Novembre 28, 2021

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La difficoltà di governare i Paesi scandinavi

La vicenda del governo svedese di Magdalena Andersson, caduto ancora prima di essere nominato ufficialmente, mette in evidenza la difficoltà sempre maggiore che gli esecutivi stanno vivendo nei Paesi dell’Europa settentrionale.

La socialdemocrazia scandinava è stata a lungo considerata come il modello da imitare da parte dei partiti della sinistra borghese. Secondo costoro, il modello esistente nei Paesi dell’Europa settentrionale, permetterebbe di trovare un connubio tra uno stato sociale avanzato e un sistema economico liberista. Tuttavia, se questi Paesi hanno innegabilmente vissuto un periodo di prosperità nel passato recente, il presente ci dice che anche le terre più fredde del continente europeo non sono esenti da problemi di governabilità.

Esemplare è il caso della Svezia, che negli ultimi anni ha avuto non poche difficoltà da questo punto di vista. Nominato alla guida del governo nel 2014, Stefan Löfven, allora leader del Partito Socialdemocratico Svedese (Sveriges Socialdemokratiska Arbetareparti) ha dovuto fare i conti con numerosi problemi per mettere in piedi i suoi tre governi, tra voti di sfiducia e governi di minoranza. Ad esempio, dopo le elezioni del settembre 2018, Löfven ha dovuto lavorare per più di quattro mesi prima di dare il via al suo secondo esecutivo. Nel giugno di quest’anno, Löfven ha rassegnato le proprie dimissioni dopo l’ennesimo voto di sfiducia, ma nessun’altra forza politica è riuscita a formare un governo, lasciando il Paese in una situazione di stallo.

Alla fine, il primo ministro svedese ha deciso di non ricandidarsi alla guida del Partito Socialdemocratico, ruolo per il quale è stata scelta Magdalena Andersson, ministro delle Finanze ininterrottamente dal 2014. Come promesso, Löfven ha rassegnato le proprie dimissioni da primo ministro per cedere lo scettro alla nuova leader dei socialdemocratici, che sembrava destinata a diventare la prima donna premier nella storia della Svezia. Ufficialmente, Andersson avrebbe dovuto prendere le redini del governo il 26 novembre, ma questo non accadrà.

Andersson ha infatti deciso di rinunciare alla formazione dell’esecutivo dopo che la legge di bilancio proposta dal governo è stata respinta dal Riksdag, il parlamento di Stoccolma. Al contrario, l’organo legislativo ha approvato una proposta di bilancio presentata dall’opposizione con i voti dei Democratici Svedesi (Sverigedemokraterna, SD), partito di estrema destra. Questo ha portato alla rottura della coalizione di governo da parte del Partito Ambientalista i Verdi (Miljöpartiet de gröna), che ha affermato di rifiutarsi di governare essendo sottoposto alla legge di bilancio dell’opposizione.

A quel punto, Andersson si è vista costretta a rinunciare alla formazione del governo. Tuttavia, la nuova numero uno dei socialdemocratici ha affermato di essere “pronta per essere primo ministro in un governo socialdemocratico a partito unico”. “C’è una pratica costituzionale secondo cui un governo di coalizione dovrebbe dimettersi quando un partito esce dalla coalizione”, ha spiegato Andersson alla stampa. “Non voglio guidare un governo la cui legittimità sarà messa in discussione”. Nel frattempo, il governo Löfven resterà in carica ad interim.

I problemi vissuti dalla Svezia non sono affatto unici tra i Paesi scandinavi. La Danimarca, ad esempio, è attualmente governata da un esecutivo di minoranza, affidato a Mette Frederiksen e sostenuto unicamente dal Partito Socialdemocratico (Socialdemokraterne). Come se non bastasse, le elezioni regionali e comunali del 16 novembre hanno palesato un arretramento dei socialdemocratici in tutto il Paese. Sebbene restino il primo partito con il 28,4% delle preferenze, l’emorragia di consensi è stata evidente, al punto che il partito di governo ha perso un totale di 86 seggi in tutte ele assemblee locali del Paese.

Le recenti elezioni locali hanno messo in evidenza la crescente sfiducia degli elettori nei confronti delle forze politiche tradizionali, visto che anche Venstre ha subito una perdita di 68 seggi, pur conservando il secondo posto su scala nazionale (21,2%). Venstre, il cui nome significa letteralmente “Sinistra”, è in realtà il più importante partito del centro-destra liberale, principale rivale dei socialdemocratici.

Questa situazione ha portato ad una crescita delle altre forze politiche, come il Partito Popolare Conservatore (Det Konservative Folkeparti, DKF), il Partito Popolare Socialista (Socialistisk Folkeparti, SF) e la Lista dell’Unità – I Rosso-Verdi (Enhedslisten – De Rød-Grønne), che hanno tutte fatto registrare un incremento di consensi, accentuando la frammentazione politica dell’elettorato danese ed indebolendo l’immagine del partito attualmente al governo.

Infine, citiamo il caso dell’Islanda, dove si attende ancora la formazione del nuovo governo, due mesi dopo lo svolgimento delle elezioni. In realtà, il primo ministro Katrín Jakobsdóttir non dovrebbe avere problemi a formare un nuovo esecutivo con la stessa coalizione che l’ha sostenuta nel precedente mandato, ma attualmente i colloqui sono stati interrotti per via di alcune indagini sulla regolarità delle elezioni, un evento più unico che raro nella storia politica islandese.

Non è possibile presentare il nuovo governo fino a quando il Comitato per le credenziali non avrà completato l’indagine sui procedimenti elettorali nel collegio elettorale nordoccidentale”, ha spiegato il primo ministro ai media islandesi. Oltre una dozzina di denunce legali sono state presentate a causa di procedimenti elettorali nella circoscrizione nordoccidentale, in cui le schede elettorali sono state lasciate non sigillate e non controllate tra il conteggio iniziale e il riconteggio avvenuto il giorno successivo. Dopo aver condotto un’indagine, la polizia ha dichiarato che non vi erano indicazioni che i voti fossero stati manomessi, ma ha aggiunto che non potevano confermare che fosse così.

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Giulio Chinappi – World Politics Blog