La discontinuità non può essere una parola da premettere ai programmi elettorali di un partito o di una intera coalizione. Deve, invece, avere tutti i presupposti per rappresentare la stella polare di un mutamento radicale nei confronti delle politiche fatte in questi ultimi quattro anni dal governo di Giorgia Meloni e delle destre. Ma, per essere veramente una discontinuità nel senso proprio del termine, non può nemmeno limitarsi a questo: occorre che lo sia anche rispetto alle politiche pre-meloniane, ed in particolare quelle che sono state il prodotto di tecnicismi di governo che hanno aperto nuove porte (quando non anche portoni belli grandi e alti) ad intromissioni dei privati negli affari speciali dello Stato, nei settori che hanno tutto il costituzionale diritto (e dovere) di ritornare pubblici in tutto e per tutto.

Se discontinuità deve essere – e non è possibile altrimenti – con il melonismo, il salvinismo, se netta opposizione deve essere al vannaccismo che viene troppo semplicisticamente liquidato come una caricatura politica, come un qualcosa che può fare presa quasi sul dieci percento dell’elettorato (e mica sarà poco! Per ciò che esprime è una enormità preoccupante), questa deve avere la connotazione del capovolgimento letterale rispetto a tutto quello cui abbiamo assistito quanto meno negli ultimi dieci anni di politica italiana. Il gramo biennio pandemico e l’instaurazione successiva dell’economia di guerra debbono far riflettere sulla necessità di una rimodulazione delle risorse nella direzione del potenziamento di ogni struttura pubblica, di ogni settore sociale, civile ed anche amministrativo dello Stato rispetto al privilegiare il privato.

Il campo largo, se vuole essere un fronte costituzionale, progressista e antifascista deve dare vita ad un programma di legislatura che operi nella direzione netta della discontinuità appena descritta. Ogni altra soluzione pasticciata sarebbe la premessa di una gestione governativa del Paese che accantonerebbe momentaneamente il problema della sovversione delle destre nei confronti della Repubblica e della Carta del 1948 ma che, in realtà, porrebbe sicuramente nuove premesse per un ritorno in grande stile (come accaduto a Biden negativamente e a Trump positivamente negli Stati Uniti d’America) con nuove e peggiori parole d’ordine su purezza etnico-razziale, identitarismo, esclusivismo, xenofobia, razzismo e omofobia. Per non parlare poi dell’afferenza nei confronti del neoliberismo e del più inverecondo militarismo.

La costruzione di un programma di coalizione è una faccenda tutt’altro che semplice, per via delle ovvie differenze che sussistono tra le forze politiche che vanno a comporre un’alleanza che si propone di governare l’Italia e di essere alternativa a quella che oggi sta facendo a brandelli lo Stato di diritto, lo Stato sociale e i fondamentali diritti civili ed umani che rimangono materia privilegiata e tutelata dalla Costituzione. Sembra, a leggere le cronache sulle disquisizioni intercorse tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, che i principali dissidi siano soltanto quelli inerenti il riarmo, il finanziamento dello stesso, l’invio di armi all’Ucraina per la continuazione della guerra (altrimenti detta: continuazione della resistenza contro l’invasione russa). Ma non è così. Forti difficoltà si incontreranno nel momento in cui si dovranno affrontare anche i nodi prettamente sociali.

Per quanto il PD abbia registrato un cambio di indirizzo politico che, per semplificare, lo ha spostato meno a destra rispetto alla precedenti segreterie politiche prima (ma è indubbio dire ancora quanto più a sinistra…), le pietre angolari che dovrebbero sorreggere il programma di natura sociale e civile dovrebbero essere date anzitutto dal principale dei punti di vista da adottare: quello del mondo del lavoro, della precarietà e del non lavoro. Una coalizione progressista non può non avere al suo centro il problema della stabilizzazione da un lato e dell’aumento dall’altro dei salari: anche la stessa proposta di un salario minimo di dieci euro l’ora sta diventando velocemente obsoleta, anacronistica e inadeguata rispetto alla crescita davvero esponenziale del fenomeno inflattivo. Bisogna esigere salari di dodici euro l’ora netti.

Se la politica del vecchio centrosinistra e delle nuove destre è stata largamente improntata alla particolarizzazione dei diritti, resi spesso in forma di privilegi per pochi, l’inversione di rotta a centottanta gradi esige il ritorno all’universalizzazione dei diritti sociali, civili ed umani: il riconoscimento del principio di uguaglianza deve essere sostanziale e deve essere la garanzia più forte e salda di una riqualificazione della Repubblica come forma di Stato che è riconoscibile proprio per questo rispetto alle altre. La progressività della tassazione non può non stare in un programma di coalizione che abbia questi caratteri fondamentali: per questo il tema della patrimoniale è un altro tassello di un importante puzzle che va composto certamente sulla scia del compromesso tra le varie parti ma che deve tenere conto della sofferenza più che generale dell’intero Paese, salvo coloro che hanno fino ad oggi fatto immensi affari tanto con la pandemia da Covid19, quanto con le guerre.

Scuola e sanità devono essere altri due ambiti in cui lo Stato deve tornare a giocare la sua parte in tutto e per tutto: la tassazione delle immense ricchezze di chi ha un reddito di oltre due milioni di euro annui (esclusa la prima casa) può fornire le risorse per la riduzione delle liste di attesa negli ospedali, per l’implementazione del personale sanitario e per l’acquisizione di nuovi macchinari utili allo scopo. Si potrebbe, con oltre ventisei miliardi vincolati a voci di bilancio come quelle appena citate, iniziare a risolvere le annose problematiche che investono la scuola della Repubblica: anche in questo frangente assumendo a tempo indeterminato nuovo personale docente e rimettendo mano alla sicurezza dei plessi interi come delle altre strutture collegate agli istituti.

In merito alle questioni inerenti il mondo del lavoro, con una tassazione progressiva di questa natura sarebbero altresì possibili interventi sul potenziamento degli ispettorati per avere un sempre maggiore controllo riguardo la sicurezza di lavoratrici e lavoratori nei comparti più a rischio e, in generale, in tutte le aziende e le unità produttive, compresa l’agricoltura. Quello che il campo largo non può permettersi è la diatriba perenne e stancante sulle primarie, sulla scelta del leader anticipata rispetto alla definizione dell’impianto programmatico. Quest’ultimo deve essere il volto della coalizione: un viso riconoscibilissimo, distinguibile rispetto agli altri che si presenteranno con la protervia di una narrazione impostata sui risultati di un governo che vanterà esattamente ciò che non ha fatto: lo stiamo verificando proprio in queste settimane sulle questioni del securitarismo e del ritrovato pericolo dell’invasione dei migranti.

Non possiamo essere bugiardi, non possiamo essere infingardi. Non possiamo che essere sinceri e veritieri: la gente deve sapere che nessuno ha la bacchetta magica e che, dal giorno seguente l’eventuale ed auspicabile vittoria del fronte costituzionale, democratico ed antifascista, le cose non cambieranno da mane a sera e nemmeno nel giro di un mese o due. Occorrerà tempo per recuperare tutti i danni fatti dalle destre in questa legislatura, ma è necessario mettere fine a questa farsa di governo, a questi continui tentativi di eversione antidemocratica, a questo autoritarismo che sta uscendo dai contorni dello strisciante, del carsico, del detto-non detto, del visto-non visto. Il Partito democratico deve avere il coraggio di scegliere da che parte stare: del lavoro o delle imprese? Del disarmo o del riarmo?

Più netta è la posizione dei Cinquestelle guidati da Conte che, tuttavia, quando si tratta di sicurezza non perdono occasione per rinverdire il loro passato populista e grillino, duro, davvero duro a morire. Tuttavia, guardando a ciò che unisce prima di tutto, rispetto a ciò che divide, l’unità della coalizione sui grandi temi del lavoro, della scuola, della sanità, delle pensioni, del disarmo e della pace, delle infrastrutture e dell’ambiente, può, con un programma sociale, civile ed umano poggiante sul basamento dell’uguaglianza come principio cardine, dettame della Costituzione stessa, avvicinare anche le forze politiche di sinistra che intendono dare un contributo in questa direzione. Battere le destre è doppiamente utile per l’Italia se, unitamente a ciò, si rilancia una stagione di giustizia sociale.

Sappiamo benissimo che, una volta al governo, fanno capolino tutte le compatibilità di sistema, i rapporti internazionali con le organizzazioni sovranazioniali (continentali o intercontinentali che siano) e che, quindi, fare politica è soprattutto saper mantenere il più possibile fede a quei programmi che ci si è dati e che sono la spina dorsale di un cambiamento da realizzare compiutamente e non solo da promettere elettoralisticamente. Dopo decenni di mancata alternativa alle destre e di rappresentanza della semplice, deludente alternanza (in particolar modo riguardo le politiche economiche di un’Italia piegata al neoliberismo europeista e all’imperialismo nordatlantico), il risultato della presenza al governo del Paese degli eredi del MSI dovrebbe essere l’allarme massimo per evincere il fatto che ogni altro errore costerebbe caro a tutte e tutti. Anche in termini di democrazia formale e non soltanto sostanziale.

Prescindere dai veri interessi comuni e dal bene della stragrande maggioranza della popolazione è divenuto nel corso degli anni un tratto distintivo di qualunque partito che volesse intestarsi i favori delle classi dirigenti, la rappresentanza dei loro interessi profittuali entro una politica italiana completamente asservita alla variabile indipendente del mercato. Una coalizione progressista nuova, che voglia dimostrare di aver imparato la lezione, deve dire dei NO all’imprenditoria e all’alta finanza: deve dire dei NO a Bruxelles e anche a Strasburgo quando si tratta della salvaguardia dei diritti della povera gente, della classe lavoratrice e dei tanti che il lavoro non riescono a trovarlo o che sono super-sfruttati con contratti parcellizzati e a tempo determinatissimo. Il campo largo non deve diventare la coalizione della contrarietà a prescindere, ma deve abbandonare l’affermatività a prescindere.

Non deve dare per scontato che ciò che proviene dal mercato sia ottimo, buono, sempre soddisfacente. Solitamente ciò che viene dal mercato è ottimo, buono e più che soddisfacente solamente per chi produce, vende e quindi si arricchisce dando salari da fame ai propri dipendenti, privandoli dei diritti fondamentali e nutrendo tutta una serie di reti dello sfruttamento che portano, tanto gli italiani quanto i migranti, a morire a diciannove anni nei campi di Stagno Lombardo nella raccolta dei pomodori per una insolazione che gli ha provocato un infarto secco. Un campo largo che prima di tutto si pone il problema della fine di questi orrori può non solamente vincere, ma rimanere alla guida dell’Italia mostrando e dimostrando che è possibile risolverli senza intaccare poi chissà quanto i profitti di lor signori.

Grandi industriali, finanzieri e possidenti con un governo veramente costituzionale, democratico e sociale guadagneranno qualche centinaio di milioni in meno all’anno ciascuno, ma non diventeranno poveri. Le loro tasse, frutto di profitti generati da chi lavora per loro ogni giorno e prende un salario tra i più miseri d’Europa, serviranno a ridare alla società quello che da troppo tempo le viene sottratto con la promesse di magnifiche sorti che non si vedono e non si vedranno mai se il punto di osservazione sarà sempre e soltanto quello della stabilità economica data dalla imprese. La danno le lavoratrici e i lavoratori al loro Paese, non le Santanchè o i Briatore di turno. Loro sono i nostri stranieri, tutti gli altri sono i nostri connazionali, i nostri simili, i nostri fratelli. Ovunque siano nati, qualunque colore della pelle abbiano, chiunque amino, qualunque divinità preghino.

Le primarie non possono essere il momento di costruzione del programma che, in fin dei conti, c’è già: basta fare esattamente l’opposto di quello che è stato fatto da questo governo e non ripetere gli errori dei governi tecnici e politici del recente passato. Capovolgendo si ha, se non la soluzione delle soluzioni, almeno la via in cui incamminarsi con la sicurezza di fare l’interesse sociale, civile ed umano dell’Italia intera.

MARCO SFERINI

https://www.lasinistraquotidiana.it/il-solo-campo-largo-possibile-discontinuo-in-tutto-e-per-tutto/

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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