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L’Inflation Reduction Act di Trump, confermato da Biden, era rivolto contro la Cina ma sta colpendo l’industria europea. La difficile discussione in corso per alleviarne le conseguenze prevede agevolazioni e detassazioni a discapito del welfare. Vittime sacrificali di questo scontro interimperialistico potrebbero essere l’Asia e l’Africa.

 di Federico Giusti  

Quanti di noi sono a conoscenza delle restrizioni di non concorrenza? Pochi. 

Stiamo parlando degli Usa, anche se la questione ha riguardato altri paesi a capitalismo avanzato con i contratti individuali siglati da alcune aziende e imposti a manager e quadri in cambio di “buone uscite”.

Negli ultimi anni un lavoratore statunitense, anche con qualifiche medio basse, come gli addetti alla vigilanza o il personale sanitario, al momento di siglare il contratto di lavoro doveva anche sottoscrivere una sorta di clausola fedeltà che lo impegnava a non accettare offerte di impiego nel futuro da aziende concorrenti. Anche se nel frattempo licenziato o in pensione il lavoratore era tenuto al rispetto di questa clausola che andrebbe definita in termini diversi ossia come obbligo di fedeltà assoluta verso il padrone.

La non concorrenza ha fatto comodo alle aziende. In un ciclo economico in espansione ogni multinazionale voleva tenersi stretta la forza lavoro formata mentre oggi – in epoca di riconversione ecologica o ristrutturazione capitalistica, a seconda di come la si voglia chiamare – la libera circolazione del capitale umano diventa prioritaria e con essa anche il ripristino della sempre verde ideologia del mercato e della concorrenza.

La questione non è di poco conto, come del resto rilevante è il negoziato tra Usa e Ue sulle norme che regolano la cosiddetta competitività.

Gli Usa sono usciti dagli anni pandemici con grandi finanziamenti statali alle imprese, finanziamenti di gran lunga superiori al Pnrr dell’Ue. Gli anni della presidenza Trump sono stati caratterizzati da politiche protezionistiche verso i prodotti nazionali e ostacoli molteplici frapposti alle esportazioni dall’Europa e dai paesi asiatici.

Con l’arrivo della guerra in Ucraina le difficoltà sono state in continuo aumento per il vecchio continente, tra difficoltà di reperire adeguati rifornimenti energetici e rallentamento dell’economia, a partire dalla locomotiva renana.

In parte, ma solo in parte, le difficoltà sono state acuite con l’invio di armi di ultima generazione all’Ucraina e tecnologia militare che ben presto sarà estesa al settore civile. Ma anche questa sorta di neokeynesismo di guerra vede comunque l’Ue in subordine agli Usa.

Un argomento dirimente diviene allora la competitività delle aziende europee e il loro ingresso nel mercato Usa, competitività minacciata non solo dalle vecchie politiche fiscali trumpiane ma dagli aiuti statali che anche Biden ha in buona parte confermato a uso e consumo del capitale a stelle e strisce.

Parliamo dell’Inflation Reduction Act (Ira), il grande piano varato da Biden nell’estate 2022 con 369 miliardi di sussidi per l’industria “verde”, finalizzato non tanto a contenere la spunta inflazionistica e i prezzi, quanto invece ad attrarre capitali e aziende negli Usa con aiuti e trattamenti agevolati.

La risposta di Bruxelles è stata assai blanda ma gli ultimi dati economici sono stati deludenti, spingendo la burocrazia Ue a cercare un accordo con l’alleato prevaricatore. Di questo verrà discusso nei prossimi giorni, su esplicita richiesta delle associazioni datoriali del vecchio continente che lamentano la loro discriminazione nei mercati americani.

Se il negoziato Usa e Ue è partito da tempo non è detto che arrivino risultati soddisfacenti, specie dopo la decisione di estendere alle aziende europee che delocalizzeranno le loro produzioni i benefici dell’Ira.

Dopo decenni di spostamenti della produzione verso i paesi in cui il costo del lavoro era ai minimi termini, oggi le attività si spostano nei paesi a capitalismo avanzato beneficiando di aiuti pubblici e le difficoltà maggiori investono l’Ue che per decenni ha attuato le politiche di trasferimento delle produzioni in paesi dell’est europeo, o di altri continenti, per ridurre i costi del lavoro e aggirare ogni regola in materia ambientale.

Ma quali sono gli obiettivi di Bruxelles?

Salvaguardare la propria industria e scongiurare la crisi occupazionale o piuttosto avere, per le proprie aziende, lo stesso trattamento riservato ai Paesi con i quali gli Usa hanno da anni siglato accordi di libero scambio (vedi Messico e Canada)? La seconda risposta è quella giusta.

Negli attuali scenari l’Ue deve raggiungere un’intesa con gli Usa per non essere stritolata, ora si tratta di comprendere quali saranno i contenuti di un accordo a cui le diplomazie economiche stanno lavorando da settimane. Non facciamoci ingannare dalle frasi di circostanza quali l’attenzione verso la concorrenza e i principi di libero mercato per evitare distorsioni al ciclo economico.

Sono in gioco interessi nevralgici e non ultimi le catene di approvvigionamento energetiche ma anche il futuro dell’industria meccanica del vecchio continente dopo la decisione, a fine 2022, di ammettere le auto elettriche europee agli incentivi previsti dall’IRA (Inflation reduction act).

L’Ue è conscia dei propri limiti. L’impianto costruito per anni si è basato sulle politiche di austerità prima e di austerità temperata poi ma i finanziamenti pubblici accordati alle imprese sono di gran lunga inferiori a quelli statunitensi e gli equilibri nel vecchio continente restano assai fragili. 

Le disuguaglianze crescenti nel vecchio continente e i conflitti latenti tra i paesi più forti non aiutano il negoziato con gli Usa specie se pensiamo all’aumento dell’inflazione e alla necessità di accordare aiuti economici alle imprese nazionali con politiche fiscali atte a detassare i futuri aumenti contrattuali indispensabili per la ripresa del potere d’acquisto interno, mortificato tra guerra, pandemia e politiche di bassi salari.

Da qui la necessità di trovare un accordo in subordine ai dettami Usa e per assecondare le spinte del capitale Ue magari con una ridistribuzione immediata delle risorse di Next Generation Eu non richieste dagli Stati membri. Da qui l’idea di detassare i futuri rinnovi contrattuali scaricando sul welfare i costi di questi generosi aiuti.

Non si tratta allora di salvaguardare le regole auree per la sopravvivenza della concorrenza. Gli interessi in gioco sono ben altri e da qui la spinta alla svolta green dell’economia capitalistica magari per inquinare altre aree del globo dove la concorrenza cinese e russa rappresenta una minaccia per gli “investimenti” europei. La discarica asiatica e africana sono del resto le vittime sacrificali dello scontro interimperialistico.

https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/inflation-reduction-act-lotta-all-inflazione-o-lotta-interimperialistica

Alcune fontii:

Il Senato Usa approva il maxi-piano Biden, al via investimenti per 1.200 miliardi di dollari (agi.it)

Usa, Biden firma il piano anti Covid da 1.900 miliardi di dollari – Il Sole 24 ORE

Produzione industriale, Italia peggio di Germania e Francia. Ma tutta la Ue rallenta – 24+ (ilsole24ore.com)

Risposta Ue agli Usa: piano per le imprese contro le delocalizzazioni green – 24+ (ilsole24ore.com)

Inflation Reduction Act…..Gli aiuti alle imprese a discapito del Welfare (delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com)

Detassare gli aumenti dei rinnovi contrattuali? Forse No (delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com)

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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