Dal 2018 la Francia di Macron ha eliminato un prelievo sui cittadini più ricchi. A distanza di tre anni, ecco i risultati

Andrea Barolini

Tassare i più ricchi conviene? E se invece si decide di sollevarli da un prelievo specifico, cosa succede? Da decenni tali domande sono oggetto di dibattito nei governi e nei Parlamenti. Per avere qualche risposta concreta, può essere utile analizzare le scelte che sono state adottate in altre nazioni. Come nel caso della Francia, che dal 2018 ha deciso di sopprimere l’Imposta di solidarietà sulla fortuna (ISF). Una tassa che gravava sui cittadini più ricchi e che è stata trasformata in una sorta di IMU sugli immobili (ora si chiama infatti Imposta sulla fortuna immobiliare).

Una ricetta neoliberista alla base dell’abrogazione dell’ISF

Ad essere modificata, dunque, in modo profondo, è stata la base imponibile. Non più la ricchezza riconducibile a ciascun individuo ma, appunto, unicamente i beni immobiliari. Ad essere esentati sono stati perciò, ad esempio, gli asset finanziari, come nel caso del possesso di azioni. Secondo il governo, in questo modo i ricchi sarebbero stati incoraggiati ad investire, liberando risorse. Con la speranza che qualche briciola potesse piovere anche sulla middle class e sui poveri, secondo una (tanto vecchia quanto smentita dai fatti) ricetta neoliberista nota come trickle-down theory. Ebbene i risultati della scelta operata dal presidente Emmanuel Macron sono «assolutamente allucinanti», per usare le parole del senatore socialista Vincent Eblé, ex presidente della commissione Finanze della camera alta transalpina.

Ma facciamo prima un po’ di storia. L’ISF fu creata per la prima volta all’indomani della Seconda guerra mondiale. Si trattò, all’epoca, di una tassa eccezionale e temporanea. Alla metà degli anni Sessanta, però, la CGT (il principale sindacato francese) lanciò una campagna per chiedere di ripristinarla. E di farlo, stavolta, in modo stabile. Bisognerà aspettare però il 1981, con il governo Mauroy (presidenza del socialista François Mitterrand), per arrivare all’approvazione dell’Assemblea Nazionale. Che battezzò il prelievo “Imposta sulle grandi fortune” (IGF). Applicata a chi disponeva di un patrimonio superiore ai 3,2 milioni di franchi, con aliquote tra lo 0,5 e l’1,5% (quest’ultima al di là del 10,6 milioni).

Nel 2008 la tassa sui ricchi aveva fruttato 4,2 miliardi di euro

Sei anni più tardi, nel 1987, la tassa verrà abolita da Jacques Chirac (all’epoca primo ministro). Ma già allora, nel giro di pochi anni, ci fu chi si mangiò le mani. Il conservatore Alain Juppé dichiarerà infatti nel 1989 (e ribadirà nel 2014): «Abbiamo avuto torto nel cancellare l’IGF. Siamo stati prigionieri delle lobby degli industriali. Ci avevano promesso che così avrebbero creato 400mila posti di lavoro». La vecchia ricetta: sempre quella.

La tassa vedrà nuovamente la luce – stavolta battezzata ISF – nel 1989, con il governo Michel Rocard, socialista, nel corso del secondo mandato di Mitterrand. Ed è rimasta in vigore fino al 2018. Subendo una riforma, nel 2011, ad opera del conservatore François Fillon, che decise di elevare il tetto oltre il quale scattava la tassa da 790mila a 1,3 milioni di euro. Rivedendo anche le aliquote e “salvando” 300mila ricchi contribuenti francesi. Per un costo particolarmente elevato: nel 2008, secondo gli annuari, l’ISF fece incassare allo Stato francese 4,2 miliardi di euro. Pari all’1,5% del totale delle entrate fiscali nazionali.

La soppressione dell’Imposta di solidarietà sulla fortuna,

Dopo la riforma, i più ricchi sono sempre più ricchi

Ma cosa ha comportato, dunque, l’abrogazione dell’ISF, voluta da Macron, e la sostituzione con un’imposta immobiliare? A spiegarlo è il secondo rapporto del Comitato di valutazione delle riforme fiscali, pubblicato lo scorso 8 ottobre. Il documento – redatto da France Strategie, organismo legato al primo ministro – spiega che la riforma ha comportato un netto arricchimento dello 0,1% più ricco della popolazione francese. E indica che la non imposizione dei prodotti finanziari in un’ISF (al cui posto è stata introdotta una flat tax del 12,8%  più il 17,2% di “prelievi sociali” sulle rendite da capitale) ha comportato un’impennata dei dividendi erogati. Pari al 60% nel 2018, per un volume di 23,2 miliardi di euro. Tendenza proseguita anche nel 2019.

Così, quello 0,1% di ricchi possiede il 25% in più rispetto al 2017. Qualcosa di «demenziale», ha commentato senza mezzi termini Eblé. Inoltre, nel 2017 quella micro-porzione della società francese (38mila persone) intascava la metà dei capital gains dell’intera nazione. Oggi ne incamera i due terzi. E per lo 0,01% di ultra-ricchi, la quota è passata da un quinto a un terzo.

L’impennata dei dividendi e i dubbi sull’impatto economico

Ma per lo meno, la soppressione dell’ISF ha avuto un impatto positivo sull’economia? Il rapporto spiega di non essere in grado di rispondere alla domanda con un “sì” o un “no”. Fornisce però degli elementi attraverso l’analisi di una riforma che andava in senso inverso.

Nel 2013, durante gli anni del socialista François Hollande, era stata infatti aumentata l’imposizione sulle rendite da capitale. Ciò al fine di allinearle a quelle sui redditi. Ebbene, al contrario di quanto temuto dai conservatori, tale riforma non ha avuto ripercussioni sugli investimenti nelle imprese. Ciò sempre secondo il rapporto del Comitato di valutazione. Al contrario, la riforma avrebbe abbassato la distribuzione di dividendi, migliorando così la patrimonializzazione delle imprese. E dunque la loro solidità.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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