Negli Stati Uniti del 2020 il diritto di voto è ancora lungi dall’essere garantito a tutti i cittadini. A partire da una sentenza della Corte Suprema del 2013 – che ha di fatto sospeso il Voting Rights Act di Martin Luther King – i singoli stati hanno messo in atto una serie di provvedimenti legislativi e amministrativi per limitare l’accesso al voto di poveri, afroamericani e latinx. È solo così che un partito di minoranza come i Repubblicani può pensare di vincere le elezioni

“Voter fraud” è una delle espressioni che si sentono usare più spesso da Donald Trump. Basterebbe fare una rapida ricerca del suo account Twitter o sentire uno a caso dei suoi comizi degli ultimi tempi per sentirla nominare di continuo. Starebbe a indicare lo spauracchio di una possibile frode elettorale da parte dei Democratici, che secondo il Presidente in carica sarebbe ancora più probabile alla luce del grande numero di richieste di voto per posta avanzate nelle ultime settimane. Si tratta pur sempre di un’elezione presidenziale che si tiene nel mezzo di una pandemia mondiale che negli Stati Uniti ha già fatto più di 230mila morti. Dovrebbe quindi essere normale garantire ai propri cittadini la possibilità di votare in sicurezza, soprattutto alla luce del fatto che il voto postale è una pratica consueta del sistema elettorale americano.

Tuttavia – secondo il refrain repubblicano – questo tipo di partecipazione al voto non sarebbe sicuro e rischierebbe di falsare il risultato delle elezioni. Ma è proprio così? La sicurezza delle elezioni americane è davvero sotto attacco?

Secondo il Brennan Center for Justice, un centro di ricerca affiliato alla Law School della New York University, ci sono più probabilità che un cittadino statunitense venga colpito da un fulmine piuttosto che riesca a impersonare un’altra persona a un seggio elettorale. Tutta la ricerca scientifica è concorde nel giudicare gli Stati Uniti come uno dei paesi più sicuri nel quale votare. Da dove nasce allora questa ossessione di Trump per i brogli elettorali?

I Repubblicani in realtà è da molto prima dell’amministrazione Trump che hanno messo al centro del proprio discorso politico il tema del voter fraud. Per lo meno dall’inizio degli anni Duemila quando l’avvocato Hans von Spakovsky venne nominato dall’allora Presidente George W. Bush a capo della Commissione Elettorale Federale (FEC) e causò un’alzata di scudi da parte del Congresso. Spakovsky viene infatti riconosciuto come colui che ha fatto diventare l’ossessione per i presunti voter fraud un argomento mainstream all’interno del Partito Repubblicano. Dietro a quello che potrebbe sembrare un semplice interessamento per un regolare svolgimento delle elezioni si nascondono in realtà una serie di iniziative legislative volte a limitare l’accesso al voto a poveri, afroamericani, nativi americani e minoranze in genere.

DOV’È LA FRODE?

La frode c’è, ma non è quella di cui parlano Trump o Spakovsky. Gli Stati Uniti sono in realtà un paese elettoralmente affidabile solo dopo aver messo la scheda nell’urna (o nella cassetta della posta): il problema è tutto quello che succede prima del voto, dalla registrazione nelle liste elettorali all’accesso ai seggi. Se c’è infatti un voter fraud non è certo quello che presumibilmente verrebbe compiuto dallo dei cittadini che vogliono fare i furbi e votare in due stati diversi (che è la ragione per cui negli Stati Uniti esistono dei registri elettorali separati dall’anagrafe), ma quello che viene fatto apertamente e in modo assolutamente legale dagli stati, con le loro leggi e i loro escamotage amministrativi, e che durante l’amministrazione Trump non hanno fatto altro che peggiorare togliendo il diritto di voto a milioni di cittadini americani.

La limitazione del diritto di voto negli Stati Uniti ha in realtà una lunga storia. Per l’elezione di George Washington nel 1789 votò solo il 6% della popolazione: il popolo americano, decantato da una Costituzione che parlava il linguaggio dell’uguaglianza e dell’illuminismo («We, the People»), era composto solo da maschi, bianchi e proprietari ed escludeva donne, schiavi, nativi americani, giovani: ovvero la stragrande maggioranza della popolazione.

Fu solo con l’approvazione del XIII, XIV e XV emendamento durante gli anni della ricostruzione dopo la guerra civile che venne garantito il diritto di voto agli afro-americani e agli ex-schiavi, e si dovette aspettare il l movimento di emancipazione femminile a inizio Novecento, e il XIX emendamento nel 1920, perché il voto alle donne venisse garantito.

E tuttavia, già dalla fine del XIX secolo, gli stati, soprattutto nell’ex-confederazione, misero in atto mille strategie amministrative per far sì che questo diritto non venisse garantito: dalle poll tax, le tasse che un cittadino doveva versare per essere iscritto alle liste elettorali (e che naturalmente escludevano tutti i poveri e nullatenenti che non potevano pagarle) ai temutissimi literary test, formalmente istituiti per verificare l’effettiva alfabetizzazione dei futuri elettori ma in realtà costruiti in modo da rendere pressoché impossibile passarli; dalle leggi che escludevano qualunque condannato dal diritto di voto alle vere e proprie intimidazioni fisiche, il voto popolare venne garantito solo sulla carta. In uno stato come il Mississippi, se al tempo del XV emendamento alla fine della guerra civile il 67% degli afroamericani era iscritto alle liste elettorali, dopo la Seconda Guerra Mondiale era solo il 3%.

IL VOTING RIGHTS ACT

La grande vittoria del movimento dei diritti civili fu proprio quella nel 1965 di spingere l’allora presidente Lyndon Johnson a promulgare il Voting Rights Act, che istitutiva di fatto un commissariamento federale di tutte le procedure elettorali di alcuni degli stati dell’ex-confederazione (al quale però presto se ne aggiunsero altri, come Alaska, Arizona e parti della California, segno che le procedure amministrative che dovevano garantire il diritto di voto erano fallaci ed escludenti non solo negli stati del Sud). Quando la legge venne approvata nel 1965 sarebbe dovuta durare solo 5 anni, ma venne rinnovata per altri 5 nel 1970 e poi per altri 7 nel 1975. Ma persino due presidenti Repubblicani e reazionari come Ronald Reagan e George W. Bush la estesero per altri 25 anni nel 1982 e poi nel 2006: segno che il diritto di voto era ben lungi dall’essere definitivamente garantito in quella che si presentava ideologicamente (soprattutto rispetto ai paesi socialisti) come una democrazia all’avanguardia dei diritti nel mondo.

Quello che accadde all’inizio degli anni Duemila fu una campagna all’interno del Partito Repubblicano che iniziò a porre il problema delle procedure – a loro dire – troppo lassiste nel permettere ai cittadini di votare, soprattutto negli Stati del Sud.

Il ruolo dell’avvocato Hans von Spakovsky fu proprio quello di far passare l’idea che un voto che non venisse accompagnato da un documento d’identità rilasciato dal governo e munito di fotografia non dovesse essere considerato valido. In Italia può sembrare assurdo – visto il modo in cui è organizzata la nostra anagrafe – ma negli Stati Uniti molte persone in condizione di povertà o indigenza (e sono una percentuale molto più grande di ogni altro paese occidentale) non posseggono una carta d’identità. L’esclusione dal voto di chi non possiede la carta d’identità comporta automaticamente un’esclusione lungo le linee di classe (e quindi di razza) dal diritto di voto, di un elettorato che tra l’altro voterebbe in stragrande maggioranza democratico. Il Voting Rights Act costituiva una difesa nei confronti di procedure amministrative rigidamente restrittive e discriminatorie nei confronti del diritto di voto. Finché non venne tolto, incredibilmente durante l’amministrazione Obama.

LA FINE DEL MOVIMENTO DEI DIRITTI CIVILI

Nel 2013 la Contea di Shelby nell’Alabama fece causa al Governo americano sostenendo che l’applicazione del Voting Rights Act aveva ecceduto la sua giurisdizione a garanzia del XIV e XV emendamento della Costituzione, ed era entrata in conflitto con il X Emendamento che prevede che i poteri che non sono esplicitamente delegati dalla Costituzione al governo federale, sono da considerarsi ad appannaggio dei singoli stati. Con una sentenza clamorosa (di 5 a 4) – e che lasciò sconcertati l’allora Presidente Obama e l’Attorney General Eric Holder – la Corte Suprema il 25 giugno 2013 sentenziò di fatto la fine dal Voting Rights Act e l’azzeramento delle conquiste di Martin Luther King e del movimento dei diritti civili.

Molti politici Repubblicani e commentatori conservatori sostennero che l’epoca dei conflitti razziali negli Stati Uniti fosse conclusa e che ormai non c’era più nulla di pericoloso nel riconsegnare agli stati del Sud la giurisdizione sulle procedure elettorali. D’altra parte non era l’elezione di un Presidente nero la migliore prova del fatto che gli Stati Uniti erano ormai diventati un paese post-razziale?

Bastarono pochi giorni dopo la sentenza perché contee e Stati, soprattutto al Sud e soprattutto in mano al Partito Repubblicano, iniziarono ad approvare restringimenti al diritto di voto su tutta la linea. Ovviamente nel 2013 (o nel 2020) non era più possibile istituire le poll tax o i literary test: bastavano delle procedure amministrative che tuttavia ebbero un effetto altrettanto efficace, a partire dall’uso della carta d’identità rilasciata dal governo e munita di fotografia ai seggi. A oggi stati come Georgia, Indiana, Kansas, Kentucky, Mississippi, Tennessee e Wisconsin hanno adottato una politica rigida rispetto all’uso della carta d’identità ai seggi, che ha provocato l’esclusione di tutti quelli che non ne sono in possesso. Ma molti altri stati sono stati più creativi e hanno adottato misure di tipo diverso.

In North Dakota ad esempio lo stato richiede esplicitamente che ai seggi non solo venga presentata una carta d’identità munita di fotografia, ma che questa sia accompagnata da un indirizzo fisico di residenza. Lo stesso stato però, non riconosce gli indirizzi fisici di alcune riserve di nativi americani e li costringere a mettere come indirizzo sulla carta d’identità una casella postale: per poi sistematicamente rifiutare quello stesso documento d’identità ai saggi. Quando passò questa legge migliaia di nativi americani si videro di fatto privati da un giorno all’altro dal diritto di voto nonostante fossero in possesso di una forma d’identificazione riconosciuta dal governo.

In Florida – dove vige una lunga tradizione di esclusione dal voto degli ex-detenuti – vi fu una campagna molto importante organizzata dalla sezione locale del NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) e del ACLU (American Civil Liberties Union) con il supporto di gran parte del Partito Democratico locale, per un referendum che riconsegnasse il diritto di voto a chi era stato in carcere. L’emendamento 4 nel 2018 riuscì a passare con un’incredibile (e per certi versi sorprendente) larga maggioranza e ripristinò il diritto di voto a tutti i cittadini della Florida che avevano subito delle condanne penali e che avevano concluso la loro sentenza (incluse le misure di libertà vigilata). Si trattava di circa 1,4 milioni di persone in uno stato dove spesso le elezioni vengono decise sul filo di lana di qualche migliaio (se non centinaia!) di voti. Tuttavia il governatore trumpiano Ron DeSantis riuscì subito a trovare un escamotage e a inserire una clausola per cui, se non fossero state pagate tutte le multe pecuniarie pregresse, non sarebbe stato possibile inserire gli ex-detenuti nelle liste elettorali. Non solo vi furono persone che si videro costrette a pagare diverse migliaia di dollari per riuscire a usufruire del proprio diritto di voto, ma addirittura solo il fatto di fare richiesta di partecipare alle elezioni poteva far ricomparire nei propri file delle multe che altrimenti sarebbero probabilmente finite nel dimenticatoio. Questo ha purtroppo trasformato una delle battaglie contro un’odiosa forma di discriminazione nei confronti del diritto di voto in un’ulteriore pratica di esclusione. Si calcola che nelle prossime elezioni presidenziale di uno degli swing state più importanti (la Florida sarà molto probabilmente ancora una volta decisiva), saranno poche migliaia gli ex-detenuti che parteciperanno effettivamente alle elezioni (a fronte di 1,4 milioni di persone che avrebbero potuto usufruire del proprio diritto di voto).

Ma in queste elezioni i tentativi di escludere dal voto i cittadini sono anche altre: dalla querelle riguardo al voto per corrispondenza alla chiusura di migliaia di seggi in tutti gli stati (ci sono ormai contee dove i seggi sono diventati talmente pochi che non fa più una notizia dover fare 3 ore di coda al seggio e a volte si arriva anche a 5, 6, 7 ore di coda, che quest’anno verosimilmente aumenteranno per via dei protocolli di social distancing dovuti dalla Covid-19).

I Repubblicani negli ultimi anni, dietro alla parola d’ordine del voter fraud, hanno semplicemente adottato una strategia sistematica di limitazione con ogni mezzo necessario dell’esercizio del diritto di voto.

Perché la grande verità che spesso si dimentica è che Trump non solo è stato il presidente di un’esigua minoranza di cittadini americani, ma che l’attacco all’esercizio del voto finisce per colpire in modo classista tutta una fascia della popolazione povera che gli è politicamente ostile.

I Repubblicani sanno di non essere rappresentativi dell’attuale composizione sociale degli Stati Uniti, e hanno compreso che l’unico modo per rimanere al potere è quello di far definitivamente scivolare il paese verso una condizione post-democratica e neo-autoritaria, dove un’enorme fetta della popolazione viene di fatto esclusa dal diritto di voto. Il problema più grosso è che negli ultimi quattro anni hanno anche dimostrato di poterci riuscire.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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