Luglio 31, 2021

AFV

Libera la tua mente

Caro Vendola, discutiamo pure di politica

Caro Vendola (per cognome come si usava al Pci), ho letto il tuo post con cui dici di tornare a ciò che ti appartiene e cioè la politica. Questo mi permette una interlocuzione che altrimenti non avrebbe rispettato la tua volontà.

Questo tuo ritorno coincide con due anniversari che chiedono una discussione. I 100 anni del Pci e i 30 anni di Rifondazione comunista.

Nel Pci ci siamo conosciuti e Rifondazione l’abbiamo vissuta dalla nascita (io qualche settimana dopo vista l’attesa del mio gruppo di provenienza, il Pdup).

Ebbene le cose che vorrei discutere anche con te, come sto facendo pubblicamente da tempo, è perché una Storia come quella del Pci sia potuta finire, naturalmente in parte, in un soggetto come il Pd. E cosa abbiamo fatto, e cosa non siamo riusciti a fare, dalla fine del Pci per evitare la deriva che viviamo e per costruire un’altra storia.

Naturalmente posso ben partire dall’oggi. Ho letto che definisci il governo Draghi il punto di incontro tra populisti e oligarchie e che è giusto starne  all’opposizione. Sono d’accordo con te. E penso che proprio la riscoperta del valore dell’opposizione dovrebbe essere ciò che traiamo dalla vicenda che stiamo vivendo. Una opposizione vera, per un’alternativa quale la pandemia chiederebbe. Un antidoto a quella logica della governabilità che ha travolto la sinistra e la democrazia. Una opposizione che non può essere a qualcosa che si pensa come una parentesi. E che non rimuova che questo governo è sostenuto anche dalla grande maggioranza degli eletti di Leu, ragione per cui la mia scelta è stata sempre quella di evitare la scorciatoia di “voti utili” che si possono trasformare in altro. Perché non può essere una parentesi qualcosa che ha caratterizzato tutto il trentennio da Maastricht alla ristrutturazione capitalistica europea di oggi, da Ciampi a Draghi. E che ha visto il Pds, Ds, Pd come perno centrale, subalterno ma consapevole, della governabilità come asse dell’edificazione di quella Europa reale che ha articolato la globalizzazione. Basta rileggere il discorso di Ingrao contro il nascere del governo Ciampi e quello di Magri contro Maastricht per trovarvi ciò che è avvenuto.

Qui la necessità che l’interrogarsi sull’oggi contenga le due questioni che ponevo all’inizio. Come ha potuto il Pci diventare il Pd? Cioè come avviene il rovesciamento del caso italiano nel suo contrario e cioè l’anomalia che, unica in Europa, arriva al punto di sdoganare la Lega e di proporre questa formula all’Europa tramite le ambizioni di Draghi di occupare così il dopo Merkel. Il Pd vive in questa dimensione, è questa dimensione. Come, e peggio, di gran parte del socialismo europeo che ha vissuto la fine del “socialismo reale” come una sorta di rivincita anticomunista ma offrendosi al liberismo della rivoluzione conservatrice come cogestore. Per altro il socialismo europeo almeno ha mantenuto, sia pure in minima parte, una consecutio storica che consente di appalesarsi ai Corbyn, ai Sanchez, ai Costa. Temo che la disfatta che si preannuncia della Spd colpirà ancora più alle radici quel partito tedesco intorno cui gira la Storia della socialdemocrazia. Ma il Pds/Ds/Pd non ha neanche questo. È consustanziale a Bruxelles come mai il Pci lo fu a Mosca. Come è potuto accadere? E come si fa a prescindere da questo per fare una politica alternativa? Domande chiave, insieme al cosa potevamo, e possiamo, fare a fronte di ciò.

Qui sta il trentennale di Rifondazione. Che nasce non a caso come il cuore dell’opposizione e inizia la rifondazione nella critica/lotta alla globalizzazione e a Maastricht. Che non ce l’abbiamo fatta è evidente. Ma il tema è ancora quello, l’alternativa di società, o no? La pandemia ha squadernato l’orrore del trentennio liberista. La ristrutturazione capitalista e le nuove guerre fredde mostrano che il suo cinismo espresso nelle classi dirigenti è incredibilmente intatto. Che fare?

Io, da tempo penso ad una rifondazione europea della sinistra, quella alternativa che mostra ancora oggi dal Belgio alla Croazia di poter tornare in campo. E che sta in una situazione mondiale che, dal Cile al Perù, ci dice che si può reagire, da sinistra, alla fascistizzazione.

L’Italia appare “chiusa”, dall’alto e, purtroppo,  dal basso. Piazze piene per dire che non ci si lega e poi vuote con Draghi che governa con Lega e Pd. Un malessere sociale che tutti i numeri e le strade del nostro quotidiano ci raccontano, ma una dissipazione politica e di identità che forse nessun Paese, se non dell’Est, ha vissuto.

Certo qui c’è anche la nostra sconfitta. Il cuore dell’opposizione si è cimentato col governo, primi in Europa nel mondo del dopo l’89, e non ce l’ha fatta. La sconfitta si è trasformata in diaspora e questo è ancora peggio.

Non volevo neanche parlare dei nostri passaggi più stretti ma forse è giusto farlo. Siamo stati insieme nel congresso di Chianciano. Ci siamo separati prestissimo in Sel. Io sono tornato al Prc. Forse serve anche dirci il perché di ciò. Io di ciò che ho fatto a Chianciano resto convinto di molte cose, che per me appartenevano alla parola Rifondazione. Però, l’ho scritto,  non rifarei la scissione. Per muoverti qualche osservazione al tuo agire, la partita senza partito non si poteva giocare. Vero è che l’avevamo persa anche col partito e a questo Chianciano non rispondeva. Rispetto ad allora penso anche che l’identità comunista fosse comunque necessaria. Anche se penso che fosse sbagliato fare della sua difesa il centro del congresso. Perché necessario non è sufficiente. E Rifondazione è scritto per questo. Ci siamo separati in Sel perché io pensavo che con la crisi finanziaria del 2008 sarebbero arrivati austerità, commissariamento e Monti e non elezioni con la possibilità di competere per il presidente del Consiglio.

Io da allora ho cercato altrove un necessario sufficiente. L’Altra Europa con Tsipras, i processi che si potevano innestare. Ma tutto è ormai più difficile. Rifondazione per me è tornata necessaria. Il sufficiente penso lo si debba costruire per quanto è necessario ma difficile.