Settembre 22, 2020

AFV

Libera la tua mente

La realtà frantumata in simulazione: KLIMT EXPERIENCE              

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di     Tracce

Esperienza Klimt = Klimt experience. La realtà frantumata ricomposta in virtuale, tramite simulazione.

Klimt experience va bene per tutti. Perché siamo italiani. Così si experience (in italiano esperimenta) Klimt. Pessimo abborracciamento angloitalico.

Siamo talmente abituati alla virtualità che la realtà ci confonde.

Di conseguenza, le opere le dobbiamo vivere nella realtà virtuale. Meglio, dobbiamo simularle per ricrearle in realtà. Appropriandoci, terra terra con scuse anticipate, del pensiero di Beaudrillard.

Le opere di Klimt lasciarono sbigottiti, stravolti e scandalizzati i grandi accademici che le avevano commissionate ( a lui come ad altri artisti dell’epoca ) per adornare e incutere rispetto dal soffitto dell’università di Vienna, salvo errore. Giurisprudenza, Medicina, Filosofia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per quanto riguarda la reazione degli accademici, 87 firmatari, occorre riconoscere che Klimt era un po’ cambiato e la sua visione dell’arte, la Secessione che si stava delineando e creando per sua mano, lo portava a nuovi percorsi evolutivi e ad un distacco dai canoni classici fin lì perseguiti. Le critiche e lo sbigottimento davanti alle figure nude in Filosofia, sulla sinistra, che si muovono in un‘ombra oscura che sembra aver la meglio sulla luce sconvolgono i canoni classici dell’illuminismo. Può la vittoria della luce sull’oscurità  estinguersi?  Questo il pensiero delle menti accademiche.

Lotte a non finire e ad onta dello scandalo suscitato dai nudi – lascivi, orrore, – dal pube ostentato in faccia senza pudore, con buona pace di Tiziano, Rubens et alt., le opere continuarono a restare in cantiere, seppure obtorto collo, e boicottarono la sua nomina a docente.

 

Fino a che, nel susseguirsi di alterne vicende e grazie ai finanziamenti elargiti dai suoi due principali collezionisti, Klimt restituì gli anticipi ricevuti dall’università e rientrò in possesso delle opere. Una volta istallate nel castello di Immerdorf, poprietà  di Wittgenstein che aveva acquistato dall’artista Giurisprudenza e Medicina,( in seguito Filosofia fu a lui donata dall’altro grande mecenate Lederer), vi dimorarono fino a che i nazisti in fuga dai russi, diedero fuoco al castello nel 1945 e arsero nel rogo.

L’allestimento dell’esposizione attuale: il termine non è esatto; si tratta di salire su di un otto volante, a imitazione di quello viennese, partecipare a gare di scontro macchine, percorrere una serie di tunnel, avvolti da un gran frastuono musicale e canti amplificati UHD tratti da melodramma  (a beneficio della digital generation cui sembra essere destinata ?) et similia. Fatevi avanti giovani millenniali : li avvertite gli odori degli alberi, riuscite a toccare i frammenti delle immagini in movimento come pezzi concreti così come reclamizzato dagli autocelebrantisi realizzatori?

O vi piacerebbe movimentarli personalmente tipo playstation, e già sarebbe un migliore risultato, piuttosto che nuotarci dentro passivamente. Giganti virtuali che schiacciano nanetti reali. Una giostra trascinante : lo spettacolo c’è.

Non si può negare la violenza dell’effetto. Tecnologicamente di ottima fattura. Frutto dell’azione di diverse squadre di tecnici, operatori, realizzatori di tracce musicali, ingegneri del suono, architetti in numero rilevante, trasportatori ecc. E se qualcuno è stato dimenticato, pace.

Nell’ingresso in direzione delle toilettes alcuni pannelli didattici. Forse, causa la sistemazione, in eccedenza. Subito dopo inizia il percorso che porta ad un’altra saletta, fornita di monitor a misura umana che illustrano la storia di alcuni quadri e dello stesso artista e della rivoluzione da lui creata con la Secessione Viennese. Ottima idea, infatti molto apprezzata con soste prolungate davanti ad ogni schermo. L’esistenza di questa saletta giustificherebbe un affollamento di classi studentesche in vacanza in Roma e di altre di scuole residenti, con professionisti adeguati che inducessero a vedere l’opera e non solo a guardare, poiché a questo scopo sono in essere le sale successive.

Un bell’artista Gustav Klimt al quale non importavano i “mi piace” dell’epoca né, per gli stessi motivi, avrebbe prestato attenzione a quelli in voga oggi.

Sono quello che sono, dicono le sue opere i miei dipinti discendono dalla mia essenza.

 

 

 

Figlio dell’epoca di Freud, senza saperlo di essere, tra simboli, inconscio, fascino dell’onirico, postumi di innamoramento dei mosaici aurei di Ravenna, libero quel tanto che gli è sufficiente per restituire, come detto, in un secondo tempo, gli anticipi versati dall’università e sottrarre le opere ai vaniloqui degli accademici. Con dei finanziatori alle spalle, ha la libertà, non di fare quello che gli pare e piace – come moltissimi intendono oggi – e che sarebbe più esatto definire licenza illimitata ed egocentrica, ma di continuare la sua ricerca e proseguire diritto per la sua strada che lo porterà al conferimento del premio dell’Esposizione Universale di Parigi nel 1900  e, nel 1905, a quello di Roma e al suo intento di lasciarsi alle spalle ogni opera finita, dopo lunghi approfonditi ed estenuanti studi senza cruogiolarcisi dentro, indice della pura essenza dell’artista. Le fotografie delle sue opere perdute, in bianco e nero, salvo una cromatica di un particolare, quelle degli studi su carta quadrettata, le volute dei nudi cha alzano la danza dal foglio e il morbido spostarsi dei veli, la piattezza voluta di Igiea, hanno una potenza maggiore delle frammentate tessere che si intrecciano si sovrappongono si susseguono nello scatolone e mischiano dal pavimento al soffitto le parole e il pensiero dell’artista e si possono calpestare e in realtà le sue parole sono sotto le suole delle scarpe dei visitatori, ben riflesse.

 

Questa Klimt experience  ci sbatte, è la parola, in un immenso Prater al chiuso, un fantasmagorico carosello : un contenitore rettangolare di grandi dimensioni le cui pareti raggiungono una notevole altezza e collegato ad un piccolo tunnel tutto specchi, solennemente definito “sala (?)  degli specchi”, e ad una stanza bookshop (stranamente descritta con il termine italiano libreria) fornita di strumenti per una ulteriore visione a tre quattro o ventimila uhd, i famosi “oculos”.

 

Voluttà di dettagli messi in scena, giganteschi, minuziosamente espansi, cromaticamente esasperati, dice il pieghevole “immersivi”, impregnati di suono al massimo.

 

Qualcuno tenta di immergersi, dopo essersi sbarazzato dello zainetto d’obbligo e si stende sull’enorme divano che segue la linea rettangolare posizionato al centro dello stanzone e corredato di cuscini, e si perde nel soffitto; qualcun altro alle due estremità ha una postazione migliore e una visione meno faticosa delle immagini che occupano la totalità dell’ambiente e si muovono scivolando ondeggianti sui lati lunghi e quelli corti. A tratti occorre dare agio al collo e alla testa e alla vista. A occhi chiusi le post-immagini continuano ad occupare la retina con un flusso ininterrotto di teli che avanzano e incombono : alberi, fiori, gambe, teschi, seni, pubi, in un incessante susseguirsi tutti enormi creano un bombardamento violento a colpi di laser continuo inarrestabile progressivo lancinante ritmato da un suono avvolgente a volume tale da sovrastare il chiasso di eventuali classi studentesche, generazioni digitali, ecc. alle quali questo tipo di evento è indirizzato con lo scopo di portarli ad approfondire l’argomento in essere. E’ inutile , o forse no, sottolineare che i bracci di una playstation di ultima generazione, appunto, sia di maggior interesse visto che i fruitori/ragazzi se ne stanno nell’ultima stanza coi loro begli “oculos” ondeggiando sulle sedie, e nemmeno entrano nella “sala degli specchi” trilaterale più pavimento e soffitto, dove, in effetti, una certa sensazione di vertigine si raggiunge, quasi una ripercussione  dell’effetto salone, non appena introdotto piede esitante sulla riflettentesuperficiepavimento. Un ricordo : luna park, un altro : tunnel  con specchi deformanti, immagini grottesche, direzioni labirintiche convergenti divergenti.

 

Qui, le dimensioni ridotte, e l’entrata che corrisponde all’uscita ripete all’infinito il riflesso di una sequenza di volti e di onde che si incontrano si sottraggono si fondono tutto attorno, musica a oltranza sempre dolby surround,  e tuttavia : manca la tensione del labirinto, la ricerca della via di scampo, la sorpresa all’improvviso. Ripetitivo e, anche, noioso. Un poco. Molto.

 

Per finire, nell’ultima stanza, manichini acefali, che appaiono fuori posto in una rievocazione volere o no klimtiana, ai quali sono stati posti addosso costumi confezionati con tessuti di pregio che si rifanno ai colori e al decoro di Gustav Klimt. Una vetrina anonima di un grande magazzino.

 

Artificiali nella loro concreta tridimensionalità, si offrono alla vista normale deprivata di “oculos”, e suscitano il desiderio delle superfici all’apparenza piatte delle opere originali di Gustav Klimt, splendide, nella loro reminiscenza, dopo il viaggio compiuto in quel di Ravenna, dei prestigiosi bagliori bizantini.

E’ da auspicare, così come stampato nel pieghevole, che la generazione digitale possa, potrebbe, trovare motivo per desiderare di approfondire la conoscenza dell’opera di Klimt situata nella sua epoca storica, di rottura con l’accademismo e di ricerca di nuove spinte verso l’innovazione, accompagnata da quella del pensiero, che hanno reso la Secessione Viennese una pietra miliare nella storia dell’arte. Seguire un’usta, non solo visuale, l’odore che la cultura, lascia sempre, penetrante, a volte violento, a volte poco gradito, a volte in anticipo sui tempi. Qui l’usta, per dirla tutta, è un po’ troppo commercial/ ammorbante. Uno su mille ce la fa, recita una canzone. Per quell’uno su mille che avesse voglia di vedere le opere dei grandi dal vero, questo evento con tutto quel che è costato realizzarlo, le sue squadre di tecnici e ingegneri e architetti ha raggiunto il suo obiettivo.

E con il fascino del web, reclamizzato sempre in questa occasione, come di seguito : “Soprattutto oggi nella società dell’immagine in cui una foto, rispetto a qualsiasi saggio critico, raggiunge un pubblico immensamente più vasto».                      

Una costatazione esatta e gelida con il benservito all’essenza della cultura.

Sempre che non abbia generato unicamente la bramosia dello strumento tecnologico, una nuova versione di play station, un automatismo robotico che porti allo spossessamento del sé come ipotizzato da un laboratorio ancora in atto in una grande esposizione romana che merita, con grande rispetto per quel che esprime e per la vastità della ricerca scientifica in atto e in divenire verso la CONOSCENZA, un capitolo a sé.

Il tutto dura all’incirca un’ora e mezza. Ha termine il confronto/immersione con la simulazione resa disponibile tramite strumenti telematici e si supera il confine per rientrare nella realtà priva di interfacce non convenzionali…..al pari di piloti nel corso di speciali addestramenti…..mollati occhiali e in altre situazioni caschi e guanti e sensori….    Inseguiti, “assecutati”, con la sensazione di una gigantesca indigestione di sistemi, fuoriusciti da quanto esistente in potenza e alla ricerca di configurazioni di equilibrio su un piano rettilineo, nel centro storico di Roma problematico, soprattutto stabile. In fondo al tunnel s’intravede, come d’uso, una luce. L’entrata è uscita. Si scende dal frastornante otto volante. Che cosa resta di Klimt experience : gigantografie di quadri spezzettati in altre gigantografie di particolari, scie di colori, rifrazioni riflettenti rifrazioni. Oculos per entrar dentro. Non si avvertono al momento odori mentre nel 1962 un congegno ideato da Heilig li trasmetteva nel corso del filmato allo spettatore insieme con vibrazioni e sensazione di vento. Li avremo, li avremo, l’immaginazione deve essere annullata. A Milano, Castello sforzesco, si simulano interazioni come falconieri. Dotati di archi. Odor di sangue e sudore. Basta prenotare.

Post-riflessione nella retina nelle orecchie nel cervello.

Complesso Monumentale San Giovanni – Addolorata Sala delle Donne – Roma (edificio della seconda metà del XVII secolo)

Tutta questa operazione ha il patrocinio del Ministero dei Beni delle Attività Culturali e del Turismo, del Comune di Roma, del Forum di Cultura Austriaco e la partnership di Trenitalia. Forse in viaggio verso il sud sugli scalcinatissimi treni notte di Trenitalia in qualche cabina singola supereconomy, ma sempre di costo superiore alla resa, quasi sempre carente di acqua nel minilavandino sbreccato, con la tendina del finestrino inceppata a metà, lampadine non funzionanti e polvere, lanugine, briciole e cartacce lasciate dal precedente occupante appena sostituito, occhieggerà il volantino di Klimt experience tra un bitorzolo e l’altro dello pseudo materassino per la goduria della lettura esaltante la riproduzione, non in full hd senza surround dolby e oculos al massimo della perfezione, del divano d’epoca esposto nell’ultima stanza e indubbiamente più comodo.    A voi l’experience.