Dicembre 2, 2021

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Mentre il G20 condanna il pianeta, Sebastião Salgado ci porta nei meandri del polmone terrestre

Alessandra Spallarossa

La mostra di Sebastião Salgado è un ritratto insanguinato della foresta amazzonica che appare ancor più potente in concomitanza con il fallimentare bla bla bla del G20 di Roma.

Sebastião Salgado nei meandri dell’Amazzonia

Una natura così rigogliosa che non viene spenta dal bianco e nero delle foto. È la mostra Amazonia di Sebastião Salgado al Maxxi di Roma. Un viaggio nel polmone del pianeta, un viaggio forte, emozionante, che lascia nel cuore un misto tra meraviglia e dolore. Perché la deforestazione non si ferma.

La mostra raccoglie 200 fotografie, tutte in bianco e nero, che Salgado ha messo insieme in 7 anni di lavoro, accompagnate dai suoni autoctoni della foresta, in un percorso sonoro creato da Jean-Michel Jarre.

Gli scorci più maestosi dell’Amazzonia si mischiano con quelli più intimi. I fiumi sinuosi e possenti, le nubi cangianti, la selva fitta, i visi degli abitanti indigeni; la mostra ci accompagna laddove pochi uomini sono stati.

La foresta amazzonica non perdona: la sua vastità, le condizioni climatiche e gli animali che la abitano, la rendono uno dei luoghi più pericolosi al mondo. Difficile uscirne vivi senza guida. Più facile è invece distruggerla, spazzarne via intere parti, buttare giù alberi, per fare spazio alle coltivazioni intensive.

“L’unico modo per poter cogliere le reali dimensioni della foresta è osservandola dallo spazio. Occupa un terzo del continente sudamericano, un’area più estesa dell’intera Unione Europea, è attraversata dal Rio delle Amazzoni che, con i suoi circa 1.100 affluenti, di cui 17 lunghi più di 1.500 chilometri, alla fine della sua corsa riversa nell’Oceano Atlantico, il 20% dell’acqua dolce di tutta la Terra.”

Per non parlare dell’aria: la foresta amazzonica immette nell’atmosfera circa il 20% dell’ossigeno del pianeta.

Mentre il G20 condanna il pianeta, Sebastião Salgado ci porta nei meandri del polmone terrestre

Salgado tenta di sensibilizzare, di far toccare con lo sguardo quelli che sembrano solo numeri, tenta di piantare un seme nelle coscienze di chi cammina tra le sue foto, sospese nel buio. Perché non sono affatto solo numeri. L’oceano verde dell’Amazzonia contribuisce a rendere, letteralmente, possibile la vita sulla terra; oltre a costituire un bioma unico e irripetibile.

“Una delle caratteristiche più straordinarie – e forse meno conosciute – della foresta pluviale dell’Amazzonia sono i ‘fiumi volanti’ o ‘fiumi atmosferici’. Formandosi sopra la giungla amazzonica, questi ‘fiumi aerei’ carichi di umidità si estendono su gran parte del continente sudamericano. Gli scienziati hanno stimato che se ogni giorno dal Rio delle Amazzoni vengono riversate nell’oceano 17 miliardi di tonnellate d’acqua, nello stesso lasso temporale dalla giungla se ne innalzano verso l’atmosfera 20 miliardi – da cui l’appellativo Oceano Verde”.

Ma la foresta amazzonica non produce solo acqua e aria, contribuisce anche a ripulire l’atmosfera dai gas serra e custodisce la più ricca varietà botanica al mondo. Attraverso le foto di Salgado tutte queste parole assumono forme e contorni ben precisi, vividi, difficili da dimenticare.

Inoltre numerose tribù vi abitano, da secoli, oggi minacciate dalla deforestazione. Con loro Salgado ha trascorso molto tempo e ne ha catturato i tratti su pellicola: quei volti e quei corpi emergono dalle foto, sembrano volerti prendere per mano, per portarti laggiù, nel cuore della foresta, dove solo loro sanno come muoversi. Le immagini che ritraggono gli indigeni nella coltre di alberi, o nei loro villaggi, sembrano urlare, senza voce; chiedono rispetto. Chiedono di essere visti e ascoltati, proprio come loro hanno saputo fare con la natura, attraverso uno stile di vita in comunione con essa.

La deforestazione mette ogni giorno a rischio le loro case e devasta un tesoro inestimabile.

La mostra è in esclusiva italiana al Maxxi fino a febbraio. Durante la presentazione, la presidente Giovanna Melandri, l’ha annunciata come un vero e proprio manifesto estetico e politico, manifesto che oggi più che mai urge ascoltare, interiorizzare e promuovere.

Il bla bla bla del G20

Il 31 ottobre si è concluso a Roma il G20 e in questa occasione i leader del mondo, tra cui anche il presidente brasiliano Bolsonaro, hanno stimato il problema climatico come questione non urgente, decretando di non avvertire alcuna necessità di azioni forti e veloci.

Mentre la foresta amazzonica viene massacrata, in questi giorni la Sicilia veniva investita da piogge torrenziali e gli scienziati affermano che questi episodi climatici estremi saranno sempre più frequenti; eppure i grandi della Terra decidono che non vi è alcuna premura. Capitolo “clima e sostenibilità” non pervenuto, procrastinabile senza remore.

E del resto come potrebbe essere altrimenti, il 70% della popolazione mondiale vive in città, in palazzoni di cemento, ormai incapace di instaurare un rapporto sano con la natura.

Il supermercato e Amazon – non a caso – ci forniscono tutto ciò di cui abbiamo bisogno, non sappiamo più cosa significhi raccogliere i frutti dalla terra, essere grati per ciò che ci dona, non ci rendiamo conto di che benedizione possa essere una pioggia ad agosto; tuttavia conosciamo bene il significato della parola “inflazione”.

Abbiamo di tutto e di più ma fingiamo di non ricordare che viene tutto da lì, da quella terra che calpestiamo e ricopriamo di catrame, da quegli alberi che abbattiamo, da quei mari che riempiamo di plastica. Diamo tutto per scontato, non ci soffermiamo a pensare, perché ci arriva a casa tutto bello pronto e impacchettato. Fare la raccolta differenziata non basterà a redimerci.

La mostra di Salgado è un ritratto insanguinato della foresta amazzonica, ma è soprattutto un appello corale, a ripensare il nostro rapporto con la natura, a riportare il rispetto del pianeta in cima alla lista delle priorità.