José María Arguedas

Articolo pubblicato su Servindi del 18 gennaio e tradotto da Francesco Cecchini per Ancora Fischia il Vento. Il contenuto è anche importante in relazione a quello che sta succedendo in Perù attualmente (vedi gli articoli di Claudia Fanti su Il Manifesto).

Quale miglior omaggio al nostro illustre eroe culturale José María Arguedas nel giorno della sua nascita che rivedere le sue riflessioni ancorate a una realtà profonda che si rivela e si dispiega davanti a noi, mostrando la vitalità del suo pensiero. Ciò avviene proprio con il testo “Indigenismo in Peru”, scritto nel 1967, e di cui riproduciamo la sezione V intitolata: “Il problema dell’integrazione” in cui Arguedas proietta la sua visione su questo controverso problema. Arguedas osserva che in Perù ci sono due culture che si sono evolute parallelamente “dominando l’una sull’altra”. Ma questa “integrazione non può essere condizionata o orientata nella direzione che la minoranza, ancora politicamente ed economicamente dominante, intende darle”. Come avviene attualmente, in cui le popolazioni autoctone di varie parti del Paese rifiutano un sistema politico pseudo-democratico che non le rappresenta e serve solo a sostenere un’élite dominante che gode del potere. Arguedas osserva che l’integrazione dal lato indigeno e popolare “è stata avviata dall’insurrezione e dallo sviluppo delle virtualità precedentemente limitate della cultura indigena tradizionale trionfante sopravvissuta mantenuta da una stragrande maggioranza della popolazione del paese”. Coloro che desiderano leggere il saggio completo possono accedere alla raccolta online di Antropologia classica e contemporanea ospitata dal portale del Centro di ricerca e studi superiori in antropologia sociale (CIESAS) del Messico. Il collegamento è il seguente:
https://www.ciesas.edu.mx/publicaciones/clasicos/acervo/el-indigenismo-en-el-peru/
V. IL PROBLEMA DELL’INTEGRAZIONE.
Di José Maria Arguedas
Queste masse emergenti o insorgenti sono qualificate dagli antropologi come una popolazione di massa di cultura amorfa. Intendono smettere di essere quello che erano e diventare simili a coloro che li hanno dominati per secoli. Non possono ottenere né l’uno né l’altro. Tuttavia, ovunque si stabiliscano, si riuniscono per ayllus, cioè per comunità, secondo la loro origine geografica. Si organizzano nei “quartieri” prendendo come schema o modello le caratteristiche, alquanto modificate, ma in generale le stesse, delle comunità tradizionali. E così si istituiscono i quartieri e, fuori di essi, i circoli distrettuali o provinciali; cioè le associazioni di individui di una certa comunità o città. Queste istituzioni celebrano le feste delle loro città d’origine seguendo lo schema altrettanto tradizionale ispano-quechua di tali feste. Costituiscono non solo nuclei che funzionano come meccanismi di difesa contro la città e di penetrazione in essa, come strumento che consente loro di adattarsi al complesso ambiente urbano, temuto e desiderato, ma anche una continuazione, costantemente rinnovata della tradizione stessa, che da il suo stesso rinnovamento è ravvivato; non negato ma sopravvivente come sostrato differenziante, come ethos.  Quando si parla di “integrazione” in Perù, si pensa invariabilmente a una sorta di “acculturazione” della cultura tradizionale india a quella occidentale; allo stesso modo in cui, quando si parla di alfabetizzazione, non si pensa ad altro che allo spagnolo. Quando si parla di “integrazione” in Perù, si pensa invariabilmente a una sorta di “acculturazione” della cultura tradizionale india a quella occidentale; allo stesso modo in cui, quando si parla di alfabetizzazione, non si pensa ad altro che allo spagnolo. Alcuni antropologi, tra cui un americano – dobbiamo molto agli antropologi americani – concepiscono l’integrazione in altri termini o direzioni. La consideriamo, non come un’inevitabile e persino inevitabile e necessaria «acculturazione», ma come un processo in cui deve essere possibile conservare o intervenire trionfalmente alcuni dei tratti caratteristici, non della lontanissima tradizione Inca, ma del ispano-quechua vivente che ha conservato molte caratteristiche dell’Inca. Pertanto, crediamo nella sopravvivenza delle forme comunitarie di lavoro e di legami sociali che sono state messe in pratica, in gran parte grazie alla gestione dello stesso governo attuale, tra le grandi masse, non solo di origine andina, ma molto eterogenee nel “baraccopoli” » che hanno partecipato e partecipano con entusiasmo a pratiche comunitarie che erano forme esclusive della comunità indigena andina. Poiché la diffusione di queste norme e, per le stesse ragioni, la musica e persino certi balli precedentemente esclusivi degli indios —musiche e balli di origine preispanica o coloniale—, si sono integrati nelle forme di svago di queste masse eterogenee e hanno penetrati e continuano a penetrare in profondità nelle città, verso gli strati sociali più alti. La stessa affermazione si può fare per certe arti popolari precedentemente esclusive degli indiani e legate alle loro cerimonie religiose locali; campioni di queste arti sono stati incorporati nell’attrezzatura decorativa delle classi medie e alte, anche se per questo hanno dovuto fare concessioni e “stilizzarsi”. Tanto quanto la musica, la ceramica e l’immaginario indigeno erano considerati, fino a solo tre decenni fa, spregevoli e privi di valore quanto i loro creatori, considerati dalle classi dirigenti del paese con gli stessi criteri di “El Mercurio Peruano”, dal 1792. Nel 1964 l’album che ha battuto il record di vendite nazionali è stato un long-play di un cantante meticcio —”El jilguero de Huascarán”— della zona densamente quechua di Ancash.
https://www.youtube.com/watch?v=pE2j6zX_PqM
Questi gruppi, anch’essi tradizionalmente legati agli interessi delle gigantesche imprese industriali straniere di cui fanno parte, cercano di controllare lo sviluppo del Paese regolandolo in modo tale da impedire l’industrializzazione e la sua indipendenza economica. Per questo complesso di interessi, l’emergere delle classi etnicamente e socialmente inferiori rappresenta un pericolo, una duplice minaccia: la perdita del dominio del paese e la possibilità del consolidamento delle forme di lavoro e di vita delle comunità autoctone. Le classi sociali e i partiti politici che fungono da strumenti, che hanno beneficiato per secoli del vecchio ordine, vivono ora in uno stato di allarme, aggressività e trama contro l’insurrezione di questi valori della cultura e delle persone dominate e, soprattutto della sua “allarmante” diffusione. Descrivono come “comunista” chiunque li difenda, compresi coloro che cercano l'”incorporazione” dell’indiano nella cultura nazionale, cioè il processo di “acculturazione” a cui ho fatto riferimento. Questi gruppi, anch’essi tradizionalmente legati agli interessi delle gigantesche imprese industriali straniere di cui fanno parte, cercano di controllare lo sviluppo del Paese regolandolo in modo tale da impedire l’industrializzazione e la sua indipendenza economica. Per questo complesso di interessi, l’emergere delle classi etnicamente e socialmente inferiori rappresenta un pericolo, una doppia minaccia: la perdita del dominio del paese e la possibilità di consolidare forme di lavoro e di vita comunitarie autoctone. Chiamano questi modelli tradizionali “comunisti”. Tentano di sostituirli con lo slancio individualista dell’aggressiva iniziativa personale tendente all'”allargamento” della famiglia attraverso l’accumulo di ricchezze; e tale potere può e deve essere acquisito a costo di sfruttare il lavoro altrui, senza scrupoli di coscienza di alcun genere. Chi è capace di provare questi scrupoli è uno sciocco, un disgraziato che non merita altra sorte se non quella di servire da strumento all’ingrandimento dell’uomo d’affari, dell’uomo di iniziativa e di energia. Il “comunitario” è socievole, imbecille, retrogrado e spregevole. Ma la Chiesa ha ancora cominciato a insorgere contro questi uomini che intendono imporre la conservazione del vecchio ordine o la sua conversione in uno peggiore. È emersa, quindi, anche tra l’alta classe dirigente della politica e dell’economia, una tendenza meno crudele e più attenta alla realtà inevitabile del Paese. Non sembra ovvio che siano contenti dell’atteggiamento delle cosiddette “masse emergenti”, ma cerca di indirizzarle con metodi più umani e intelligenti verso la loro rapida conversione al modo di vivere della società individualista. Di fronte a loro ci sono, più o meno soli, i leader spontanei di queste masse insorgenti con tutto il loro diverso bagaglio etnico; sembra che tali leader vacillano nel razionale, non nell’intuitivo. Sentono la predica dei partiti di estrema sinistra che parlano una lingua poco accessibile ai dirigenti e alle masse così improvvisamente agitate dopo secoli di quiete: agitate, e in un dinamico movimento insurrezionale; diventato l’interesse centrale della politica dopo essere stato, per secoli, il morbido letto su cui dormivano i “signori”, sonni sereni. Giudico, da romanziere che ha partecipato, nell’infanzia, alla vita degli indiani e dei meticci, e che poi ha appreso, abbastanza da vicino, le ben diverse motivazioni che guidano il comportamento delle altre classi a cui abbiamo fatto riferimento, giudico e credo che in Perù le grandi masse insorgenti riusciranno a conservare molte delle loro tradizioni antiche e sopravvissute: la loro musica, le loro danze, la cooperazione nel lavoro e nella lotta, senza le quali non sarebbero state in grado di elevarsi all’altezza in cui si trovano, anche pur abitando ancora le zone marginali delle città: l’anello di fuoco della resurrezione e non solo della miseria come vengono ora chiamati, dal centro di queste città, coloro che non hanno occhi per vedere il profondo e percepiscono solo il spazzatura e il cattivo odore e, nemmeno il fatto oggettivo come una montagna, di come anche lì le case di stuoia e lamiera si trasformino velocemente in residenze di mattoni e cemento.  Riteniamo che l’integrazione delle culture creola e indiana, che si sono evolute in parallelo, dominandosi a vicenda, sia stata avviata dall’insurrezione e dallo sviluppo di virtualità precedentemente limitate della trionfante cultura indigena tradizionale sopravvissuta mantenuta dalla stragrande maggioranza della popolazione del paese. Riteniamo che l’integrazione delle culture creola e indiana, che si sono evolute in parallelo, dominandosi a vicenda, sia stata avviata dall’insurrezione e dallo sviluppo di virtualità precedentemente limitate della trionfante cultura indigena tradizionale sopravvissuta, mantenuta dalla stragrande maggioranza della popolazione del paese. Tale integrazione non può essere condizionata o orientata nella direzione che la minoranza, ancora politicamente ed economicamente dominante, intende imprimerle. Crediamo che il quechua diventerà la seconda lingua ufficiale del Perù e che non sarà imposta l’ideologia che sostiene che il progresso dell’essere umano dipende dal confronto divorante dell’individualismo, ma, al contrario, dalla fraternità comunitaria che stimola creazione come bene in sé e per gli altri, principio che fa dell’individuo un astro la cui luce illumina l’intera società e fa risplendere e crescere all’infinito la forza spirituale di ogni essere umano; E questo principio non l’abbiamo imparato nelle Università ma durante l’infanzia, nella casa perseguitata e allo stesso tempo felice e amorevole di una comunità di indios.

 José María Arguedas, eroe culturale

Di Francesco Cecchini

Nato a Roma . Compie studi classici, possiede un diploma tecnico. Frequenta sociologia a Trento ed Urbanistica a Treviso. Non si laurea perché impegnato in militanza politica, prima nel Manifesto e poi in Lotta Continua, fino al suo scioglimento. Nel 1978 abbandona la militanza attva e decide di lavorare e vivere all’estero, ma non cambia le idee. Dal 2012 scrive. La sua esperienza di aver lavorato e vissuto in molti paesi e città del mondo, Aleppo, Baghdad, Lagos, Buenos Aires, Boston, Algeri, Santiago del Cile, Tangeri e Parigi è alla base di un progetto di scrittura. Una trilogia di romanzi ambientati Bombay, Algeri e Lagos. L’ oggetto della trilogia è la violenza, il crimine e la difficoltà di vivere nelle metropoli. Ha pubblicato con Nuova Ipsa il suo primo romanzo, Rosso Bombay. Ha scritto anche una raccolta di racconti, Vivere Altrove, non ancora pubblicata. Traduce dalle lingue che conosce come esercizio di scrittura. Collabora con Ancora Fischia IL Vento. Vive nel Nord Est

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