Dicembre 2, 2020

AFV

Libera la tua mente

Un viaggio d’antan : treno speciale cento-porte da Palermo a Porto Empedocle e ritorno

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Un treno, sia pure spinto da una motrice più moderna di quella originale dal classico ciuf ciuf – Ferrovie dello Stato pare abbia chiesto agli organizzatori Euro 8.000,00 per metterla a disposizione – è tuttavia proprio quello centoporte, dove ogni vagone ospita piccoli scompartimenti a quattro posti che si fronteggiano, dotato ognuno di sportello per salire e scendere che si blocca con apposita piccola manovella a farfalla, con la scritta libero da una parte e dall’altra bloccato.

Itinerario: Palermo – Porto Empedocle, via Bagheria,Termini Imerese, Alia, Rocca Palumba, Cammarata, San Giovanni Gemini, Aragona Caldare, Agrigento (Akragas) Bassa, Tempio di Vulcano.
Nomi che evocano civiltà antiche, storia dell’umanità, inizio della scrittura e l’invenzione dei numeri, Pirandello e il Kaos. Personaggi che hanno migrato per tutto il Mediterraneo a cominciare da Giufà e i suoi cento e più nomi.

 

I partecipanti hanno affollato gli scompartimenti, inclusi bambini e i ragazzetti eccitati e chiassosi che percorrono, a velocità superiore a quella prevista del treno, i corridoi per rifornirsi al bar di merendine e patatine e bevande varie e di tutto quanto rende obesi.
Un ragazzino che oggi è protagonista ha rubato a suo padre il cappello da capotreno FS e la bandierina verde e ad ogni stazione si affanna a scendere e ad agitare la bandiera per dare la partenza. Si diverte come poche altre volte in vita sua e i viaggiatori con lui.
Qualcuno comincia già a scartare l’involucro di qualche cibaria.
Una gita salto nel passato, a parte i cellulari, che scattano senza posa e per una volta imprimono elettronicamente un paesaggio che certamente dall’alto di un bus turistico lanciato sull’autostrada o da un’auto in corsa non vedi. E per una volta non smanettano su notizie e/o fanno correre velocissimi i pollici per scrivere – si fa per dire – messaggi tronchi dove i numeri stanno spesso per parole compiute e le k per ch, e altre varie criptiche stregonerie, a chi gli sta di fronte a un metro di distanza. Gli occhi seguono il controllore che ti fora (oblitera, termine orrendo) il biglietto che non tutti ri-conoscono, un rettangolino grigiastro molto più ridotto come dimensioni perfino rispetto ad un biglietto di mezzo metropolitano. Qualcuno coi capelli bianchi tira fuori dalla mente o dal cuore qualche ricordo o qualche viaggio truffaldino senza o con doppia foratura mal riparata. “ Guarda qui è tale e quale. Stampato che se lo bagnavi la scritta quasi se ne andava.”. Da sperimentare oggi. Certo no; non esiste la stampa coi caratteri tipografici inseriti in ordine nelle cassettiere di legno. Dove sono finite ? Restaurate solo allo scopo di conservare oggettini acquistati nei viaggi, dipinte di bianco o qualche altro colore non mostrano più il glorioso legno consunto. E i caratteri ? Chi sa. Anche questo fa parte d’un voyage d’antan.

Il treno entra nei frutteti, dondola fra ondulanti vigneti o file di ortaggi, penetra tra eucaliptus, pini, si inerpica fra colline e colline penetra nelle gallerie e affumica doverosamente chi non ha chiuso i finestrini, vale a dire tutti; lo spazio tra vagone e vagone è separato da una porta basculante che, appunto, bascula e gli scompartimenti aperti di legno lucidissimo trasmettono nell’aria un vociare che frulla tutte le conversazioni, le espressioni di meraviglia, in un altisonante ronzio. In realtà per un bel tratto sembra di stare in Umbria e non nel profondo centro della Sicilia.

Due ore di viaggio, col trenino che corre velocissimo in piano e rallenta ansimante in salita trascinandosi appresso questa nenia di voce umana della quale si è persa l’abitudine. Nessuno ha le cuffie alle orecchie, nessuno si estrania, si chiacchiera fra sconosciuti.
La sosta a Tempio di Vulcano permette di scorgere in lontananza il tempio e moltissime colonne laminate d’oro dal sole. Incredibile, c’è anche chi non scatta e si limita ingordamente a guardare

Una campionario di umanità : turisti stranieri, un’artista che tiene in bilico una cassettina di legno piena di quadratini colorati sui quali struscia il pennello prima intinto in una bottiglietta di acqua e dirige pennellate di colore sul foglio di un album, velocissima. E’ un’equilibrista di rara maestria poiché riesce ad avere la meglio sui sobbalzi del treno continui e sulle ruote che non si adagiano morbide sulle rotaie, ma sibilano e lottano con esse per mantenersi in linea. Sembra uscita da un film di Poirot di quelli ambientati nei treni, coi capelli biondi un poco scarmigliati raccolti in modo trascurato in uno chignon. Di fronte ha una fotografa armata di una macchina seria, non di un cellulare, sia pure digitale, che spara a raffica ingordamente avida di immagini. Dall’altro lato del corridoio un’altra, sempre tipo Film Poirot, che chiede severa ai ragazzini che vociano stridenti, se per caso non sono sordi, e poi da tipo colonialista li invia al bar ordinando di riportarle una qualche bevanda tra gli sguardi tra stupiti e un po’ urtati dei genitori. Ma nessuno protesta questo viaggio è un fuori onda, fuori epoca, fuori tutto.
Ad Agrigento bassa, piccola breve sosta, forse per dar fiato alla motrice, si apre la valle e qualche colonna occupa l’intero campo visivo, togliendo il fiato. Gli altri tempii formano un particolare skyline.

E, infine Porto Empedocle, il cemento e la discesa alla spiaggia che si apre in una bella grande distesa piena di acqua, all’apparenza, cristallina che va dal verde, al colore delle alghe, all’azzurro al blu, brulicante di pesciolini.

Le parole : quali parole usare per questa spiaggia che si estende per centinaia e centinaia di metri non diritta ma fatta di linee curve sovrastate da una falesia di un bianco abbacinante che la sovrasta, solcata dal mare, dal vento, dalle tempeste, dal sole in gradoni che ne giustificano il nome : Scala dei Turchi.
E qui è d’obbligo una spiegazione: in Sicilia “turco” non è il turco, proprio no o per lo meno non solo, qui per turco s’intende tutto un territorio e chiunque ne provenga, vale a dire il Magreb e , quindi, marocchini, algerini e via così. Leggenda vuole che i pirati saraceni dalla costa si arrampicassero, per questa gradinata naturale e si spingessero all’interno razziando. Una lunga colonna di formiche che tingeva di scuro tutto quel biancore così come accade oggi se si guarda , appena scesi, in lontananza se si abbraccia con lo sguardo l’estendersi della falesia fatta di marna, calcare e argilla bianca dove, minuscoli, si agitano puntini e puntini neri che man mano che sono raggiunti, si trasformano in moltitudine di turisti, e siamo appena a maggio


Un’altra cosa che fa pensare di non essere in Italia dove ogni centimetro di sabbia è mercificato: per tutta l’estensione dell’arenile c’è un solo chiosco, ottimamente attrezzato, con poche docce e due tolette pulitissime, una per maschietti e una per femminucce, e, udite udite, non ci sono cartacce, involucri di gelati, e altri residui di pranzi al sacco. Per quale miracolo ? Difficile stabilirlo, ma è così. Forse anche questa spiaggia è un luogo che non esiste.
C’è qualcheduno con la puzza sotto al naso, tanto per intendere, quelli che si ritengono superiori agli altri e occupano le poltroncine con sacche per non avere contatto con gli inferiori, ma basta chiedere o guardare negli occhi per fare liberare il posto. Ci sono, come sempre, piccole cerchie elitarie tendenti a escludere coloro che non corrispondono a determinati requisiti, ma c’è talmente tanta abbondanza di spazio che si cancellano e scompaiono. E’ sufficiente escluderli dalla vista.
E’ sufficiente allontanare lo sguardo fino al punto dove l’azzurro del cielo sprofonda in quello del mare e ritrovare, riflessi, i contorni della falesia che si stagliano bianchissimi nella calma assoluta dell’acqua.

E’ ora di tornare dopo una giornata di blu, verde, bianco accecante, vento anche, si torna a salire quanto si era disceso la mattina per arrivare alla spiaggia. I muscoli non sono molto allenati, risentono dell’altra salita quella che dall’arenile si protende sul mare formando diverse baie incombenti coi gradoni torno torno lungo la grande falesia candidamente ingannatrice che induce a pensare a banchine di ghiaccio e ricopre di finissima polvere bianca ogni cosa, abiti e pelle inclusi.
Chi sa come sarà ad agosto. Ma la spiaggia non è la Chiaia di luna di Ponza, o le Marine Piccola e Grande di Capri. Questa ce ne vuole a riempirla. E non è altrettanto famosa. Per il momento. Per fortuna.7