La forza-lavoro immigrata viene additata come responsabile di molti nostri mali. Si tratta di un pretesto per accentuare il carattere repressivo dello Stato. In realtà essa svolge un ruolo positivo per i conti pubblici e soprattutto una funzione importante per il sostegno dei profitti, tendendo a ridurre il salario diretto, indiretto e differito. Il vero, sottaciuto problema è la libera circolazione dei capitali

 di Federico Giusti  

Alcune fondazioni e centri di ricerca, oltre a diversi partiti, hanno fatto a gara nell’assumere posizioni anti immigrazione, sciorinando il consueto bagaglio retorico fatto di razzismo e xenofobia. Oggi qualcuno ha dimenticato il proprio recente operato dichiarandosi a favore dell’accoglienza.

Da sottolineare il fatto che molte critiche rivolte alle politiche migratorie o verso i Pacchetti sicurezza hanno colto solo parte del problema evitando, opportunisticamente di analizzare Provvedimenti e decreti legge che hanno opportunisticamente messo insieme i reati di piazza con quelli legati alla immigrazione clandestina, cercando quindi nel fenomeno migratorio un alibi, o meglio un’opportunità, per colpire anche i conflitti sociali.

Se non vogliamo farci manipolare dalla propaganda del centrodestra, è bene iniziare con qualche dato oggettivo. A fine 2020 i residenti regolari con cittadinanza straniera erano 5,2 milioni di persone, di cui oltre 2,2 milioni di occupati ai quali aggiungere svariate decine di migliaia al nero [1]. Questa cifra rappresenta circa il 10% del totale, ma se guardiamo agli esiti della pandemia ci accorgiamo che circa il 35% degli occupati spariti nel 2020 (160 mila su 450 mila) è costituito da immigrati. Nello stesso periodo gli occupati italiani sono diminuiti dell’1,4%, gli extra Unione Europea del 6%, i comunitari del 7,1%. E per finire anche gli inattivi extra Ue sono aumentati del 15% mentre gli inoccupati italiani “solo ” del  3,1%.

Se gli immigrati hanno pagato maggiormente il costo della crisi, la disuguaglianza è anche rappresentata da una questione di genere perché a perdere il posto sono state soprattutto loro, italiane e immigrate. 

I rapporti ufficiali dimostrano quindi che la forza-lavoro migrante è più soggetta alla crisi e al rischio di perdere il posto di lavoro insieme agli italiani con basse qualifiche e senza specializzazione. Per non parlare di ciò che sfugge alle statistiche, i clandestini che, in quanto ricattabili, sono oggetto del peggiore super sfruttamento: una nuova forma di schiavismo

Sono sempre questi ultimi ad avere i salari più bassi e insieme alle donne a subire il part time involontario con contratti di poche ore alla settimana e in prospettiva pensioni da fame. Dal punto di vista capitalistico l’immigrazione costituisce quindi un buono strumento per ridurre il costo della forza-lavoro.

Vi è poi un autentico luogo comune secondo cui in Italia la presenza di immigrati sarebbe per lo più un costo a carico dello stato. Basterebbe invece guardare all’età anagrafica della popolazione immigrata composta da giovani e forza lavoro attiva e confrontarla con la spesa sociale che riguarda in prevalenza le fasce più anziane. Se analizzassimo le questioni da un punto di vista non preconcetto e oggettivo si evincerebbe che gli immigrati sono in saldo negativo tra quanto danno allo Stato e quanto ricevono [2], se poi invece si preferisse identificare la figura del migrante solo con chi arriva a bordo di un barcone eviteremmo di analizzare anche la composizione etnica e sociale della forza lavoro sfruttata.

Sempre le famiglie immigrate, al pari di quelle italiane che vivono nei quartieri popolari metropolitani, sono vittime di un progressivo impoverimento come dimostra l’abbandono delle scuole e la difficoltà ad accedere alle cure sanitarie, mentre il sistema capitalistico risparmia anche sul salario indiretto in quanto anche scuola, sanità, casa ecc. fanno parte del costo di riproduzione della forza-lavoro. Altrettanto dicasi per il ruolo delle badanti che sopperiscono non poco, data l’elevata età media degli italiani, alle carenze del nostro welfare accontentandosi gioco forza di basse retribuzioni. L’avvio di processi di emersione di queste attività, spesso al nero, porterebbe un po’ di linfa ai conti pubblici, ma evidentemente viene privilegiato il contenimento dei costi. Domandiamoci perché ciò non interessa ai neoliberisti

Il discorso potrebbe essere generalizzato per tutto il fenomeno dell’immigrazione. I lavoratori immigrati regolari pagano contributi per pensioni che alcuni di loro non vedranno e abbassano l’età media della forza-lavoro, mitigando i problemi del sistema previdenziale dovuto alla prevalenza di popolazione anziana. Gli irregolari finché non potranno emergere non matureranno alcuna prestazione previdenziale e così si realizza un risparmio anche sul salario differito.

Le famiglie in povertà assoluta sono nel 28% dei casi famiglie con stranieri (che però rappresentano meno del 9% delle famiglie in Italia) e l’incidenza di povertà assoluta è al 25% tra le famiglie con almeno uno straniero, mentre tra le famiglie di soli italiani si ferma al 6%. Nelle varie edizioni del reddito di emergenza, la misura di sostegno economico varata durante la pandemia, l’incidenza dei beneficiari extra Ue oscilla tra il 25% e il 40%, anche se i cittadini extra Ue sono solo il 6% della popolazione residente.

Dati incontrovertibili [3] che dimostrano come la crisi economica e i processi di globalizzazione abbiano colpito i lavoratori dei paesi a capitalismo avanzato e la stessa forza-lavoro immigrata che è parte integrante della nuova classe operaia, impiegata nell’agricoltura, nella logistica, nei servizi e nel variegato mondo degli appalti, talvolta alle dipendenze di cooperative vere o spurie, dove dominano bassi salari e contratti con paghe inferiori a 7 euro all’ora (da qui la necessità di un salario minimo di 10 euro netti orari).

La libera circolazione dei capitali, non quella degli uomini, resta il vero problema che si ripercuote negativamente sul potere di acquisto e di contrattazione. Di questo e di molto altro scrive Emiliano Brancaccio in un libro che sarà in distribuzione a fine mese.

L’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale ha sostenuto, meno di due anni fa, che per scongiurare una futura “catastrofe” serve una “rivoluzione” keynesiana della politica economica [4].  Gli interventi statali nei due anni pandemici hanno permesso all’Ue e agli Usa di superare una crisi che rischiava di trascinarli nel baratro, ma sono proprio gli interventi statali ad avere salvato prima il sistema finanziario creando al contempo le crescenti disuguaglianze di reddito e sociali. Difficoltà che si sono accentuate con la guerra in Ucraina e la continuazione di una politica che mira a salvaguardare il controllo delle materie prime ridisegnando la geografia dei corridoi energetici.

Per alcuni la presenza di forza-lavoro immigrata è la causa della perdita di potere d’acquisto dei salari italiani. La presenza di immigrati nell’ambito produttivo è stata fortemente voluta dalle imprese che avevano bisogno di forza-lavoro a basso costo, utilizzando anche cooperative, vere o false che siano, per garantire le attività con salari irrisori e condizioni lavorative e di vita a dir poco precarie, incrementando i ritmi e i tempi di lavoro e impiegando spesso algoritmi per ottimizzarne lo sfruttamento.

La forza-lavoro immigrata non è nemica degli interessi materiali della forza-lavoro autoctona, nei magazzini della logistica le lotte intraprese da sindacati di base conflittuali sono avvenute con la partecipazione attiva di immigrati che hanno denunciato condizioni di sfruttamento intensive conquistando condizioni di vita migliorative e il riconoscimento di contratti nazionali e di secondo livello decisamente migliori. E contro questa forza-lavoro si è accanita la macchina repressiva con i Pacchetti sicurezza e leggi costruite ad arte per condannare ad anni di carcere i protagonisti delle lotte e dei picchetti ai cancelli dei grandi magazzini.

Il ricorso al lavoro nero è sempre stata una caratteristica del capitalismo italiano e riguarda tanto gli autoctoni quanto gli immigrati. La spinta verso il basso dei salari e dei contratti è stata possibile anche in virtù delle normative sull’immigrazione, per restare nel nostro paese a farsi sfruttare i migranti hanno bisogno di un regolare contratto dal quale dipende il permesso di soggiorno e quindi debbono stipularlo in assoluta costrizione, con scarse probabilità di negoziarne le condizioni. Se poi gli immigrati sono clandestini, tanto meglio perché ancor più ricattabili. Forse per questo la nostra legislazione rende assai complicata la regolarizzazione.

La gestione capitalistica della immigrazione è avvenuta nell’alveo delle compatibilità capitalistiche e lo sfruttamento dei migranti ha spinto verso il basso anche i salari autoctoni con le destre cosiddette sovraniste a soffiare sul fuoco della xenofobia per coprire il vergognoso assenso accordato a tutte le dinamiche di sfruttamento.

Quanto accade da tempo nel settore della logistica dovrebbe indurre a qualche riflessione su come sia possibile costruire un nuovo protagonismo operaio all’insegna del conflitto, forse i soli a non esserne accorti sono proprio i sindacati rappresentativi che continuano a coltivare il sogno consociativo pensando che il contenimento del danno (la perdita del potere di acquisto e di contrattazione, la precarizzazione della forza-lavoro e delle nostre esistenze ) sia possibile con pratiche sindacali arrendevoli e la politica dei bassi salari.

Note:

  • [2] Il rapporto Ocse Prospettive per la migrazione internazionale 2022 argomenta bene la questione fino ad ora descritta precisando che “i migranti contribuiscono in tasse più di quanto ricevono in prestazioni assistenziali, salute e istruzione”.
  • [3] Tutti i dati qui riferite sono tratti, oltre che dalle analisi citare nelle precedenti note,  dal rapporto Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, 2021, curato dalla Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. 
  • [4] Riportato in E. Brancaccio, Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, Ed. Meltemi, 2020

https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/l-uso-capitalistico-dell-immigrazione

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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