Silvia D’Autilia 

Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Fondatore dell’Associazione Antigone, componente e poi Presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti o pene inumani o degradanti, docente a contratto di Costituzioni europee e diritti umani all’Università Roma Tre.

È stata un’estate drammatica quella appena trascorsa nelle carceri italiane. A fine settembre sono già 64 i detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno: alcuni sono stranieri, altri con problemi psichiatrici. A Ferragosto è un giovane venticinquenne a compiere il tragico gesto, dopo essere entrato da appena due settimane in carcere per “rapina”, come si legge sulla sua scheda personale. Nel complesso, il mese di agosto ha contato un totale di 15 suicidi – uno ogni due giorni – sintomo di un malessere che richiede trasformazioni e cambiamenti. Su cosa impone di riflettere questo fenomeno? E quali responsabilità sociali chiama in causa?

Le responsabilità sono molto più esterne di quel che pensiamo. Spesso parliamo di persone ai margini del contesto sociale, il cui disagio potrebbe essere intercettato in altri modi prima di sfociare in un reato e quindi nel carcere. Si tratta di detenuti che non di rado sono autori di reati cosiddetti “minori” (come appunto quello di furto o resistenza a pubblico ufficiale), a cui sono state inflitte pene brevi o che vivono da poco la detenzione. Una volta arrivati qui, le condizioni negative della vita carceraria si palesano come concausa della loro decisione suicida. Mi riferisco ad affollamento, quindi mancanza di spazi, intimità e riflessione. A volte possiamo anche trovare 4 o 6 detenuti per cella con un unico gabinetto o tavolino. In queste situazioni lo spazio personale è definitivamente annullato. Ma ci sono anche realtà di scarsa manutenzione e degrado: molto spesso nei circondariali (le strutture dove cioè si attende l’esito dei processi), non c’è la minima cura degli ambienti. Dall’altra parte permane un processo di volontaria infantilizzazione della persona, che, sebbene sia reclusa, rimane pur sempre una persona adulta. Invece le pratiche di privazione della libertà trasformano spesso il detenuto in un vero e proprio oggetto di decisioni altrui. La sensazione di essere nelle mani di qualcuno che ha un potere totale su di te configura il carcere come il luogo di un non-ritorno, un posto totalmente alieno, dimenticato dalla realtà che c’è fuori. Tutti questi aspetti sottraggono significato al tempo che si passa qui dentro e un tempo privato del suo senso è facilmente esposto a sofferenza e purtroppo a tragici gesti. Per tutte queste ragioni, quando si parla di responsabilità, la prima cosa di cui preoccuparsi è la comunicazione. Come ci si esprime su questi temi? Come usiamo il linguaggio quando in società ci si riferisce al contesto carcerario? Come si struttura nella mentalità comune questa istituzione? Espressioni come “deve marcire in galera” o “bisogna buttare via la chiave” denotano il desiderio di una distanza e rafforzano un senso di estraneità e lontananza: è un incattivimento gratuito del rapporto strutturale col disagio per non voler vedere quanto in realtà disagio e difficoltà fortemente ci appartengano. Quindi intanto partire da qui, dalla parola e dai concetti: da come pensiamo e parliamo del carcere.

A fronte di questi dati preoccupanti, come mai una tematica tanto urgente è rimasta pressochè assente nei dibattiti dell’appena conclusa campagna elettorale?

Questa campagna elettorale è stata condotta nel segno di un’accelerazione di particolari tematiche gravitanti attorno agli attuali rapporti conflittuali in Europa: molta centralità hanno avuto le questioni dell’invio di armi e delle forniture energetiche. Ciò non toglie che anche in momenti di maggiore quiete, il carcere abbia sempre ricevuto poco spazio d’interesse. Purtroppo il problema è noto e risiede nella mancanza di risposte ai diritti dei cittadini. Così l’attenzione si sposta, la garanzia di futuro, la cosiddetta “sicurezza di…”, si tramuta in “sicurezza da…” È un fenomeno tipico della psicologia delle masse. È un particolare meccanismo funzionale a deformare la visione dei reali ostacoli che si frappongono tra i soggetti e il raggiungimento di sicurezza e benessere: si finisce per credere che se i diritti sono minacciati, la causa va ricercata nella presenza di minoranze, o persone che vivono ai margini, di stranieri, o di “diversi”, senza badare invece al fatto che la mancata soddisfazione di bisogni è anzitutto sempre di tipo politico. Dal 1989, anno del crollo del Muro di Berlino, il destino dell’Europa doveva essere quello di abbattere muri e confini: la filosofia di Schengen voleva andare proprio in questa direzione. Quello che invece stiamo vedendo oggi è la riprogettazione di nuovi muri che l’Europa sta concretamente sia finanziando sia ricostruendo. E i muri non sono mai solo materiali, ma anche e soprattutto psicologici. Entrano a far parte del modo di pensare della società: come si può avere interesse a parlare di quel che succede in un carcere o in qualsiasi altra istituzione se prim’ancora le barriere tra il dentro e il fuori ci sono tra gli stati?

Un punto cruciale, per prendere atto delle criticità da cui è afflitto il mondo detentivo, è il consolidato legame tra reati e indigenza, criminalità ed emarginazione. Del resto, non possiamo dimenticare la fondamentale lezione di Franco Basaglia, per cui “chi entra in manicomio è sicuramente matto, chi entra in carcere è certamente delinquente”. Ma queste istituzioni, da sempre interessate da problemi di stigmatizzazione da parte del resto della collettività, quanto servono effettivamente a curare la persona e quanto invece a conservare lo Stato?

Le istituzioni di cui parliamo sono quelle della privazione di libertà a 360 gradi, dal carcere ai centri per migranti, dal servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) alle residenze sanitarie assistenziali per anziani o disabili (Rsa e Rsd). Il punto in comune tra tutte riguarda la loro “totalità”, come già dicevano appunto Goffman e Basaglia. Diventa totale ogni istituzione che accresce e aggrava il problema della detenzione. Le istituzioni, per svolgere un reale ruolo di recupero e riabilitazione, invece devono essere parziali e dialogare con l’esterno. La presa in carico è costellata da numerosi momenti, ma il principio-guida deve essere sempre quello del ritorno in società. Prima o poi la persona deve poter tornare nel territorio e tutto il suo lavoro di assistenza deve essere progettato in questo senso. Istituzionalizzare significa fondamentalmente mettere insieme due elementi: quello della cura e del controllo, e il confine tra questi due ambiti è davvero molto labile. La più grande contraddizione di queste strutture ha a che fare col fatto che mentre si cura il singolo intanto si protegge anche la società, è innegabile. Sapere con certezza che chi ha commesso il tale reato o ha assunto il tale comportamento non si trova più nella collettività, ma in un luogo appositamente deputato a occuparsi di quel reato o di quel comportamento è di sollievo. Per questo motivo la domanda che dobbiamo porci riguarda la possibilità che un’istituzione divenga effettivamente utile e d’aiuto al singolo. Può accadere questo se e solo se il suo intervento non si sovrappone totalmente all’identità della persona, se e solo se le due sfere d’azione non solo sono ben visibili, ma anche si limitano vicendevolmente.

Sebbene ogni detenuto abbia una storia a sé, con quali strategie e obiettivi comuni è necessario innestare oggi, nel discorso pubblico, una riflessione profonda rispetto a come le persone recluse vivono il rapporto con la privazione della libertà, del loro tempo e dei loro spazi?

Nel contesto attuale, dove il sistema economico dominante sembra agevolare logiche fortemente individualistiche, il carcere deve emergere come un luogo della differenza. Il punto fondamentale da  comprendere è che – a parte gli ergastolani – le persone ritornano all’esterno e, dunque, alla società conviene che vi ritornino cambiati, istruiti ed evoluti, anche se questo implica ovviamente dei costi maggiori. Rieducare oggi significa ridurre il carico per la collettività domani. L’articolo 1 della legge n. 354 del 26 Luglio 1975 titola proprio “Trattamento e rieducazione” e, premesse le direzioni di umanità e dignità in cui deve orientarsi l’intervento penitenziario, si sottolinea soprattutto il fatto che deve essere progettato per gli internati un trattamento che garantisca contatti e interazioni col fuori, al fine di agevolare il futuro reinserimento comunitario. Ma perché questo avvenga e affinchè una concreta osmosi si realizzi davvero, è urgente operare un ampliamento delle figure professionali che gravitano attorno alla detenzione. Occorre dotarsi di profili vari e diversi che ripropongano dentro la complessità che c’è fuori. La globalizzazione non è solo oltre il carcere, ma anche dentro le sue mura. Prendiamo l’esempio della tecnologia: oggi non rappresenta più solo uno strumento, ma anche una preziosa occasione di aggregazione sociale. E anche il carcere deve stare al suo passo. Altrimenti il tempo della realtà e quello delle istituzioni finirà per essere sempre asincrono e differente: mentre la detenzione rimarrà una sorta di circolo in cui si ripetono sempre le stesse scene, con le stesse abitudini e  con le stesse persone; la realtà esterna, come una retta tangente, invece, continuerà a sfiorare questo mondo per un momento per poi progredire sulla sua strada e non riacciuffarlo più. 

Cosa si può fare, dunque, all’interno delle culture punitive, per avviare discussioni che svolgano un’azione preventiva e di sensibilizzazione sociale verso i rischi di cui abbiamo parlato?

Bisogna lavorare d’anticipo. “Recuperare” è un concetto che appartiene al diritto penale in quanto strumento sussidiario. Le culture punitive devono intervenire soltanto laddove si è già tentato d’intervenire in altri modi, ma senza risultato. Possiamo pensare alla dispersione scolastica ma anche alla disaggregazione tra quartieri: sono prodromi di disagi che poi possono sfociare in mille situazioni diverse. È su questi fronti che bisogna fare sensibilizzazione, su tutte quelle precondizioni che possono contribuire a produrre criminalità, quindi reato e detenzione. Ad oggi – dati alla mano – 1300 persone si trovano in carcere perché devono scontare una pena di un anno: per questi tipi di pena è evidentemente necessario pensare a delle strutture che restino più collegate ai territori e che, mentre applicano il relativo principio sanzionatorio, intanto si occupano pure di tutte le altre carenze e difficoltà presenti nella vita della persona: ad esempio, piani di completamento degli studi se ha abbandonato precocemente la scuola o progetti lavorativi nel caso in cui, una volta scontata la pena, si ritrovasse a vivere in situazione di indigenza. Il sistema punitivo dovrebbe cioè avere una veste doppia: un carcere strettamente rivolto alla privazione di libertà per reati più importanti e un insieme di altre strutture, in carico ai singoli territori, da progettare e realizzare allo scopo di rieducare alla società dopo il compimento di reati minori. In questo modo, nello stesso tempo, si risponderebbe duplicemente al problema del sovraffollamento e a quello riabilitativo. L’investimento sulla cultura e sulla conoscenza, assieme agli interventi di riduzione numerica e di diversificazione dei profili professionali, è il vero punto di svolta del piano trattamentale: ben 900 persone oggi si trovano in carcere in uno stato di completo analfabetismo e questo problema di certo non lo risolve il penale.

L’esito elettorale ha confermato il pronostico di una vittoria delle forze di destra. In che modo augurarsi che il nuovo governo possa attenzionare e lavorare concretamente su questi temi?

Io come garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale mi misuro con le istituzioni e, qualunque colore abbiano avuto o avranno in futuro, sono e devono rimanere un interlocutore privilegiato. Al di là di questa premessa, mi auguro da una parte che non ci sia prevalenza di alcun elemento ideologico o fattori di rivalsa, e dall’altra che si ricerchino le strategie migliori per una società più dialettica e coesa e meno polarizzata. E questo deve avvenire dal basso, dallo scambio e dall’informazione, ovvero dall’idea che il dialogo rimodula sempre il gioco delle parti, costringendole a una reciproca interazione

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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