Una parte dell’isola caraibica di Haiti è in mano a bande criminali armate; alcune in combutta con (o tollerate da) settori della polizia. Queste bande sottomettono la popolazione, anche con uccisioni di civili su larga scala, e distruggono le strutture sociali. Ancora Il 24 agosto, 47 persone, di cui 22 in una chiesa, sono state massacrate a Kenscoff, vicino alla capitale, Port-au-Prince.

Contro le bande opera nel Paese una “Gang Suppression Force” internazionale, sotto mandato delle Nazioni Unite. Un dibattito svoltosi al Congresso negli Stati Uniti ha evidenziato che, nei fatti, tale Forza è diretta dal Pentagono in collaborazione con appaltatori militari privati come Vectus Global, che ha coordinato attacchi con droni “contro le bande” che hanno ucciso 1.200 persone; anche civili estranei alle bande stesse.

Nel 2026 a Haiti sono state uccise finora 3.000 persone e un milione sono sfollate dai loro paesi, in fuga dalle zone di guerra. Sull’argomento sono intervenuti sia papa Leone XIV, che chiede di terminare le violenze; sia la Croce Rossa, che denuncia la drammatica carenza di strutture sanitarie e le violenze sessuali che colpiscono centinaia di donne.

Si tratta quindi di una grande crisi umanitaria che dovrebbe confermare l’accoglienza di persone nei Paesi più ricchi.

Invece, Trump, nell’ambito di una guerra interna contro gli immigrati (che non arriva certo indietro nel passato fino ai suoi antenati), non ha rinnovato il “permesso di status protetto temporaneo” concesso nel 2010 dall’amministrazione Biden ai profughi haitiani (e anche a quelli siriani) a causa della situazione pericolosa nelle loro Nazioni d’origine. La Corte Suprema, ormai roccaforte MAGA, ha respinto a giugno i giudizi contrari di alcuni tribunali locali alla soppressione del permesso di soggiorno. E ora 350.000 haitiani, che vivono negli USA, e anche i figli che sono nati colà nel frattempo, sono a rischio di deportazione.

A fine agosto un video istituzionale del Dipartimento di Sicurezza Interna ha mostrato uomini incatenati, e con mani e piedi legati, imbarcati su un aereo dichiarato con rotta verso Haiti. L’epicentro delle incombenti deportazioni è Springfield, in Ohio; nuovamente scenario di squallide dichiarazioni, come quelle fatte nel 2024 da Vance e da Trump durante la campagna presidenziale, che accusavano gli haitiani di catturare e mangiare cani e gatti.

Occorre ricordare che nel 1814 Haiti, con un’insurrezione il cui principale leader fu Toussaint Louverture, è stata la prima Nazione indipendente fondata da ex schiavi. Ciò sembra toccare nervi scoperti di alcune istituzioni mondiali, anche in campo sportivo, vietando agli haitiani di indossare abbigliamenti che ricordino orgogliosamente la loro storia. Il Comitato Olimpico Internazionale, l’ha fatto con l’immagine di Toussaint sulle uniformi della cerimonia di apertura dei Giochi invernali di Cortina/Milano; mentre la FIFA, ha vietato sulle loro maglie da gioco la raffigurazione della vittoria della guerra d’indipendenza haitiana.

I molti profughi haitiani che negli USA sono utilizzati con pochi diritti nel mondo del lavoro, con un reclutamento definito dai Sindacati “un traffico di essere umani”, hanno condizioni di lavoro infime in tema di retribuzione, orari e infortuni. Uno dei settori industriali dove essi sono principalmente occupati sono i grandi stabilimenti di confezionamento di carni per il mercato alimentare. Come le carni in scatola, assai utilizzate dagli strati più poveri della popolazione.

In uno stabilimento di confezionamento di carne bovina, quello dell’impresa JBS a Greeley in Colorado, che macella 30.000 capi di bestiame alla settimana, si è svolto a marzo uno degli scioperi più significativi di quest’anno negli Stati Uniti, a cui hanno aderito 3.000 operai, (che tagliano la carne in pezzi piccoli e vendibili) appartenenti al sindacato United Food and Commercial Workers. Mille di loro sono haitiani col succitato permesso temporaneo di soggiorno. Altri vengono da Somalia, Birmania, Messico, … Vi si parlano 57 lingue diverse. Questa divisione tra provenienze è utile all’azienda per pagar poco la manodopera, impedirne la sindacalizzazione e il raggiungimento di un contratto collettivo, che garantisca salari dignitosi, ritmi umani e l’avvicendamento del personale al turno notturno.

E’ significativo come la brutta parte della storia umana in questi tempi abbia un inquietante ritorno: la vicenda odierna del confezionamento delle carni ricorda quanto denunciato da Upton Sinclair col libro “La giungla” del 1906 a proposito dei macelli di Chicago.

Sinclair, socialista, solidale a Sacco e Vanzetti, attivista politico arrestato nel 1914 per un picchetto di fronte all’ufficio di Rockefeller dopo il massacro dei minatori di Ludlow avvenuto nelle imprese del magnate; in galera nel 1923 per aver letto il Primo emendamento della Costituzione USA (quello che garantisce anche la libertà di parola) ai trasportatori del sindacato Industrial Workers of The World (IWW) in sciopero a San Pedro in California, fondò infine il movimento “End Poverty in California” (Fine della povertà). Conquistata la maggioranza alle primarie democratiche del 1934 con un programma socialista, perse poi le elezioni per il Governatorato contro il candidato repubblicano, abbondantemente foraggiato dal padronato e sostenuto dai grandi studios hollywoodiani.

Per scrivere il suo libro sui macelli di Chicago, Sinclair trascorse sette settimane nel distretto di confezionamento della carne dell’Union Stock Yards di Chicago. Lo scalpore che sollevò la sua denuncia portò all’approvazione da parte del Congresso di due leggi specifiche che cercarono di mettere sotto il controllo il monopolio della carne in scatola e l’igiene del prodotto. Quelle leggi portarono poi alla creazione della Food and Drug Administration (FDA), che opera ancor oggi per la sicurezza dei prodotti alimentari.

Il fervore legislativo di quel periodo non portò però a indagare similmente sulle modalità con cui si svolgeva il lavoro in quei mattatoi e a reprimerne le condizioni para-schiavistiche. Sinclair commentò amaramente l’uso che si fece del suo libro: “Ho rivolto un appello al cuore del pubblico, e l’ho colpito nello stomaco”.

Infatti, l’organizzazione di quei macelli fu poi applicata nelle grandi fabbriche dell’Est degli USA con quel taylorismo che spezzettava le mansioni, attaccava la residua professionalità dei lavoratori e faceva crescere la dequalificazione del lavoro: già nel 1913 Ford, scompose i còmpiti della catena di montaggio in 37 operazioni principali e nel 1926 più del 40% delle mansioni nelle sue fabbriche prevedeva un solo giorno d’apprendistato.

La divisione tra lavoratori produsse nel 1919 i riots di Chicago, la cosiddetta Red Summer (Estate rossa): a partire dai macelli, una vera e propria sollevazione di 250.000 lavoratori della classe operaia bianca affrontò infine gli afroamericani, non iscritti al Sindacato e reclutati dal padronato nel Sud degli USA per fare i crumiri contro lo sciopero.

Per questo lo sciopero di Greenley di quest’anno è stato importante. Non solo perché ha riguardato la più grande impresa di confezionamento carni del mondo, che tiene bassi i salari dei lavoratori e i prezzi che paga agli allevatori di bestiame e tiene alti i prezzi al consumo. Ma perché ha saputo coinvolgere persone che venivano da ogni parte del mondo per rivendicare insieme i propri diritti con l’iniziativa promossa soprattutto dagli haitiani, che erano i più numerosi in quello stabilimento. E contestavano anche il licenziamento di un organizzatore sindacale e la sorveglianza e l’intimidazione dei lavoratori per la partecipazione all’attività sindacale.

Lo sciopero, votato preventivamente (come da legislazione sindacale statunitense) dal 99% dei votanti, è durato tre settimane, con picchetti ai cancelli, sostenuti dalle varie comunità etniche, organizzati da 90 “capitani” che tenevano i rapporti con gli operai nelle varie lingue. L’azienda non ha utilizzato sostituti degli scioperanti perché si affidava ad una loro veloce suddivisione. Invece lo sciopero si è concluso positivamente con la stipula di un accordo biennale che prevede un incremento della paga oraria di 1,50 dollari, dei permessi per malattia e delle tutele sanitarie (mancando negli USA un sistema sanitario generalizzato, se non per i poveri). Inoltre, un bonus di 1.250 dollari una tantum in due tranches e il pagamento da parte dell’azienda dei dispositivi di protezione individuale (gilet di maglia, guanti, para-braccia e affila-coltelli) che JBS addebitava ai lavoratori.

Inoltre il Sindacato si è rivolto al Parlamento del Colorado affinché approvi una legge che garantisca ragionevoli pause per andare al gabinetto, diritto che non si è potuto raggiungere del tutto nel contratto di stabilimento.

A proposito di carni, da quando Trump è tornato presidente, mentre il prezzo medio delle bistecche è salito da 10,87 a 12,51 dollari al chilo; quello della carne macinata è aumentato del 20%, quasi sette volte l’aumento generale dei prezzi al consumo il Dipartimento dell’Agricoltura ha rimosso tutte le restrizioni sulla rapidità delle linee di lavorazione di pollame e di carne di maiale. E sta per farlo anche per la produzione industriale di confezioni di carne bovina.

En passant, appare sconcertante l’intervento federale che regola i tempi di lavoro di un operaio. Mentre lo stesso governo è ancor oggi contrario a fare una legge che garantisca a tutte le lavoratrici e ai lavoratori degli USA almeno due settimane di ferie. Mentre il 40% di loro non ne ha il diritto.

E’ proprio il colosso alimentare JBS, con sede principale in Brasile e multata nel 2025 di 4 milioni di dollari perché gli appaltatori delle pulizie utilizzavano lavoro minorile, a richiedere di poter velocizzare la catena di produzione. Lo fa assieme, la storia si ripropone, alle altre 3 imprese che, anche oggi, monopolizzano il mercato del trattamento della carne. JBS opera anche col pollame e con la carne di maiale attraverso l’azienda Pilgrim’s Pride, ed è stata il singolo più grande finanziatore della campagna elettorale di Trump per le presidenziali con 5 milioni di dollari.

Nell’industria statunitense della carne si presenta dunque un intreccio tra le varie emergenze che attanagliano quel Paese: la cacciata degli immigrati, il loro utilizzo come lavoratori con meno diritti, la difficoltà a organizzare persone che parlano lingue diverse, l’alimentazione dei poveri che per la scarsa qualità è una delle cause della speranza di vita statunitense, inferiore mediamente a quella di molte nazioni europee. Infine il ruolo reazionario del governo Trump, che tutti ormai ben conosciamo.

Fonti principali:

C.Clark – l.Hu, After Three-Week Strike, JBS Concedes to Meatpacking Workers, Labor Notes, 23.4

R.Warzyniak, The ghost of Upton Sinclair: The danger of food industry deregulation today, People’s World, 26.8

P.Meriguet, Haiti’s violence continues: 47 killed and 60 kidnapped in massacre amid foreign intervention, Breakthrough News, 1.9

Di Ezio Boero

Nato nel 1954 a Torino, s'avvicina progressivamente alla politica attiva a partire dal 1968 presso il IV Istituto Tecnico Commerciale. Aderisce nel tempo a Democrazia Proletaria, Rifondazione Comunista, Sinistra Critica. Oggi è iscritto alla CUB. Nel 1974 è nel Collettivo Studentesco di Scienze politiche; nel 1977-79 redattore di Radio Città Futura di Torino; una ventina d’anni delegato sindacale di reparto poi rappresentante CGIL nell’azienda dove lavorava; nel 1994 tra i costitutori di ALLBA (Associazione Lavoratrici e Lavoratori Bancari e Assicurativi). Tra i promotori dei Comitati di cittadini per la Difesa del Parco Sempione e Dora Spina Tre su cui ha scritto La Spina 3 di Torino, Trasformazioni e partecipazione: il Comitato Dora Spina Tre, 2011 e Da cittadella industriale a Spina 3: una riconversione incompiuta in Postfordismo e trasformazione urbana, IRES Piemonte, 2016. Segue le lotte sindacali e sociali degli Stati Uniti, argomento su cui ha scritto Storia sociale e del lavoro degli Stati Uniti, StreetLib, 2019 (aggiornato nel 2023), scrive articoli e aggiorna un sito web specifico: https://lottesocialidegli-statiuniti.jimdosite.com/

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