Mario Lombardo 

Il secondo bombardamento ordinato da Joe Biden nella zona di confine tra Iraq e Siria da quando si è installato alla Casa Bianca ha mandato in fibrillazione nel fine settimana un Medio Oriente intento a osservare gli sviluppi delle trattative in corso a Vienna per il ripristino dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA). I raid USA hanno colpito due depositi di armi e di droni utilizzati da un paio di milizie sciite, secondo Washington “appoggiate dall’Iran”. L’operazione rappresenta ufficialmente una ritorsione contro i ripetuti attacchi subiti dalle forze americane in Iraq, ma è difficile assegnare una logica razionale al bombardamento di domenica, se non inserendolo in un quadro più ampio che ha a che fare con la riorganizzazione delle priorità strategiche degli Stati Uniti nella regione.

Una delle località oggetto dell’incursione americana si trova in territorio siriano e l’altra in quello iracheno. Le brigate destinatarie del “messaggio” di Biden sono Kata’ib Hezbollah e Kata’ib Sayyid al-Shuhada, incorporate nelle cosiddette Forze di Mobilitazione Popolare, a loro volta integrate nelle strutture delle forze di sicurezza irachene e in prima linea nella guerra contro lo Stato Islamico (ISIS). Obiettivi simili erano stati colpiti dagli USA il 25 febbraio scorso in quello che fu il primo ordine, dato da Biden in veste di presidente, per condurre un bombardamento in un paese straniero.

Il giorno successivo, le forze americane in Medio Oriente sono state a loro volta colpite. Secondo fonti curde, alcuni missili sono stati lanciati lunedì contro le postazioni USA che occupano illegalmente pozzi petroliferi in territorio siriano. A quest’ultima operazione, gli americani hanno ulteriormente risposto con il fuoco, anche se l’intensità delle operazioni è apparsa tale da scongiurare probabilmente e almeno per il momento un’escalation del confronto.

Il bilancio dell’attacco USA di domenica sarebbe di quattro o cinque vittime, tra le quali ci sarebbe un bambino e membri della milizia Kata’ib Sayyid al-Shuhada. La stampa americana ha in larga misura avallato l’operazione, discutendone tutt’al più le implicazioni per i negoziati con l’Iran. Ciò conferma ancora una volta come gli Stati Uniti si siano ormai auto-assegnati la facoltà di condurre azioni di guerra praticamente ovunque senza vincoli di sorta.

Alcuni democratici al Congresso di Washington hanno tuttavia sollevato la questione dell’uso della forza da parte del presidente, che deve essere sempre autorizzata dal Congresso stesso, tranne in alcuni casi nei quali è in gioco la sicurezza del paese. Nel caso del fine settimana, la Casa Bianca ha appunto fatto riferimento alla necessità di difendere i soldati americani in Iraq, così come in Siria. In quest’ultimo caso, le forze USA occupano una parte del territorio di un paese sovrano senza alcun fondamento legale, mentre per l’Iraq la presenza militare appare sempre più precaria.

Dopo l’assassinio del comandante dei Guardiani della Rivoluzione iraniani a Baghdad, Qassem Soleimani, a inizio 2020 il Parlamento iracheno aveva approvato una risoluzione che chiedeva l’evacuazione dei soldati americani. Le milizie sciite e i loro referenti politici sono ugualmente contrari alla permanenza americana nel loro paese e lo stesso primo ministro, Mustafa al-Kadhimi, ha denunciato il bombardamento di domenica come una “violazione deliberata e inaccettabile della sovranità irachena”.

A cercare un senso nell’operazione di domenica è stato tra gli altri l’analista americano ed ex ispettore ONU, Scott Ritter, in un’analisi pubblicata dal sito web della rete russa RT. Dal punto di vista puramente militare, il bombardamento non ha fatto nulla per impedire futuri attacchi contro le postazioni USA con i droni da parte delle milizie sciite irachene. Inoltre, il “deterrente”, rappresentato secondo la Casa Bianca dal recente raid, è ugualmente da escludere. Una ritorsione contro obiettivi americani in Iraq ha infatti avuto luogo il giorno successivo e i destinatari delle bombe del fine settimana hanno già promesso ulteriori azioni nel prossimo futuro.

Ritter mette in discussione anche e soprattutto il tempismo dell’operazione, avvenuta il giorno successivo a una cerimonia per la celebrazione del settimo anniversario della creazione delle Forze di Mobilitazione Popolare, impiegate con successo nella guerra all’ISIS. All’evento avevano partecipato in pratica tutte le più alte personalità del governo e delle forze armate irachene, incluso il premier Kadhimi. Il capo del governo di Baghdad aveva anche tenuto un discorso ufficiale per elogiare il comportamento “eroico” di queste milizie, definite in modo inequivocabile come parte dello stato.

La decisione di Biden di colpire proprio questi gruppi armati, “senza avvisare preventivamente il governo Kadhimi né”, tantomeno, “chiederne il permesso”, rischia quindi di trasformarsi in un boomerang e di rendere ancora più difficile la posizione del contingente militare USA in Iraq. Queste osservazioni stimolano una riflessione più approfondita sui reali obiettivi della Casa Bianca nell’autorizzare un’operazione come quella di domenica scorsa. È evidente che il confronto con l’Iran deve essere il primo fattore da tenere in considerazione, tanto più se si pensa che il bombardamento contro obiettivi collegati in qualche modo a Teheran è avvenuto al termine del sesto round di colloqui a Vienna e alla vigilia di quello che potrebbe essere l’ultimo prima del sospirato accordo.

Apparentemente, un’iniziativa che somiglia molto a una dichiarazione di guerra non sembra poter favorire un negoziato già complicatissimo. A Vienna continua a esserci uno stallo sostanziale sulla questione delle sanzioni americane reintrodotte da Trump a partire dal 2018 e della loro cancellazione per rimettere in piedi il JCPOA. In questo percorso strettissimo per arrivare a un accordo, le bombe americane in Siria e in Iraq possono avere un duplice significato.

In primo luogo, servono ad allentare le pressioni su un’amministrazione Biden che si trova davanti a forti resistenze nel rimettere in piedi l’accordo con Teheran sottoscritto originariamente da Obama. Il mostrare la determinazione di continuare a colpire forze paramilitari sostenute dalla Repubblica Islamica può così tornare utile per rassicurare quanti si oppongono al processo diplomatico con l’Iran al Congresso USA, soprattutto da parte repubblicana, e in Israele, dove il fragile governo appena insediatosi deve a sua volta fare i conti con pressioni provenienti da destra.

L’operazione del fine settimana, assieme ad altre recenti iniziative come l’oscuramento di decine di siti web collegati al governo iraniano e ai suoi alleati in Medio Oriente, è però anche un messaggio rivolto alla stessa Repubblica Islamica che l’obiettivo di Washington resta quello di contrastare l’influenza di Teheran nella regione ed esso continuerà a essere perseguito anche dopo un eventuale intesa per il ristabilimento del JCPOA. Non è un segreto d’altra parte che gli Stati Uniti intendano allargare il fronte diplomatico partendo dall’accordo sul nucleare, fino a includere i rapporti dell’Iran con paesi e organizzazioni anti-americane in Medio Oriente e il programma missilistico di questo paese.

In un quadro più generale, le bombe di Biden per “difendere” una presenza militare che ha poco o nulla di legittimo sono in un certo senso un’altra affermazione dell’imprescindibilità della regione mediorientale per gli interessi strategici americani. Da qualche anno si discute della necessità di un disimpegno USA da questa regione per liberare forze e risorse da destinare alle minacce “sistemiche”, rappresentate da Russia e, soprattutto, Cina. La realtà globale che sta emergendo, però, non consente di abbandonare un’area cruciale come il Medio Oriente, dove, appunto, si consuma parte della competizione tra grandi potenze. Basti pensare, a questo proposito, al prestigio acquisito da Mosca a partire dall’intervento a fianco di Assad nel conflitto siriano o alla partnership cinese con l’Iran e ai rapporti sempre più stretti tra Pechino e l’Arabia Saudita.

Nonostante il carattere provocatorio del raid al confine con Iraq e Siria, è innegabile che le modalità dell’operazione e la retorica dell’amministrazione Biden indichino, per quanto possibile quando sul campo ci sono morti e distruzione, una certa prudenza e la volontà di gettare acqua sul fuoco. Se rimarrà solo un atto dimostrativo dipenderà dalla capacità di tutte le parti coinvolte di evitare una pericolosa escalation, mentre delle eventuali conseguenze se ne avrà con ogni probabilità conferma durante il nuovo round di negoziati in programma a Vienna nei prossimi giorni

https://www.altrenotizie.org/primo-piano/9328-biden-bombe-sulla-diplomazia.html

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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