Il mondo dello spettacolo ha ballato al limite della sostenibilità, ha usato lo stato come cassa nei momenti difficili e non ha costruito anticorpi alle derive di un tale modello. Oggi serve una cura, che non è il vaccino ma una trasformazione delle relazioni

L’estate è finita. Non ho mosso un baule e non ho recensito nessun grande concerto. A dire il vero nemmeno un piccolo concerto. Ma i concerti di medie e piccole dimensioni ci sono stati, in Italia così come in mezzo mondo. Il teatro ha subito più o meno le stesse perniciose dinamiche. E ora? Prima di guardare a quel che accadrà forse servirebbe, seppur con le dovute cautele, guardare ancora un po’ alla stagione estiva dello spettacolo.

Chi ha lavorato lo ha fatto perché si trovava all’interno delle dinamiche di finanziamento pubblico o nel rischio dell’impresa privata che ha comunque deciso di rischiare in solido per non perdere tutta la stagione estiva. Le iniziative “pubbliche” sono spesso caratterizzate dalla gratuità dell’evento. Ciò che gratuito non è stato ha visto, nuovamente, lievitare il costo d’ingresso degli spettacoli. Quello del “caro biglietti” è un problema che è stato affrontato, in mezzo a vari argomenti, da una lettera scritta dal Festival Alta Felicità, dalla Festa di Radio Onda d’Urto e da Radio Sherwood. Di fatto quest’estate le norme anti-Covid hanno ridotto le capienze delle location ma a questa drastica riduzione numerica non ha fatto seguito un drastico calo dei costi dello spettacolo.

I cachet degli artisti (che contengono spesso anche le percentuali d’agenzia) sono certo scesi ma questo abbassamento si è “scontrato” con le necessità di sopravvivenza. Mettiamola così: chi vive di spettacolo, pagato in regola (che sia tramite cooperativa, partita Iva o altro tipo di rapporto) sostiene di non poter scendere sotto una certa cifra, considerando che un terzo del suo compenso va in tasse ecc. ecc. e considerando che, guadagnando di fatto solo tramite l’esibizione, non può “lavorare” tutti i giorni.

E allora una band o una compagnia teatrale di 3 o 4 elementi per vivere di spettacolo non può scendere sotto a 7/800 euro di cachet, a cui occorre aggiungere le spese di viaggio e le percentuali delle agenzie. Per questo in molti hanno tagliato….e hanno fatto tour in solo, tra acustici e reading. Però a chi organizza poi vanno aggiunte le spese di Siae, sanificazione, affitto sedie, impianto, pagamento tecnici e maestranze, produzione grafica e promozione. Uno spettacolo di professionisti e professioniste costa. Così è stato giustificato l’alto costo medio dei concerti estivi.

Penso che quello che ho scritto, fin ora, sia difficilmente criticabile…ma a questo andrebbe aggiunto che, nonostante percorsi nazionali come Emergenza Continua, o i timidi, deboli, sfocati posizionamenti dei sindacati confederali, o Chiamata di Produzione, dove è stato denunciato che il “sistema spettacoli” nel nostro paese «non andava già bene perché tempi di lavoro e paghe spesso non vanno di pari passo, così come la tutela del diritto del lavoro a fronte di cachet sempre più alti e biglietti d’ingresso sempre più alti», l’estate 2020 è stata segnata dalla mediazione e ritocco al ribasso dei costi anche per lavoratori e lavoratrici dello spettacolo.

Quindi riassumendo pochi spettacoli dei quali quelli non gratuiti con biglietti alti, senza margini di guadagno adeguati per i promoter e senza retribuzioni adeguate per le maestranze e paghe adeguate per quei pochi artisti in tournée che però hanno avuto un numero di esibizioni molto basse per poter dichiarare di “aver portato a casa la stagione”. L’estate 2020 è stata questa.

In mezzo a tutto questo ci sono state le incredibili e non scontate lotte del mondo dello spettacolo. L’intreccio anomalo tra diversi attori del mondo dell’intrattenimento: dai tecnici alle sarte, passando per artisti, piccoli promoter, responsabili di produzioni, agenzie di sicurezza e quant’altro. Intreccio che il 30 maggio ha espresso la sua massima forza, cambiando la narrativa sul mondo dello spettacolo, mostrando i lati oscuri, obbligando i grandi artisti a prendere parola (i più illuminati di questi, come Vasco Rossi, hanno deciso di garantire ai loro staff l’estate che non ci sarebbe stata) e i media a parlare dell’abbandono di un mondo che muove economie. Intreccio che spesso è stato incapace di parlarsi e fare sintesi, percorsi sono nati e hanno portato contenuti, idee, rivendicazioni diverse, e questi percorsi però sono andati avanti ognuno per la sua strada, sapendo l’un dell’altro ma senza fare sintesi. E così, se Emergenza Continua ha portato una proposta di riforma del mondo del lavoro e forzato ministero della cultura e del lavoro ad aprire un tavolo interministeriale, La Musica che Gira, Chiamate di Produzione e Slow Music hanno spinto il governo a varare forme di assistenza economica (insufficienti) per proteggere il settore.

Le forme di assistenza al reddito per il mondo dello spettacolo sono state risibili, e nonostante questo in molti sono stati esclusi ed escluse. Magari perché avendo altro lavoro avevano preso una misera disoccupazione, oppure perché lavoratori e lavoratrici in nero (sì, nel mondo dello spettacolo il NERO è qualcosa di più di un caso…e non è per bramosia di guadagnare di più) spesso è drammatica necessità. Un percorso d’intreccio che dal 30 maggio è sceso di forza e intensità tanto quanto dal 15 giugno si riprendeva a lavorare. Sì, perché la vita nel mondo dello spettacolo obbliga a muoversi, viaggiare, fare orari che vanno ben oltre le otto ore. E quando si lavora è difficile trovare il modo di aggregarsi, soprattutto in un mondo che non è stato abituato.

Il 10 ottobre a Milano ci sarà una chiamata nazionale, sotto il nome “Bauli In Piazza”. Una chiamata strana, dove la rivendicazione è “fateci lavorare” e dove scompaiono le problematiche pregresse. Sì, perché, come per tutto il resto, la Covid-19 non è il problema ma la lente d’ingrandimento dei problemi.

Il mondo dello spettacolo ha ballato su equilibri sottilissimi al limite della sostenibilità, ha usato lo stato come cassa nei momenti difficili (come in questo caso, scusate l’inciso, penso serva un serio ragionamento sullo “Stato Assistenzialista” che nella pandemia è tornato come mantra a sostengo però dell’impianto neoliberista e non a sostegno del bene collettivo) e non ha costruito anticorpi alle sue derive. Oggi per questo mondo serve una cura, la cura non è il vaccino o la medicina anti-Covid ma una trasformazione delle relazioni di rispetto tra i diversi, necessari affinché uno spettacolo vada in scena, dal teatro alla tv, dal festival alla radio. Una cura che vede chi sta in alto guardare con rispetto a chi sta in basso, chi sta in basso pretendere che chi sta in alto non faccia quello che non sa.

Oggi dopo i mesi di lotte, piazze, rivendicazioni chi fa parte del mondo dello spettacolo non può non sapere quanto prende un facchino all’ora così come un grande artista, e facchino e artista non possono non sapere il margine di guadagno risibile che un promoter ha. E questa distanza di diritti, possibilità, necessità non può essere più accettata, perché lo spettacolo dal vivo non può essere un bene per pochi, non può essere fatto da un’élite che è protetta economicamente da mamma e papà, non può essere un qualcosa sganciato da un ripensamento globale del nostro mondo, la normalità pre-Covid era ed è il problema, cambiare quella normalità è un compito arduo che necessita di genio, intelligenza collettiva e coraggio.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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