Emanuel Macron in visita al Memoriale del Genocidio a Kigali.

Francesco Cecchini

ll presidente francese Macron, nato dopo il colonialismo francese e l’ indipendenza delle colonie francesi, mostra un apparente modernismo e attacca obsoleti apparati politici che, secondo lui, minano la vitalità della società francese e della Francia in Africa.  Macron  sta quindi riformando la Françafrique, cioè i rapporti della Francia con le sue ex colonie in Africa. In questo senso va anche il rapporto con il Ruanda.

Nel Memoriale di Kigali sono seppelliti i resti di 250 mila delle 800 mila / un milione i vittime del genocidio che avvenne dagli inizi di aprile a metà luglio del 1994.  il genocidio dei Tutsi e degli Hutu moderati avvenne per mano  degli ultrà dell’Hutu Power e dei membri dell’ Akazuo, un’   organizzazione estremista Hutu, a colpi di armi da fuoco, con bastoni e con machete. Nel maggio 2019 il presidente Emanuel Macron ha ordinato la creazione di una commissione per analizzare il ruolo della Francia in Ruanda prima e durante il genocidio attraverso ricerche d’  archivio, anche se non tutti gli archivi siano stati resi disponibili. Il rapporto della comissione guidata dallo storico Vincent Duclert, 1000 pagine, ha ricevuto critiche a destra e a sinistra. Il generale Christian Quesnot, capo di stto maggiore all’ epoca di François Mitterrand ha affermato che il rapporto è incompleto e parziale.

Le Monde diplomatique di maggio ha pubblicato un dossier sul genocidio in Ruanda. Il link è il seguente:

https://www.monde-diplomatique.fr/2021/05/A/63106

Nella parte dedicata alla Francia il ricercatore François Granier mette in luce che  vi sono molti documenti che non è stato possibile consultare. Per esempio quelli che riguardano la politica francese in Ruanda che appoggiò il governo hutu di Juvénal Habyarimana contro il Fronte Patriottico Ruandese hutu. Comunque il rapporto Duclert è alla base della recente visita di un paio di giorni in Ruanda di Emanuel Macron.

Di fronte al governo ruandese, giovedì 27 maggio,  Macon ha affermato:”La Francia non ha capito che volendo prevenire un conflitto regionale o una guerra civile, in realtà stava al fianco di un regime genocida. Ignorando gli avvertimenti più lucidi degli osservatori, la Francia si è presa una responsabilità schiacciante in una spirale che si è conclusa nel peggio, anche se ha cercato di evitarla”, riconoscendo quindi delle responsabilità, ma escludendo qualsiasi complicità con i genocidari, anzi difendendo così l’ onore dell’ esercito francese.

Macron ha così volutamente ignorato una verità storica, già comprovata. Prima del rapporto Duclert esisteva una vasta documentazione, che provava il coinvolgimento attivo e consapevole della Francia nei preparativi del genocidio. Parigi era a conoscenza del piano di sterminio e lo aveva supportato e facilitato. L’ analisi della giornalista investigativa Linda Melvern, autrice del libro Conspiracy to Murder: The Rwanda Genocide: The Rwandan Genocide del 2004,  fatta sui documenti rilasciati dall’archivio di Parigi dell’  ex presidente François Mitterrand mostra come l’   invasione del RPF di Paul Kagame nell’ottobre 1990 fosse considerata da Parigi come una chiara aggressione da parte di un vicino anglofono in un paese francofono. La Francia nel 1991 impedì a Paul Kagame di conquistare il Ruanda, combattendo  i ribelli tutsi e respingendoli oltre frontiera in Uganda. I soldati francesi supportati dalla Guardia Presidenziale dello Zaire, combatterono per conto del regime  ruandese degli Hutuin quanto le sue forze armate erano incapaci di sostenere lo scontro militare contro i ribelli di Kagame. Quando Parigi constatò che la sconfitta inflitta al RPF era una vittoria di Pirro, nel governo Mitterrand nacque la convinzione dell’esistenza di un piano Anglo Americano per diminuire l’influenza (e gli affari) francesi nella Regione dei Grandi Laghi. La convinzione dettò la necessità di sostenere senza riserve il regime HutuPower di Habyarimana e successivamente il governo provvisorio formato dalla moglie e i generali dopo aver liquidato il Presidente ruandese e i ministri Hutu moderati. La tesi si basava sulle alleanze di Kagame: Uganda, Etiopia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele, con beneplacito del Canada.

Già nel 1998 lo storico Gérard Prunier era stato ascoltato a Parigi alla Camera dei Deputati nell’   ambito di una Missione d’   Informazione sul Ruanda. In lungo e dettagliato intervento Gérard Prunier, autore The Rwanda Crisis: History of a Genocide del 1995,  criticò il comportamento della Francia in Ruanda e puntò il dito sull’ operazione Amarlillis e sulla Turqoise.  Nei primi giorni del genocidio, la Francia lanciò Amaryllis, un’operazione militare con l’impiego di 180 paracadutisti, assistiti dall’esercito belga e da UNAMIR, per evacuare dal Ruanda gli espatriati. L’  operazione fu  descritta da Gerard Prunier come una vergogna, dato che francesi e belgi non permisero ad alcun tutsi di seguirli; quelli che erano saliti sui camion dell’evacuazione furono costretti a scendere ai posti di blocco del governo ruandese, dove venivano uccisi. I francesi separarono anche alcuni espatriati dai rispettivi coniugi tutsi, mettendo in salvo gli stranieri ma abbandonando i ruandesi alla probabile morte. I francesi, tuttavia, salvarono effettivamente alcuni membri importanti del governo di Habyarimana, ed anche sua moglie, Agathe.                                           Critcò anche l’  Operazione Turquoise, missione francese su mandato dell’  Onu, avviata nel giugno ‘94 con l’  obiettivo di porre un freno alle violenze in atto nel paese, perché si dimostrò incapace di fermare o almeno porre un limite ai massacri in corso. Alla fine di giugno 1994, la Francia lanciò Opération Turquoise, una missione a mandato ONU per creare zone umanitarie sicure per sfollati, rifugiati, e civili in pericolo; da basi nelle città zairesi (Congo) di Goma e Bukavu, i francesi penetrarono nel Ruanda sudoccidentale e istituirono la zone Turquoise, nel triangolo Cyangugu–Kibuye–Gikongoro, una zona equivalente a un quinto del Ruanda. Radio France Internationale stima che Turquoise abbia salvato vite,  ma la scelta di tempo dell’ invasione, quando il genocidio volgeva al termine e l’  RPF, Rwandan Patriotic Front,  prendeva il sopravvento, indusse molti ruandesi ad interpretare Turquoise principalmente come una missione volta a proteggere dall’  RPF gli hutu, anche quelli che avevano partecipato al genocidio. I francesi rimasero ostili all’  RPF, e la loro presenza arrestò temporaneamente l’avanzata RPF. Secondo HRW( Human Rights Watch), Opération Turquoise aveva uno scopo: impedire una vittoria dell’  RPF.  HRW riferì che alcuni ufficiali a Parigi avevano apertamente parlato di “spezzare la schiena dell’  RPF.”  Ad ogni modo, la presenza militare francese aiutò di fatto gli autori del genocidio a sottrarsi all’  RPF riparando nel vicino Zaire (Congo).

Prima della sua visita due dei leader dell’opposizione Victoire Ingabire e Bernard Ntaganda in Ruanda hanno accusato Macron di ignorare la repressione politica e le violazioni dei diritti nel loro paese: “Il presidente Emmanuel Macron non esita pubblicamente a castigare senza mezzi termini i regimi dittatoriali, ma tace sul governo autoritario e sulle violazioni dei diritti umani da parte del regime ruandese”.

Egide Nkuranga, presidente di Ibuka, principale organizzazione dei sopravvissuti del genocidio, pur riconoscendo che Macron abbia cercato di spiegare le responsabilità della Francia nel genocidio,  si è invece detto dispiaciuto che Macron non abbia “presentato chiaramente delle scuse per conto dello Stato francese né chiesto perdono”. 

Il presidente ruandese, Paul Kagame, che ha ripetutamente accusato la Francia di aiutare il genocidio, ha indicato all’inizio di quest’anno che le relazioni tra Parigi e Kigali stavano migliorando ed ha accolto ora con favore le parole di Emanuel Macron e ha affermato: “Le sue parole erano più preziose delle scuse. Erano la verità”. E’ chiaro che per Kagame priorità non sono le responsabilità del genocidio o la richiesta di perdono da parte della rancia, ma l’  accordo politico-economico con questa.

Conclusioni. La visita di Emanuel Macron in Ruanda ha perlomeno risvegliato l’  attenzione sul genocidio. A 27 anni di distanza, il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi in Ruanda sta ancora portando avanti un lavoro di ricerca per condannare i responsabili anche se si tratta di un processo delicato e complicato. I carnefici, infatti, non sono identificabili facilmente perché ogni persona di etnia hutu avrebbe dovuto partecipare al massacro. Chi si fosse rifiutato sarebbe stato ucciso a sua volta. Per questo motivo si stima che le persone coinvolte nel genocidio sarebbero oltre mezzo milione tra mandanti, esecutori e altri crimini. Delle difficoltà né è prova l’ assoluzione il 31 marzo scorso di Félicien Kabuga, che era, tra l’ altro accusato di aver creato, insieme ad altri, le milizie hutu Interahamwe, le principali organizzazioni armate del genocidio contro i tutsi del 1994. E per aver usato la sua fortuna, proprietario di centinaia di ettari di coltivazioni di tè, di molti beni immobiliari, nonché di una grossa azienda di import-export, per consegnare, tra l’ altro, migliaia di machete ai miliziani. E’ stato l’ ex presidente della famigerata Radio Télévision Libre des Mille Collines (RTLM), che trasmise appelli per l’uccisione di tutsi, che chiamava scarafaggi.

Il genocidio in Ruanda, come tutti i genocidi, non va dimenticato! I genocidari non vanno perdonati!

Di Francesco Cecchini

Nato a Roma . Compie studi classici, possiede un diploma tecnico. Frequenta sociologia a Trento ed Urbanistica a Treviso. Non si laurea perché impegnato in militanza politica, prima nel Manifesto e poi in Lotta Continua, fino al suo scioglimento. Nel 1978 abbandona la militanza attva e decide di lavorare e vivere all’estero, ma non cambia le idee. Dal 2012 scrive. La sua esperienza di aver lavorato e vissuto in molti paesi e città del mondo, Aleppo, Baghdad, Lagos, Buenos Aires, Boston, Algeri, Santiago del Cile, Tangeri e Parigi è alla base di un progetto di scrittura. Una trilogia di romanzi ambientati Bombay, Algeri e Lagos. L’ oggetto della trilogia è la violenza, il crimine e la difficoltà di vivere nelle metropoli. Ha pubblicato con Nuova Ipsa il suo primo romanzo, Rosso Bombay. Ha scritto anche una raccolta di racconti, Vivere Altrove, non ancora pubblicata. Traduce dalle lingue che conosce come esercizio di scrittura. Collabora con Ancora Fischia IL Vento. Vive nel Nord Est

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