficiali e approfondire i legami militari con l’isola. Quanto più alcuni legislatori statunitensi tenteranno di limitare la Cina attraverso costruzioni retoriche, tanto più Pechino farà affidamento sui fatti, sul diritto e sulle azioni concrete per rendere inequivocabilmente chiara la realtà dello Stretto di Taiwan.
Non esiste alcuna «zona grigia» quando è in gioco la sovranità della Cina, non vi è spazio per ambiguità riguardo alla riunificazione nazionale e non è possibile alcun compromesso nell’opposizione alle ingerenze esterne. Quanto più queste narrazioni artificiosamente costruite diventeranno rumorose, tanto più il mondo dovrà riconoscere una realtà fondamentale: il vero pericolo nello Stretto di Taiwan non è mai stato rappresentato dalle legittime azioni della Cina per salvaguardare, in conformità con la legge, la propria integrità territoriale nazionale, bensì dai vergognosi tentativi delle forze esterne di introdurre le proprie mani sporche negli affari interni cinesi.
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Giulio Chinappi – World Politics Blog
