Settembre 22, 2020

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Ahi…Biviere di restauro ostello.

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Ahi…BIVIERE di dispregio ostello condannato come l’Italia a un restauro immeritato e incancellabile.

Esistono piccoli gioielli sparsi un po’ dappertutto in Italia in piccole proprietà private.

I proprietari anch’essi sparsi un po’ dappertutto, lontani o in loco o in prossimità.

E, purtroppo una volta di più, queste preziosità sono comuni all’interno di proprietà pervenute per successione e, in un secondo tempo, divise. Piccole enclaves dominate da “possessività” affettive che non tengono conto della logica della vita quotidiana immersa nella realtà. Parcellizzazioni costruite entro parcellizzazioni. Solo pensarlo è complicato, nella realtà lo è molto di più. E non bisogna nemmeno dimenticare alberi secolari, ulivi querce, pozzi, pinetine, spalliere di gelsomini d’Arabia, tubi dell’acqua, contatori… Le prime generazioni tirano avanti bene, nel pieno degli affetti, senza badare a. Badare a ? Badare.

a – qui ci veniva papà a farsi la barba  (il pozzo sotto le querce secolari)

anche mio papà a leggere il giornale e il mio lo vedo ancora lì, andava a caccia (ahinoi per chi non ama questo sport), ma il tiro al piattello sì che bella la gara di fine estate e fine vacanze, come il tè alla Torre Calura situata sul promontorio e pronta a segnalare sui due lati del golfo. Ma questo è ancora un altro discorso, diverso.

b –  e il biviere, come si fa ad attribuirlo ad una proprietà piuttosto che ad un’altra?

c –  e la rotonda della pinetina, per lo stesso motivo ?

E così che possono avere origine le enclaves.

Non è azzardato ritenere che ogni padre si sia fatto la barba al pozzo, o abbia letto il giornale alla pinetina, o si sia seduto a godere del fresco del bosco sui sedili semicircolari che attorniano la vasca, in famiglia denominata “ biviere “. Tutti i padri nel corso di varie generazioni l’hanno fatto. E c’era il patriarca U Nannu Rranni.

Con tutte le complicazioni possibili e immaginabili che si tirano dietro allorché una delle parti viene totalmente ignorata o “sconfitta” o, più realisticamente, si ritiene tale in una politica di amministrazione comune all’interno di gestioni separate. Situazioni che occorre vivere per capire di che cosa si sta parlando.

Il “Biviere”, così detto in famiglia, è una ampia vasca di raccolta di acqua circondata da una balaustra a colonnine di pietra d’aspra, calcarenite, specie lapidea che in certe zone della Sicilia è denominata pietra d’oro (dall’arabo, è credibile) di un caldo color sabbia intenso. Tutto intorno sedili di pietra grigia, seguono l’andamento circolare della vasca e s’interrompono al centro per dar luogo ad una conchiglia di pietra inserita in un manufatto rettangolare  curvo ad arco appena accennato, nel lato superiore: questo manufatto come si può evincere dal lato posteriore consiste di pietre e terra, prodotto del boschivo, macchia mediterranea, sughere, eucaliptus, sorbi, corbezzoli, foglie, verdi, tronghi rugosi, terreno morbido, muschioso, licheni e, quando è tempo, funghi di ogni specie edibili e no, di colori vivi taluni, bruni altri come il terreno.

Il Biviere fa parte della natura e anche se al giorno d’oggi, acqua non ne scorre più dalla classica bocca bucata nella pietra rotonda che sovrasta la conchiglia, come in tutte le fontane siciliane, sembra di sentire fra le chiacchiere degli uccelli, delle foglie, del vento, l’eco di uno sgocciolio appena accennato.                                                       In mezzo al bosco, salendo si vedono dapprima la balaustra e le colonnine  e poi a mano a mano la circolarità delle pietre e le maioliche bianche e blu che ornano la conchiglia e la pietra che la sostiene.

 

Anche in foto anche in video promana atmosfera suggestiva, quasi da sogno di una notte o perfino di un giorno, di mezza estate, di primavera e, in particolare d’inverno. Fra tanto cemento, tanto rumore, tanto tanfo di fumi di macchine questo sito è forse uno dei rarissimi, abbastanza lontano dal traffico e circondato da bosco che è ancora bosco in buona estensione, e aromatizzato dal profumo delle foglie di aranci limoni ulivi e fiori di gelsomini d’arabia in lotta con l’inverno per continuare una fioritura biancostellata. La natura, a suo modo, difende il biviere, con qualche rovo, qualche asparago selvatico, diverse felci e rende morbidi i sedili con spolverate di muschio.

Biviere amatissimo, ma non difeso. Ora, mortificato.

E’ questo il punto.

A qualcuno, è venuta l’idea che quella vasca che non contiene da almeno un paio di generazioni acqua, e che mostra qua e là qualche crepa, abbia bisogno di riparazione per non ..crollare (?).

O forse qualche altro, ansioso, si è convinto e ha convinto qualcun altro che occorreva porre riparo al degrado ?

Di conseguenza è stato dato mandato alla stessa ditta che già operava in loco opere di sostegno di fondamenta o di crepe dovute al cedimento del terreno, di porvi rimedio nonostante qualche timida richiesta, da qualcun altro ancora, di essere messi a conoscenza dei materiali da impiegare, resine comprese per operare, al meglio, un restauro conservativo.

Risultato: cemento a tutto spiano, biancogrigio sulla bellissima ringhiera di pietra dorata e incamiciate con cemento quasi tutte le colonnine della balaustra, usando lo stesso criterio usato per l’interno della vasca.

Di analisi dei danni provocati del tempo sul materiale lapideo, non se ne è mai parlato anche se i danni variano da pietra a pietra, in virtù dell’ambiente dove questi si verificano.

Tanto per fare un esempio: Il danno si può presentare “alveolato” o per “erosione”, “corrosione”, “corrasione”, “crosta”, per “vegetazione infestante” o in diversi altri modi e sono molti, chi è specialista tecnico di restauro lo sa.

Le resine, se devono essere usate, variano in virtù della specificità.

Pertanto il restauro obbligatoriamente deve essere conservativo, e non se ne parla in maniera categorica di ricostruzione.

Le cause possono essere molte. Vento e cristallizzazione dei sali veicolati per infiltrazione di acqua, “alterazione chimica per deposito di materiale inquinante”.

L’incamiciamento delle colonnine si ottiene con un procedimento speciale e, in caso di assoluta obbligatorietà, operato da tecnici specializzati con materiale particolare, creando quasi una camera d’aria attorno entro la quale agire.

Qui, secondo una pittoresca e quanto mai appropriata espressione di un ingegnere palermitano, che definire allibito è poco, se di restauro si può parlare, è stato restauro dispregiativo.

Dispregiativo della qualità dell’opera, della bellezza del manufatto. Offesa al manufatto stesso : è stato costruito col cemento un cannello tutto ridere per non piangere, inserito nel foro piatto, come in tutte le fontane siciliane dell’epoca, inteso a far uscire dell’acqua che da lungo lungo tempo si è esaurita o è stata deviata. Orrore.

Come si evince dalle foto la piastrellatura era eseguita in bianco e blu e le mattonelle, come in tutti i manufatti dell’epoca, erano tagliate a metà trasversalmente e affiancate anche se del medesimo colore. Bianco/bianco, bianco/blu, blu/blu.

Il restauro ricostruttivdispreagiativo ha  posto una fila di mattonelle di un bel blu elettrico quadrate perfette. Effetto stanza da bagno. Senza tener conto del taglio, dell’armonica disposizione di quelle antiche che non sarebbe stato difficile reperire in qualche deposito da qualche impresa che, saggiamente, conserva quanto viene dismesso nella demolizione di antichi manufatti

Su un manufatto antico, si posano in opera tegole antiche, coppi antichi, mattonelle antiche, categoricamente e senza eccezioni.

Il costo evidentemente lievita, anche perché occorre un tecnico specializzato in restauro e non un mastro che può, se bravo, rinforzare l’interno senza osare, realmente, osare, toccare colonne, balaustra, conchiglia, eccetera.

Quel che manda in visibilio ulteriormente sono le strisciate sul cemento pari a quelle che si fanno su certe strade e impiantiti per impedire alle persone di scivolare sulla superficie troppo liscia. Nella fattispecie, uccelli, lucertole, ragni, serpi, coccinelle  poiché conigli, leprotti, cani, cinghiali perfino, difficilmente le utilizzano come assi di equilibrio.

Data, pertanto, l’insipienza degli esseri umani l’unica speranza resta il tempo. Acqua, vento, licheni, muschio, erosione e nuova alveolazione e tutti gli altri ammenicoli che sarebbe troppo tecnico in questo contesto elencare e altrettanto inutile, poiché il danno è fatto, e la beffa al biviere permane, si diano congiuntamente una mano, per annerire e consumare al più presto l’obbrobrio. Chi sa se il Biviere, offeso, nella sua essenza, non si darà da fare personalmente.

Nessun graffitaro, di quelli inutili e senza alcuna dote d’arte, nessuna baby gang, e neanche un cinghiale e magari due, avrebbero potuto causare danni peggiori e maggiori. Certo non avrebbero aggiunto bocche d’acqua e mattonelle da gabinetto.

Un’ultima citazione da un altro ingegnere e da un restauratore : Salvo che all’interno della vasca, non c’era una vera e propria necessità di effettuare opere. Così come si trovava il Biviere, sarebbe rimasto, nella sua piena e solenne annosità e bellezza.

Il restauro è altro e non è compito di un mastro, ma di un maestro del settore.

E qualcuno dei proprietari avrebbe continuato a cullare le memorie di chi l’aveva preceduto e vedere l’erba piegarsi al passaggio di qualche bel cane da caccia allegro e latrante agli uccelli e alle lucertole, come al contrario, ora non farà più e se ne terrà lontano.

A questo punto che c’entra l’Italia? Oggi.

Perché sì, perché, ancora una volta sì, un déja vu.

A Roma, tra parlamento e Quirinale.

Fra multi-Stelle col-Lega-te.

Alla difficile composizione di un difficile governo improbabile. Incollati, a risultato del voto acclarato, gli uni agli altri pur di andare al potere. Europa sì Europa no, reddito sì reddito no, di cittadinanza. Quel ministro sì quello no.

A che punto siamo ? Fine di maggio. Era di maggio. Di Maggio  ? Di Maio ? E tu eri/sei con me…Salvini ?

Un dramma si sta consumando. Con l’Italia in mezzo. E noi, la Comunità nazionale tirata da ogni parte, in ogni modo , con ogni mezzo, mentre cerchiamo di tenere addosso quel poco che resta, brandelli di stracci della nostra storia, incerti sulla sopravvivenza.

O che bel castello marcondinodirondello o che bel castello marcondinodirondà  è più bello il nostro marcondinodirondello e noi tireremo le pietre marcondinodirondello…e noi E noi lo bruceremo….Noi lo rifaremo marcondirondirondello  Noi lo spegneremo O che bel castello marcondirondirondello o che bel castello marcondirondirondà.