Cinquant’anni dopo la fine del colonialismo spagnolo, il popolo sahrawi resta privo dell’autodeterminazione promessa. Il sostegno statunitense e israeliano al Marocco sta trasformando un caso irrisolto di decolonizzazione in un precedente di colonialismo intra-africano legittimato dalla geopolitica.
La recente crisi di Ceuta non può essere compresa pienamente se viene separata dalla questione del Sahara Occidentale. Il controllo marocchino dei flussi migratori verso le enclavi spagnole, le relazioni con Madrid, la competizione con l’Algeria e l’asse strategico costruito da Rabat con Washington e Tel Aviv convergono infatti intorno alla priorità assoluta della politica estera della monarchia alawita: ottenere il definitivo riconoscimento internazionale dell’annessione del Sahara Occidentale e neutralizzare la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD).
È proprio questa prospettiva a permettere di leggere la questione sahrawi non semplicemente come una «disputa territoriale», formula apparentemente neutrale che tende però a mettere sullo stesso piano occupante e occupato, bensì come ciò che rimane di un processo di decolonizzazione mai portato a termine. Le Nazioni Unite, infatti, mantengono il Sahara Occidentale nella lista dei Territori non autonomi dal 1963: è oggi l’unico territorio africano ancora presente nell’elenco ONU dei casi di decolonizzazione incompiuta. Il fatto che alcuni governi abbiano riconosciuto la sovranità marocchina o appoggiato il piano di autonomia di Rabat non ha modificato questo status giuridico internazionale.
La particolarità del Sahara Occidentale consiste tuttavia nel fatto che al colonialismo europeo non è seguita l’indipendenza, bensì l’occupazione da parte di un altro Stato africano. È in questo senso che appare fondata la categoria di colonialismo intra-africano come chiave interpretativa capace di descrivere una struttura nella quale un popolo africano, dopo essersi liberato dalla dominazione europea, si è trovato assoggettato alla sovranità rivendicata da uno Stato confinante.
Il Sahara Occidentale offre così uno dei casi più paradossali della storia postcoloniale africana: il passaggio da una dominazione coloniale europea a una forma di occupazione e colonizzazione territoriale esercitata all’interno dello stesso continente.
Dalla colonia spagnola all’occupazione marocchina
Quando la Spagna si preparò ad abbandonare il cosiddetto Sahara Spagnolo, il Marocco sostenne che il territorio gli appartenesse storicamente. La questione fu sottoposta alla Corte internazionale di giustizia, che il 16 ottobre 1975 riconobbe l’esistenza di alcuni legami storici di fedeltà tra il sultano marocchino e determinate tribù sahrawi, ma concluse che le informazioni disponibili non dimostravano alcun vincolo di sovranità territoriale tra il Sahara Occidentale e il Regno del Marocco tale da impedire l’applicazione del principio di autodeterminazione.
La risposta di Hassan II fu la Marcia Verde del novembre 1975, accompagnata dall’ingresso delle forze marocchine nel territorio. Pochi giorni dopo, il 14 novembre, Madrid firmò con Marocco e Mauritania gli Accordi di Madrid, attraverso i quali veniva organizzata una temporanea amministrazione tripartita. Quegli accordi, tuttavia, non trasferirono la sovranità sul Sahara Occidentale. Lo stabilì espressamente nel 2002 il consigliere giuridico delle Nazioni Unite Hans Corell: il trasferimento di responsabilità amministrative non modificava la natura del Sahara Occidentale come Territorio non autonomo e non trasformava né Rabat né Nouakchott in potenze amministratrici riconosciute.
Il 27 febbraio 1976, all’indomani del definitivo ritiro spagnolo, il Fronte Popolare per la Liberazione di Saguia el-Hamra e Río de Oro, meglio conosciuto come Fronte Polisario, proclamò la Repubblica Araba Saharawi Democratica. Marocco e Mauritania si divisero inizialmente il territorio, ma Nouakchott abbandonò le proprie rivendicazioni nel 1979 dopo una guerra assai costosa contro il Polisario. Il Marocco occupò allora anche le aree lasciate dai mauritani.
Da quel momento, la struttura fondamentale del conflitto non è sostanzialmente cambiata.
Rabat controlla oggi circa quattro quinti del Sahara Occidentale, comprese le principali città costiere, le zone economicamente più importanti e la maggior parte della popolazione residente. Il Polisario controlla invece un’area desertica a est del gigantesco muro di sabbia, o berm, costruito dal Marocco nel corso della guerra.

Il cessate il fuoco del 1991 portò alla costituzione della Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO). Lo stesso nome della missione ricorda quale fosse l’accordo originario: organizzare una consultazione attraverso la quale i sahrawi avrebbero potuto scegliere tra indipendenza e integrazione con il Marocco. Quel referendum non si è mai celebrato. Rabat ha progressivamente escluso la possibilità che l’indipendenza comparisse sulla scheda, mentre dal 2007 propone esclusivamente un’autonomia interna sotto sovranità marocchina. Il conflitto armato è ripreso nel 2020 dopo la rottura del cessate il fuoco.
Perché parlare di colonialismo intra-africano
Definire questo sistema semplicemente come «amministrazione marocchina» significa occultarne la struttura materiale. Il controllo di Rabat non consiste soltanto nella presenza dell’esercito: comprende l’integrazione amministrativa del territorio nel Regno, l’insediamento di popolazione proveniente dal Marocco, l’utilizzo delle risorse naturali del sottosuolo, del mare e dei fondali marini, la repressione dell’attivismo indipendentista e la trasformazione economica e demografica delle zone occupate.
Una parte crescente della letteratura accademica utilizza esplicitamente per il Sahara Occidentale gli strumenti teorici degli studi sul colonialismo d’insediamento. Un lavoro pubblicato nel 2025 su Settler Colonial Studies analizza l’esperienza sahrawi attraverso il concetto di progressiva sostituzione o marginalizzazione della popolazione autoctona, mentre un ulteriore studio apparso nel marzo 2026 esamina la costruzione territoriale del «Grande Marocco» precisamente come progetto di colonialismo d’insediamento.
Human Rights Watch parla apertamente di occupazione marocchina e ricorda che almeno 173.000 sahrawi vivono tuttora nei campi profughi presso Tindouf, in Algeria. L’organizzazione sottolinea inoltre come nelle zone occupate le autorità marocchine ostacolino sistematicamente associazioni, manifestazioni e attività favorevoli all’autodeterminazione, mentre decenni di immigrazione dal Marocco hanno profondamente modificato l’equilibrio demografico del territorio.
Alla dimensione demografica si aggiunge quella economica. Pesca atlantica, fosfati, terreni agricoli e, sempre più, energia solare ed eolica attribuiscono al Sahara Occidentale un valore che va ben oltre la questione simbolica dell’integrità territoriale marocchina. Il 4 ottobre 2024, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha nuovamente stabilito che gli accordi commerciali tra Bruxelles e Rabat non potevano essere applicati automaticamente al Sahara Occidentale senza il consenso del popolo sahrawi, proprio perché il territorio possiede uno status «separato e distinto» da quello del Marocco.
Il colonialismo intra-africano assume dunque caratteristiche riconoscibili: appropriazione territoriale, modifica dello spazio attraverso infrastrutture e insediamenti, sfruttamento delle risorse e negazione alla popolazione originaria della facoltà di decidere se appartenere o meno allo Stato occupante.
La RASD: uno Stato riconosciuto in Africa ma progressivamente isolato
La situazione internazionale della Repubblica Araba Saharawi Democratica presenta un paradosso particolarmente significativo.
La RASD non è membro delle Nazioni Unite, ma è membro a pieno titolo dell’Unione Africana. L’organizzazione continentale indica il 22 febbraio 1982 come data del suo ingresso nell’allora Organizzazione dell’Unità Africana. L’ammissione sahrawi provocò una gravissima crisi con Rabat e contribuì alla decisione del Marocco di abbandonare l’organizzazione nel 1984. Quando Mohammed VI decise di rientrare nell’Unione Africana nel 2017, la RASD non venne espulsa: ancora oggi i due soggetti siedono formalmente nella stessa organizzazione continentale.
Per l’Unione Africana, dunque, il problema sahrawi non è stato risolto dall’occupazione marocchina. Nel 2022, la Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli ha persino affermato che una parte del territorio della RASD resta sotto occupazione marocchina e che gli Stati africani hanno l’obbligo di sostenere il diritto del popolo sahrawi all’autodeterminazione.
Sul piano bilaterale, tuttavia, Rabat ha ottenuto notevoli successi.
Nel corso della sua storia, la RASD è stata riconosciuta da 84 Stati membri delle Nazioni Unite, soprattutto in Africa, America Latina e nel mondo socialista e non allineato. Quel numero non equivale però ai riconoscimenti diplomatici oggi effettivamente attivi: numerosi governi hanno successivamente ritirato, sospeso o «congelato» il riconoscimento, rendendo difficile persino fissare una cifra universalmente accettata.
Il 2026 ha confermato la tendenza. La Bolivia ha nuovamente sospeso le relazioni con la RASD in febbraio, mentre il 10 aprile il Mali ha formalmente ritirato il proprio riconoscimento e appoggiato il piano di autonomia marocchino.
Rimangono tuttavia sostenitori importanti della causa sahrawi, tra cui Algeria, Sudafrica, Namibia, Angola, Tanzania e Zimbabwe nel continente africano, oltre a Cuba, Messico, Venezuela, Nicaragua, Việt Nam e Laos. Il sostegno dell’Algeria resta naturalmente quello dal peso specifico maggiore, anche perché il conflitto si intreccia con la competizione strategica tra Algeri e Rabat per l’influenza nel Maghreb.
La strategia marocchina ha perciò assunto negli ultimi vent’anni una dimensione sistematica: investimenti, cooperazione economica e militare, reti religiose, accordi commerciali, apertura di consolati a El Aaiún e Dakhla e pressione diplomatica vengono utilizzati per erodere progressivamente il riconoscimento internazionale della RASD.
Ma bisogna evitare un equivoco fondamentale: sostenere il piano di autonomia marocchino non significa necessariamente riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. È proprio questa distinzione che Rabat tende a cancellare nella propria comunicazione diplomatica.
La svolta del Consiglio di sicurezza
Il successo più importante ottenuto dal Marocco è arrivato il 31 ottobre 2025, quando il Consiglio di sicurezza ha approvato la risoluzione 2797.
Il testo, elaborato sotto forte impulso statunitense, ha indicato il piano marocchino del 2007 come base per i negoziati e affermato che una «genuina autonomia» potrebbe rappresentare l’esito più praticabile. Allo stesso tempo, però, la risoluzione continua a richiamare esplicitamente l’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale e non riconosce formalmente la sovranità marocchina. In quell’occasione, Russia, Cina e Pakistan si sono astenuti.
Nel gennaio 2026, anche l’Unione Europea ha adattato la propria posizione alla nuova risoluzione, accettando che i negoziati prendano come base il piano di autonomia marocchino. Ciò non equivale tuttavia al riconoscimento europeo dell’annessione.
Per quanto riguarda la posizione dei singoli governi, Stati Uniti e Israele hanno riconosciuto esplicitamente la sovranità del Marocco; la Francia ha assunto una posizione sostanzialmente analoga. Altri Paesi europei, come Spagna, Germania e Regno Unito, si sono invece spinti verso il sostegno al piano autonomista senza compiere necessariamente lo stesso passo giuridico.
E soprattutto, malgrado il mutamento dei rapporti di forza diplomatici, le Nazioni Unite continuano a classificare il Sahara Occidentale come territorio da decolonizzare.
È dunque possibile affermare che Rabat stia vincendo politicamente grazie al sostegno di un gruppo di potenze imperialiste, senza avere ancora vinto giuridicamente.
Il patto Rabat-Washington-Tel Aviv
Venendo, dunque, ai rapporti trilaterali tra Rabat, Washington e Tel Aviv, il passaggio decisivo avvenne nel dicembre 2020. Nell’ambito degli Accordi di Abramo, Donald Trump riconobbe la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale mentre Rabat ristabiliva le relazioni diplomatiche con Israele. Il legame tra le due decisioni, del resto, viene riconosciuto apertamente anche nelle ricostruzioni ufficiali delle relazioni bilaterali israeliano-marocchine. Nel luglio 2023, Benjamin Netanyahu completò l’operazione riconoscendo a sua volta formalmente la sovranità marocchina sul territorio.
La questione sahrawi è diventata così una delle monete di scambio della normalizzazione arabo-israeliana: il Marocco ha ottenuto dalla principale potenza mondiale e poi da Israele ciò che decenni di diplomazia non erano riusciti a garantirgli, mentre Washington e Tel Aviv hanno consolidato un’alleanza strategico nel Nord Africa.
Il secondo mandato di Trump ha ulteriormente radicalizzato questa impostazione. Il 30 luglio 2026, proprio mentre esplodeva la crisi di Ceuta, Washington ha utilizzato la Festa del Trono per ribadire non soltanto che gli Stati Uniti riconoscono la sovranità marocchina, ma che il piano di autonomia rappresenta «l’unica base» per una soluzione. Nello stesso comunicato, l’amministrazione statunitense ha collegato esplicitamente il Marocco agli Accordi di Abramo, alla sicurezza del Sahel e alla futura cooperazione in energia, intelligenza artificiale, minerali critici e difesa, promettendo inoltre di incoraggiare lo sviluppo economico statunitense nello stesso Sahara Occidentale.
Questa formulazione rivela il salto qualitativo in corso: gli Stati Uniti non parlano più soltanto di riconoscere diplomaticamente la rivendicazione marocchina, ma di costruire sul territorio occupato interessi economici e strategici destinati a rendere progressivamente irreversibile il fatto compiuto.
Dall’autodeterminazione alla «lotta al terrorismo»
Il passaggio successivo consiste nella trasformazione del Fronte Polisario da movimento di liberazione nazionale a presunta minaccia terroristica.
Nel Congresso statunitense sono già state presentate diverse iniziative in questa direzione. A marzo, il senatore repubblicano Ted Cruz, insieme a Tom Cotton e Rick Scott, ha introdotto il Polisario Front Terrorist Designation Act of 2026. Analoghe iniziative bipartisan sono state avanzate alla Camera, costruendo la narrativa di una presunta collaborazione del Polisario con Iran, Guardie rivoluzionarie e Hezbollah.
Il significato politico dell’operazione è evidente: trasformare il Sahara Occidentale da questione di decolonizzazione a problema di sicurezza, inserendo il Polisario nello stesso schema attraverso il quale Washington e Tel Aviv classificano i propri avversari regionali.
La solidità delle accuse è tuttavia tutt’altro che limpida. Lo scorso 30 aprile, due esperti delle Nazioni Unite, tra cui il relatore speciale sul terrorismo e i diritti umani Ben Saul, hanno formalmente scritto al governo statunitense manifestando preoccupazione per il progetto di designazione e per le possibili conseguenze sul diritto del popolo sahrawi all’autodeterminazione.
La sequenza non sembra lasciare adito a dubbi: riconoscere l’annessione marocchina, trasformare l’autonomia nell’unica soluzione ammissibile, integrare economicamente il territorio occupato e infine delegittimare il principale movimento indipendentista associandolo al terrorismo e all’Iran. In questo processo, la convergenza Rabat-Washington-Tel Aviv assume una funzione molto più profonda di una semplice alleanza diplomatica.
Ceuta e il prezzo della dipendenza europea
Infine, la questione sahrawi torna a incrociare direttamente la crisi di Ceuta.
Già nel 2021, il Marocco aveva drasticamente allentato i controlli verso l’enclave spagnola nel pieno della crisi diplomatica provocata dal ricovero in Spagna del leader del Polisario, Brahim Ghali. In risposta, Madrid modificò successivamente la propria posizione sul Sahara Occidentale, definendo il piano marocchino di autonomia la base più seria e credibile per una soluzione.
La nuova crisi del luglio 2026 ha riproposto il medesimo problema, con fonti dell’intelligence spagnola hanno preso in considerazione l’ipotesi di un rilassamento intenzionale dei controlli in un momento di nuove tensioni tra Madrid e Rabat e di riavvicinamento spagnolo all’Algeria.
Al di là dell’accertamento delle responsabilità immediate, il dato strutturale resta: la dipendenza dell’Unione Europea dal Marocco per il controllo migratorio attribuisce a Rabat uno strumento di pressione eccezionale.
Si determina così un rapporto nel quale l’Europa, pur proclamandosi difensore di un ordine internazionale fondato sulle regole, viene progressivamente spinta ad accettare la posizione marocchina sul Sahara Occidentale in cambio di cooperazione su migrazione, sicurezza, energia e investimenti.
Il paradosso diventa ancora più evidente quando Rabat presenta Ceuta e Melilla come residui del colonialismo europeo in Africa, mentre nega al popolo sahrawi lo stesso principio di autodeterminazione invocato contro la presenza spagnola.
Un precedente pericoloso per l’Africa
Il futuro della RASD non dipende quindi soltanto dai rapporti di forza tra Marocco e Polisario.
Nel Sahara Occidentale si confrontano ormai due principi opposti.
Il primo è quello su cui nacque l’ordine postcoloniale africano: i confini ereditati dalla colonizzazione non possono essere modificati unilateralmente attraverso la forza e i popoli sottoposti a dominio coloniale hanno diritto a determinare liberamente il proprio status politico.
Il secondo è il principio del fatto compiuto: se uno Stato dispone di sufficiente forza militare, capitale economico, appoggi internazionali e capacità diplomatica, cinquant’anni di occupazione possono progressivamente trasformarsi in una sovranità accettata dalla comunità internazionale.
È precisamente per questo che definire il Sahara Occidentale un caso di colonialismo intra-africano non rappresenta un semplice esercizio terminologico. Significa riconoscere che il colonialismo non dipende necessariamente dalla distanza geografica o dall’origine europea della potenza dominante. Esiste ogni volta che a una popolazione viene sottratta la possibilità di determinare il proprio destino mentre un altro Stato controlla il suo territorio, ne trasforma la composizione, ne utilizza le risorse e decide quali alternative politiche siano autorizzate.
La Repubblica Araba Saharawi Democratica può aver perso una parte importante dei riconoscimenti diplomatici ottenuti negli anni Settanta e Ottanta; il Marocco può aver conquistato l’appoggio degli Stati Uniti, di Israele, della Francia e di una parte crescente dell’Europa e dell’Africa. Nessuno di questi sviluppi, tuttavia, ha cancellato il fatto originario: il popolo del Sahara Occidentale non ha mai potuto esercitare attraverso una consultazione libera il diritto all’autodeterminazione che gli era stato riconosciuto nel processo di decolonizzazione.
Il vero rischio del nuovo equilibrio internazionale consiste dunque nella possibilità che il referendum non venga più semplicemente rinviato, come avvenuto per oltre trent’anni, ma sostituito definitivamente da una soluzione nella quale ai sahrawi venga consentito di scegliere soltanto quale forma debba assumere la loro autonomia sotto una sovranità marocchina già decisa da altri.
Se ciò accadesse, non avremmo la conclusione della decolonizzazione del Sahara Occidentale, bensì la sua negazione.
E la crisi di Ceuta, l’alleanza con Washington, la normalizzazione con Israele e la progressiva trasformazione del Polisario in una presunta minaccia terroristica apparirebbero allora non come dossier separati, ma come parti di un’unica strategia: trasformare l’ultima colonia d’Africa in un’annessione politicamente irreversibile prima ancora che possa diventarlo giuridicamente.
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Giulio Chinappi – World Politics Blog
