Giulia Tommasi 

Noi non facciamo più arte.

Produciamo campagne pubblicitarie sempre più ricercate, operazioni d’ingegno che a volte ci viene anche da definire artistiche, ma non creiamo arte.

E l’arte che invece è emersa nel corso della storia dell’umanità, è anch’essa stata piegata al servizio della pubblicità: indossiamo infatti, maglie, gonne, calze, mutande con sopra stampata la ‘Notte stellata’ di van Gogh, compriamo quaderni, borse, tappetini per il mouse e copri water con sopra impresse grandi opere dipinte da Kahlo, Munch, Monet, Magritte e Dalì.

Abbiamo svuotato le pennellate di questi monumenti della storia dell’arte a colpi di selfie, foto di spalle e di profilo al quadro, in cui posiamo in tutto il nostro disinteresse per l’opera.

Ora, davanti a questo modo decadente di esistere, la domanda è:

perché scandalizzarsi davanti ad operazioni pubblicitarie che problematizzano il ruolo dell’arte nell’epoca dei consigli per gli acquisti?

Ancora mi domando:

il nostro tempo non regge più l’arte?

Dobbiamo liberarci di qualcosa troppo più grande di noi che non riusciamo più a capire, che non ha più niente da dirci perché siamo in una fase di regresso sociologico e antropologico?

Faccio chiaramente riferimento all’episodio dal gusto vagamente warholiano, della lattina di zuppa di pomodoro lanciata sul quadro ‘I girasoli’ da due ragazze facenti parte del collettivo ambientalista Just Stop Oil: operazione pubblicitaria sicuramente non nuova, – vedi, sempre per la medesima causa, i militanti incollati alla ‘Primavera’ di Botticelli agli Uffizi, alla statua del Laocoonte dei musei Vaticani, alla Cappella degli Scrovegni – ma che ha gli estremi per essere definita una performance artistica riuscita. È contemporanea in un mondo in cui preferiamo rimettere e guardare in scena il miliardesimo adattamento di un testo classico invece che rischiare di salire in palco e fare qualcosa di inevitabilmente brutto perché figlio di questo tempo sterile. Continuare a adorare le ceneri della storia dell’arte sta contribuendo ad impedire al panorama emergente di affermarsi, tenendo così vivo il fuoco.

Il museo malgrado queste scosse persevera nella sua connaturata passività asettica e invoca nel modo più comatoso possibile, maggiore sicurezza, la quale di fatto in tutte le situazioni in cui è richiesta, promossa e reclamizzata non si è mai realizzata, riuscendo solo ad evocare lo spettro della militarizzazione, restituito da divise con armi in dotazioni sempre più grandi e pericolose anche per chi le impugna.

Le arti private della loro natura sovversiva e anarchica fungono per la comunità, ormai evaporata, da ulteriore sedativo di una popolazione già anestetizzata; ed è questo stato di torpore comunitario che non permette che si compia il ciclo dell’arte, che comprende tanto l’esposizione della creazione quanto il fondamentale ruolo di restituzione che il pubblico incarna.

L’istituzione museale è complice della paralisi culturale che stiamo vivendo in modo sempre più evidente.

Tutto considerato, ha reso un servizio migliore al feticcio quale oramai è ridotta l’arte, la domanda dell’attivista Phoebe Plummer: “ Cosa vale di più: l’arte o la vita?”, piuttosto che quella stucchevole retorica della bellezza, che ha lo stesso valore della lanuggine ombelicale, con la quale le amministrazioni delle istituzioni museali si sono date una coscienza, prontamente fatta propria pappagallescamente da leve di facce toste e arroganti, affollanti uno spazio, quello artistico culturale, ormai inesistente.

Proverei, in conclusione, a rispondere non alla domanda della giovane attivista, ché mi pare una risposta lei se la sia già trovata, ma a quella di orde di commentatori sfrenati e livorosi cui ci siamo ridotti essere, tutti in extrasistole al pensiero di quello che avevano letto come il segno del degrado culturale in atto:

“Non parliamo soltanto per la cultura! Si abbia pietà per la cultura, ma prima di tutto si abbia pietà
per gli uomini!

La cultura è salva quando gli uomini sono salvi.”[1]


[1] Brecht B., Breton A., La cultura contro il fascismo, Roma, manifestolibri S.r.l, 1995, pag. 10

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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