Se c’è un effetto che la vicenda del missile sparato dagli ucraini contro un missile russo e, alla fine, caduto in territorio polacco ha dimostrato, ebbene questa è la grande isteria collettiva di televisioni, giornali e Internet nel proclamare a pieni polmoni tutte le ragioni che sostengono la linea della NATO e degli Stati Uniti d’America nel fronteggiare la minaccia russa all’Ucraina.

Un incipit come quello che avete appena letto, pur non essendo altro se non una considerazione di carattere oggettivo e piuttosto generale, è passibile dell’accusa di “filo-putinismo” perché non è, non solo in parte, ma nemmeno lontanamente allineata con lo standard occidentale del sostegno armato al governo e all’esercito di Kiev.

Pertanto chi non sostiene quella ricerca della pace fatta con il riarmo, con l’aumento delle spese militari, con la logica spartitoria del pianeta nella contesa tripolare, astro nascente del nuovo secolo, è, a prescindere, un avversario della democrazia, dell’Occidente, dei valori europei e magari pure delle “radici giudaico-cristiane“, che non fa mai male citarle, visto che fanno buon peso in ogni piatto della bilancia delle polemiche agitate dalle destre (al governo e non).

La certezza, insomma, che la colpa stia tutta da una parte (e ci sta, eccome, ma non tutta tutta tutta) e che dall’altra invece ci siano le forze del bene che portano agli ucraini la pace e la democrazia, è il paradigma cui non ci si può sottrarre se si pretende di essere ritenuti credibili, oggettivi, pragmatici e dignitosamente sensati. Altrimenti l’anatema è bell’e pronto e non risparmia nessuno.

Un misto di etica della politica e di politica dell’etica stessa che incornicia il tutto con una rispettabilità delle argomentazioni che hanno una dignità tale solamente se stanno nel perimetro di un politicamente corretto.

E la patente che si vuole dare, in questo senso, è quella di vero o falso a seconda del piano su cu ci si mette: se si tenta una mera analisi dei fatti, pur nelle tante menzogne che la guerra si porta appresso, e si prova a non enfatizzare i toni, a mantenere un distacco dall’empatia verso gli oppressi e tutti coloro che soffrono, l’altra accusa che si rimedia è quella di un freddo, glaciale cinismo.

Dopo che la notizia del missile caduto in territorio polacco pareva confermata, e man mano si andava avanti si parlava sempre più con insistenza di un deliberato atto provocatorio di Mosca (ipotizzando una ritorsione per il mancato invito al G20 di Bali, oppure una specie di mafioso avvertimento alla NATO e all’Europa dopo i festeggiamenti per la liberazione di Kherson, eccetera, eccetera), il fronte dell’opinionismo comunemente imposto dai media come quello “ufficiale“, degno quindi di considerazione, rispetto ed accettazione condivisa e comune, proponeva l’unica versione dei fatti.

Una versione composito: il più prudente fra tutti gli esperti di politica internazionale – gliene va dato atto – è stato Lucio Caracciolo che, addirittura, in diretta su La7 da Lilli Gruber ha, forse per primo, abbozzato l’eventualità che si potesse trattare anche di frammenti di contraerea ucraina, caduti per puro caso nella fattoria polacca dove sono morte due persone.

Il resto del coro cantava in perfetta armonia. Insieme ad una ovvia dichiarazione – anatema di Volodymyr Zelens’kyj contro il terrorismo della Russia, rivolto ai grandi della Terra per un allargamento del conflitto, per una escalation che nemmeno gli Stati Uniti hanno preso in considerazione in queste ultime concitatissime ore di scambi tra governi e diplomazie.

Tutt’altro: l’amministrazione americana ha smorzato i toni, pacando l’ira del presidente ucraino che, nonostante il Pentagono affermasse ufficialmente che si era trattato di un missile ucraino e non di uno russo, ancora per ore ha rilasciato dichiarazioni e fatto video sui social contro Mosca, provando ad esacerbare gli animi oltre ogni livello di immaginazione. E questo comportamento dovrebbe essere degno di un già candidato a Nobel per la pace?

Se si vuole ragionare schierandosi solamente dalla parte del popolo ucraino e della pace, non si può non sottolineare, stigmatizzandolo, il comportamento di Zelens’kyj, il cui governo, ben prima dell’inizio della guerra, restringeva gli spazi democratici per i partiti di sinistra, proibiva le differenze linguistiche nel Donbass e agiva in netto contrasto con quello che una democrazia invece dovrebbe fare: valorizzare le differenze, tutelare le minoranze, soprattutto se, storicamente, in un dato territorio sono maggioranza rispetto al resto della popolazione ucraina.

Considerare tutti gli aspetti di questa guerra non vuol dire, dunque, sostenere le ragioni di Putin, adoperarsi per mandare avanti un giustificazionismo delle politiche criminali di Mosca. Vuol dire semmai il contrario, ma significa anche non dare per scontato che la dicotomia tra Est ed Ovest sia valida se presa in considerazione da un solo punto di vista: il nostro, quello occidentale e, quindi, atlantista.

In Italia, o noi tapini, ci siamo dovuti accontentare, sul piano inclinato della politica militarista e guerrafondaia, non tanto delle dichiarazioni del governo, quanto della veemente e subitanea presa di posizione di Enrico Letta e Carlo Calenda, compulsatori di Twetter, sempre pronti, quindi, a dimostrare la loro immediatezza nel proporsi come fedelissimi alleati atlantici e con una idea di pace veramente originale: accanto ai polacchi senza se e senza ma, sostenendo gli eventuali sviluppi…

Citando letteralmente entrambi i leader dai social: Letta, «A fianco dei nostri amici polacchi in questo momento drammatico, carico di tensione e di paure. Quel che succede alla Polonia, succede a noi». Se quindi Varsavia avesse deciso, d’impulso, di attivare l’articolo 5 del Trattato Nord-Atlantico, secondo il PD noi avremmo dovuto non battere ciglio e sostenere l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della NATO contro la Russia?

Calenda, «La follia russa generata dalle pesanti sconfitte, continua. Siamo con la Polonia, con l’Ucraina, con la NATO. La Russia deve trovare davanti a sé un fronte compatto. I dittatori non si fermano con le carezze e gli appelli alla pace». A quanto pare, nemmeno poi con le guerre per procura…

Non una parola per un “cessate il fuoco“, per quello che, almeno a quanto riferiscono le fonti internazionali, starebbero tentando di fare dalle parti di Washington e di Mosca in quel di Ankara, per arrivare ad uno stop dei combattimenti, per cercare di riposizionare le pedine sullo scacchiere e trarne – ovviamente – ognuno un vantaggio nel merito.

L’arrivo del generale Inverno può essere tanto utile quanto problematico su entrambi i fronti: chi conserva un po’ di intelligenza (tralasciamo ogni riferimento, anche involontario, al buonsenso) non può non accorgersi del prezzo che questa guerra comporta.

Primo fra tutti il prezzo per il popolo ucraino: il paese è allo stremo. Cinque milioni di profughi, centomila morti fra i soldati, decine di migliaia di feriti tra i civili, centinaia di bambini massacrati dalle bombe e dai missili russi. Sette milioni di persone sono senza luce elettrica molte ore ogni giorno. Le zone occupate dal Cremlino sono un deserto (basi pensare a Mariupol) e le centrali nucleari rimangono degli obiettivi sensibili che dovremmo tenere sempre a mente… Altro che i tweets di Letta e Calenda…

Le elezioni americane di medio termine hanno dato un altolà all’amministrazione Biden: la minaccia di un ritorno del repubblicanesimo estremista, q-anonista e teoconservatore di Trump è dietro l’angolo. Il 2024 potrebbe essere un ulteriore sterzata nella ridefinizione degli equilibri mondiali e, al momento, la politica estera di Washington segna il passo, arranca dietro ad immagini di ritirate precipitose da teatri di guerra ventennali e davanti a prospettive di lungo termine nel pantano ucraino.

Ci si può abbandonare, date queste condizioni di politica locale e globale, ad un manicheismo banalizzante, ad una mortificazione della critica antimilitarista dal retrogusto tutto novecentesco, quando si accusavano di disfattismo e mancato amor patrio tutti coloro che, anzitutto, condannavano le macellerie delle guerre mondiali che cominciavano a varcare la soglia della Storia e che, in ultima istanza, si rifiutavano di imbracciare qualsiasi fucile, di tenere in mano qualunque arma?

Se la sinistra, anche moderata, non è in grado di operare una distinzione ragionata tra il finto pacifismo dei tweettatori d’occasione, che incitano, al pari di Zelens’kyj, le nazioni a continuare il conflitto (ovviamente nel nome della libertà degli ucraini e della pace stessa!), e il pacifismo che mette avanti a tutto la necessità immediata del “cessate il fuoco“, della tregua, della fine dei combattimenti e del ricorso esclusivo alla diplomazia per mettere fine alla guerra, allora il fallimento primo è di un progressismo che ha perso anche su questo terreno che gli era proprio.

Recuperare una interpretazione di sinistra di un futuro di pace, dovrebbe, prima di ogni altra considerazione, rimettere al centro del dibattito un internazionalismo che passa spesso in secondo piano nelle valutazioni di guerre e conflitti che, per quanto le si voglia ridimensionare e circoscrivere, interessano geopoliticamente più paesi e continenti e, quindi, se consideriamo gli effetti economici, in questo caso non risparmiano alcuna area del mondo.

Pace, disarmo ed internazionalismo dei popoli sono le chiavi di volta di questo disastro globale.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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