La riforma della giustizia a Israele muove gli animi all’interno e all’esterno del paese, tanto da costringere il capo del governo a interrompere l’approvazione in corso. Una riforma che suggerisce un golpe giudiziario da parte di Netanyahu e Ben Gvir a capo delle Guardia Nazionale

La protesta contro il golpe giudiziario architettato e predisposto dal governo israeliano di estrema destra guidato da Bibi Netanyahu ha raggiunto imponenti dimensioni. Sono ormai tre mesi che centinaia di migliaia di cittadini, sostenitori dei diritti civili, imprenditori, attivisti e persino riservisti dell’esercito si radunano nelle vie di Tel Aviv mossi dal disprezzo collettivo e trasversale nei confronti di un progetto che, proteggendo la casta del neocostituito esecutivo dall’esito di indagini penali, manda in frantumi l’equilibrio tra i poteri giudiziario e legislativo.

Nelle ultime ore le proteste si sono fatte vibranti in un clima sempre più incandescente di dissenso dentro e fuori Israele costringendo il capo del governo a interrompere il corso di approvazione della “riforma”.

Così velenosa è l’iniquità iniettata nell’ordinamento legislativo dall’adozione di simili provvedimenti da aver indotto Yoav Gallant ministro della Difesa e collega di partito di Netanyahu nel Likud, a invocare uno stop all’iter approvativo acuendo il fronte della crisi fino a farla precipitare. Naturalmente, Gallant è stato fatto fuori d’imperio dalla compagine governativa ma di lì a poco Netanyahu, dopo una serie di oscuri compromessi raggiunti con i pervicaci alleati di governo, ha dovuto piegarsi alle proteste di massa e fermare le attività parlamentari di approvazione della riforma.

Nelle ultime settimane, il premier israeliano si è affrettato a organizzare un tour europeo di contatti di vertice per ostentare alleanze e dar corpo e solidità alla sua azione politica. Con difficoltà è riuscito a mettersi in volo verso le principali capitali europee eludendo a malapena i blocchi stradali posti dai suoi connazionali. Anche a Roma è stato accolto da contestazioni pubbliche e freddezza gli è stata riservata dalla stessa comunità ebraica solitamente a lui vicina. Di contro, il tempo per una calorosa accoglienza del discusso leader israeliano lo ha trovato Meloni pochi istanti prima dello spregevole karaoke serale con Salvini e a sole poche ore di distanza dal lutto di Cutro.

Ora, per chi ha a cuore istanze e sorti dell’autodeterminazione palestinese, risulta persino pleonastico occuparsi di un caos istituzionale che ha le sembianze di un regolamento di conti tutto interno a Israele con i vari poteri in palese contrasto. C’è chi in queste ore fa pronostici qualificando tali avvenimenti come prodromici di un’implosione del sistema israeliano. In realtà tali previsioni sembrano piuttosto inconsistenti di fronte ai contenuti di una riforma-golpe approvata che potrebbero semmai tradursi in un netto deterioramento delle condizioni di vita nei Territori Occupati a danno del già troppo martoriato popolo palestinese. D’altronde, sembra che uno dei cerotti applicati da Netanyahu per evitare una maggioranza in frantumi sia stata la concessione al ministro razzista Ben Gvir di ulteriori poteri con l’istituzione di una Guardia Nazionale che si preannuncia particolarmente aggressiva e mortale.

I fatti di Tel Aviv sono quindi assai complessi e rilevanti determinando sentita preoccupazione tra gli storici alleati occidentali del regime israeliano. Tant’è che persino i media nostrani iniziano a occuparsene, all’improvviso destati dal letargo di un’informazione taciuta quando i fatti provenienti da quell’area riguardino massacri, crimini, espansione coloniale illegale e quotidiani atti di apartheid nei confronti dei palestinesi.

Insomma, un quadro assai critico per la cui comprensione ci affidiamo alle considerazioni di Enrico Campelli, docente di diritto costituzionale comparato alla LUMSA di Roma e assegnista di ricerca in diritto pubblico comparato presso l’università di Sassari. Campelli ha vissuto per lunghi periodi in Palestina e Israele dove ha svolto attività politica e conseguito un Master in risoluzione dei conflitti e mediazione.

La riforma giudiziaria che sta venendo così sollecitamente promossa dal nuovo governo Netanyahu è evidente frutto di un disegno meditato su cui convergono gli interessi delle varie anime della coalizione di governo israeliano. Prima di entrare nel dettaglio della riforma, in quale quadro politico è maturato il progetto di riforma?

Va subito detto che siamo davanti al peggior governo israeliano di sempre. Stiamo parlando di una compagine di destra ed estrema destra sorretta da 64 voti in Knesset che, per gli standard israeliani, è una maggioranza parlamentare molto consistente. Tuttavia, si tratta di un esecutivo per certi versi surreale dal momento che uno come Netanyahu, con una biografia politica di aggressivo conservatore, sembra incarnare paradossalmente il volto più moderato all’interno della coalizione di cui è a capo.

Chi sono gli alleati di Netanyahu?

Una costellazione di entità che fino a qualche anno fa si situavano ai margini della vita politica. Otzma Yehudit (Potere ebraico) è un partito di fanatici dichiarati guidato da Itamar Ben Gvir condannato in passato per violenze e incitamento all’odio razziale e ora ministro della Sicurezza Nazionale. C’è poi Tkuma ossia il Partito sionista religioso di Bezalel Smotrich, attuale ministro delle Finanze e fautore della grande Israele estesa dal Mediterraneo al Giordano (e anche oltre), autodichiaratosi fascista. Noam è invece unpartitino ultraortodosso omofobo e antiarabo, che nel nuovo esecutivo presiede alla didattica nel ministero dell’Educazione. In aggiunta a queste prime tre formazioni vi sono poi i partiti ultraortodossi di Shas e UTJ a definire una maggioranza che storicamente è quella più a destra che Israele abbia mai avuto. In questo quadro, come dicevo, Netanyahu appare il più moderato, ponendosi addirittura a sinistra dei suoi alleati.

Insomma, una coalizione disgustosa contrastata da un’opposizione debole, frammentata, contraddittoria.

Veniamo alla riforma-golpe. Un governo insediatosi circa tre mesi fa, immediatamente all’opera per un complesso progetto di stravolgimento degli assetti istituzionali. Quali sono le radici e i motivi di una simile urgenza?

La riforma proposta in realtà non è così nuova. È da tempo che Netanyahu, coinvolto in processi per corruzione, frode e abuso d’ufficio, prova a limitare la sovranità della Corte Suprema. L’ordinamento giuridico israeliano è caratterizzato da uno scontro che va avanti ormai da molti anni tra esecutivo (quasi sempre di destra) e Corte Suprema. La Corte che, sia chiaro, ha gravi responsabilità nei confronti dei palestinesi, viene vista nella dinamica “nazional-ebraica” come un istituto di contropotere con visioni progressiste che limitano la sfacciataggine del potere dei governi. La comunicazione politica in Israele ricorre spesso a sketch comici e slogan del tipo “la Corte mette in pericolo gli ebrei” utilizzati in campagne promosse per screditare l’organo supremo giudiziario in occasione di suoi provvedimenti che impongono ad esempio lo sgombero di un avamposto coloniale illegale o il ritiro dell’esercito da alcune operazioni militari condotte in Cisgiordania. Si è quindi diffusa una retorica propagandata dalla destra per cui la Corte appare eccessivamente liberale, pro-palestinese (cosa assolutamente non vera) e persino antisemita, impegnata a limitare il potere del governo eletto. In pratica, additata come organo non eletto che impedisce al governo di fare il suo lavoro.

Quali sono le principali misure che intende approvare il governo Netanyahu?

Uno degli elementi centrali della riforma è la cosiddetta override clause o clausola di sostituzione che permette a una maggioranza parlamentare semplice di soli 61 voti di annullare una sentenza di incostituzionalità emessa dalla Corte Suprema riguardante un provvedimento legislativo precedentemente approvato dal governo stesso.

Così facendo, si configura uno scenario particolarmente grave nell’ambito di un ordinamento giuridico che non ha una Costituzione scritta. In Israele vigono infatti Leggi Fondamentali di cui è sì stato riconosciuto un certo valore costituzionale ma, se parliamo in termini di diritto costituzionale e analizziamo la differenza tra costituzioni rigide e flessibili, quella israeliana è l’esempio della legislazione flessibile per eccellenza: può essere modificata con grande facilità. Ebbene, questo specifico e insidioso provvedimento di riforma è stato già approvato in prima lettura parlamentare dalla Knesset.

In pratica, viene a essere seriamente compromesso un impianto che si basi sul bilanciamento dei poteri.

In realtà, in dottrina è molto dibattuto il potere della Corte Suprema di porre un parere di incostituzionalità delle leggi. Non è mai stata formalizzata tale prerogativa. Da quando, nei primi anni Novanta, è stata esplicitata la definizione di Israele Stato ebraico e democratico, la Corte ha avocato a sé tale diritto.

L’override clause, che è successiva ad accesi e pluriennali dibattiti sulla limitazione di potere della Corte, è un meccanismo che permette però di produrre qualsiasi tipo di legge. Sostanzialmente, si formalizza la libertà di discriminazione: se non v’è più contrappeso della Corte Suprema e questa viene inibita dal dichiarare anticostituzionale una Legge Fondamentale potendo esercitare tale potere solo per le leggi ordinarie, significa che non c’è più limite a quello che la coalizione di governo decide di fare. Infatti, se il governo decidesse di far approvare un dato provvedimento all’interno di una legge ordinaria e la Corte opponesse uno stop per anticostituzionalità, lo stesso governo potrebbe riapprovare quel provvedimento col supporto di una maggioranza semplice parlamentare. Se poi invece il governo inserisse il provvedimento direttamente all’interno di una Legge Fondamentale, alla Corte non verrebbe concesso più alcun potere di intervento. Ecco, questo significa che non c’è più limite a quello che la maggioranza politica desidera fare.

Una mostruosità giuridica, insomma. Possibile che non vi siano stati interventi atti a frenare l’iniziativa del legislatore? In che tempi riuscirebbe a essere approvata questa riforma?

Onu e Stati Uniti hanno manifestato evidente preoccupazione a riguardo per l’evidente squilibrio istituzionale che verrebbe a profilarsi. E il presidente israeliano Herzog ha offerto un compromesso tra governo e oppositori della riforma che però è stato snobbato da tutti.

Normalmente, un disegno di legge passa alla commissione che elabora la prima lettura in parlamento. Dopo il voto, il documento torna in commissione per essere integrato e modificato per la seconda e la terza lettura parlamentari, operazioni queste che spesso vengono effettuate assieme. Dopodiché, la legge viene approvata.

Considerando il periodo di riposo dovuto alla Pasqua ebraica, si potrebbe arrivare a maggio per l’approvazione definitiva. Ma gli sviluppi delle ultime ore con la gigantesca pressione trasversale e popolare che sta paralizzando il Paese, con proteste sempre più veementi, hanno imposto a Netanyahu un congelamento del processo di adozione del provvedimento. L’escalation delle proteste con lo sciopero generale, con sistemi viari e aeroportuali bloccati, sta mettendo in serio pericolo la tenuta del Paese.

Ritornando agli articoli della riforma, v’è poi il tema della composizione quali-quantitativa del Comitato responsabile delle nomine dei giudici.

È bene ricordare che i proponenti di tali modifiche sostengono che la Corte Suprema così com’è non rappresenta l’odierna società israeliana, sempre più conservatrice e religiosa. E così si punta a costituire una maggioranza decisionale interna al comitato designante i giudici che rispecchi quella parlamentare. In poche parole, un comitato siffatto è chiaro che possa determinare scelte gradite al governo e quindi anche cambiare e rinominare la Corte secondo convenienza.

Questo provvedimento insieme a quello dell’override clause rappresenta il nodo cruciale della riforma proposta.

In pratica, si mette la Corte in una condizione di impedimento nell’esercitare il ruolo di garanzia che almeno sulla carta le compete, cioè indipendente rispetto alle istituzioni e a tutti i cittadini. Se da una parte con l’override clause i pareri della Corte diventano non più vincolanti, dall’altra il comitato titolare della scelta dei componenti della Corte stessa è in buona sostanza dipendente dalle volontà dell’esecutivo.

Ciò significa che la Corte non è più un organo indipendente. In termini di teoria del Diritto, di teoria dello Stato, significa che non c’è più separazione dei poteri. Il governo ha controllo sul potere giudiziario e questo richiama alla memoria ciò che è successo in Turchia con Erdogan, in Ungheria con Orbán e quello che sta succedendo dal 2015 in Polonia: ordinamenti che in dottrina sono ormai definiti come illiberali.

Proseguendo nell’analisi della riforma, altro punto esplosivo è quello del parere dei consulenti legali del governo che diventa non più vincolante. Può spiegare il ruolo svolto dai consulenti legali dell’esecutivo e in cosa consiste questa parte di riforma?

Ogni ministero ha consulenti di riferimento scelti sulla base di specifiche competenze giuridiche. Essi non entrano nel merito politico delle leggi ma consigliano il ministero a cui afferiscono relativamente alla regolarità dei procedimenti e cioè se siano passibili di blocco da parte della Corte, se richiedano maggioranze qualificate per l’approvazione etc. Si tratta di tecnici super partes che supportano il ministro e controllano la regolarità del funzionamento amministrativo ministeriale. Il loro parere è vincolante e può fermare lo sviluppo di un procedimento non conforme. Però, ripeto, si occupano solo di questioni amministrative non entrando nel merito politico. I pareri vincolanti dei consulenti sono condivisi col Procuratore Generale che, all’interno del sistema giudiziario, deve garantire il corretto funzionamento dell’amministrazione ed è sostanzialmente l’avvocato dello Stato. Nel quadro della nuova proposta di legge i consulenti legali non saranno più tecnici, giuristi ma consulenti politici scelti intuitu personae dal ministro, quindi degli yes men, senza più potere di parere vincolante.

Questo si allinea a un altro pezzo del disegno che prevede l’eliminazione del cosiddetto criterio di ragionevolezza dalle decisioni amministrative.

Il criterio di ragionevolezza è un istituto di retaggio di common law britannico. L’attività amministrativa deve essere ragionevole non può importi di vestirti tre giorni alla settimana di rosso: è evidente che ciò non è ragionevole. Ebbene, la nuova riforma sopprime tale criterio.

La Corte Suprema sino a oggi ha stabilito la ragionevolezza o meno di una legge. Nel nuovo scenario, per sancire l’incostituzionalità di una legge, la Corte non potrebbe più riferirsi al mancato rispetto del criterio di ragionevolezza. Insomma, l’intenzione chiara è quella di demolire il potere della Corte con un’attività politica messa in condizione di poter legiferare a piacimento. La soppressione del criterio di ragionevolezza avviene quasi sottotono ma è estremamente importante e, se si vuole, anche più importante della soppressione del parere vincolante dei consulenti legali. È cosa incredibile la sua eliminazione: insieme all’override clause è una delle cose più controintuitive in termini giuridici.

Veniamo a provvedimenti che è difficile non immaginare “ad personam”. Cominciando da quello che coinvolge l’immunità di Netanyahu di fronte ai procedimenti penali in corso a suo carico e che è già approdato al terzo voto in Knesset. Stiamo parlando del passo di riforma che riguarda la formalizzazione dei motivi ammessi per dichiarare l’inidoneità di un premier a svolgere il suo ruolo.

Con la nuova riforma viene ridotto drasticamente il ventaglio di cause che possano essere individuate per legge atte a dichiarare un capo del governo non idoneo a svolgere le proprie funzioni. Infatti, il Procuratore Generale è autorizzato a individuare tali possibilità solo in casi eccezionali legati alla salute fisica e mentale del primo ministro. Oggi un premier indagato per reati verrebbe destituito. Con l’approvazione del nuovo testo di legge ciò non sarebbe più possibile. È noto che Netanyahu è sottoposto a indagine per gravi reati e il provvedimento in questione è una cosa giuridicamente risibile e scandalosa.

E poi l’altro provvedimento il cosiddetto “Deri 2” finalizzato in pratica a riabilitare Aryeh Deri, condannato per reati vari che non appena nominato ministro è stato destituito dalla Corte per inammissibilità. Con l’approvazione dell’articolo di riforma in questione tornerebbe a essere vice-Premier e sedere sulla poltrona di Ministro dell’Interno e della Salute

È una legge che riguarda il controllo sulle nomine ministeriali e che limita fortemente il potere di intervento dei tribunali sul merito delle nomine stesse. Deri è al centro di vari procedimenti penali e già in passato ha avuto diversi carichi pendenti. È alleato storico di Netanyahu e persona che non esita a sporcarsi le mani. Recentemente, aveva patteggiato una pena per reati fiscali allontanandosi dalla vita parlamentare. Ma l’amico Bibi, in cambio del suo appoggio a formare il governo, gli ha affidato una poltrona chiave nell’esecutivo. Atto questo inammissibile per la Corte che lo ha rimosso dagli incarichi governativi.

Deri è leader di lungo corso di Shas, formazione di riferimento per gli ebrei ultraortodossi Mizrahì e Sefarditi di origine araba, nordafricana, spagnola: in sintesi, gli ebrei più poveri. Shas conta su un elettorato molto stabile e ha una rappresentanza consistente e decisiva in Knesset. È un elemento essenziale per il governo Netanyahu. Con la dichiarazione di inammissibilità della sua nomina, la Corte ha dato un duro colpo al governo. Infatti, secondo i patti tra i leader della maggioranza Deri è uno di quei ministri che avrebbe dovuto scambiare la sua poltrona con quella del dicastero delle Finanze adesso affidato a Smotrich e permettere a quest’ultimo, colono fascista e oltranzista, di presiedere ai delicati Affari Interni in tempi più maturi. Colpendo Deri è stata colpita l’architrave degli accordi di coalizione. Ecco le ragioni di questa legge che la maggioranza si affretta ad approvare e che riammetterebbe Deri al suo posto di ministro. Netanyahu non può permettersi di perdere i voti di Shas in parlamento e deve molto a Deri che, con la sua esperienza, permette al premier di tenere a bada gli scalpitanti e irosi altri leader di maggioranza.

Sembra non terminare la lista delle oscenità contenute in questa nuova riforma dell’ordinamento giudiziario. V’è ancora altro da ricordare che abbia rilevanza politica?

Certamente, purtroppo. Al ministro Ben Gvir che è a capo della Sicurezza Nazionale sono stati ampliati i poteri di controllo della polizia che risponde direttamente a lui. A chi viene affidata la sicurezza nazionale e l’organizzazione di polizia? A un individuo a cui in passato è stato impedito per legge di presentarsi alle elezioni, condannato per violenze e istigazione all’odio razziale. Non stiamo parlando dei professoroni di area liberal qui si tratta proprio di fascisti da strada. Così come il suo socio Bezalel Smotrich al quale, oltre alle competenze previste dal ministero delle Finanze è stato offerto il controllo del COGAT cioè il Coordinamento delle attività governative nei Territori Occupati così da avere sostanziale controllo delle operazioni militari in Palestina. Insomma, Ben Gvir a capo della Polizia e adesso incaricato di istituire la Guardia Nazionale, una sorta di squadroni della morte, associato a Smotrich che tra due anni potrebbe essere oltre che capo del COGAT anche ministro dell’Interno: un binomio infernale con l’obiettivo dell’espansione coloniale e dell’annessione di tutta l’area C della Cisgiordania. Secondo alcuni commentatori questo scenario è tanto gravido di impatti esplosivi che sembra verosimile l’ipotesi secondo cui lo stesso Netanyahu non volendo arrivare fino a tal punto sarebbe poi intenzionato a far cadere anticipatamente il governo.

Quali prospettive scaturiscono da tale contesto?

È una domanda difficile. Netanyahu sta puntando solo su se stesso. Gli Stati Uniti lo ammoniscono cercando di rendere più moderata la sua azione ma i suoi alleati hanno potere di ricatto parlamentare. Per il momento, ancora regge la ricetta per cui il leader esperto riesce ad arginare con scaltrezza le voglie irriverenti degli immaturi alleati ma la prospettiva non è facile da immaginare. Dai moti di protesta di massa, dalle stesse dichiarazioni che lo stesso Netanyahu enuncia non sembra scommettere su una legislatura di lunga durata. Diciamo che, con difficoltà, prende tempo per ricostruirsi una verginità e in futuro riaffermarsi come il solo in grado di tenere il timone di Israele senza farlo scadere nella guerra civile.

E’ ammissibile pensare una deriva dittatoriale?

Non saprei, Israele può ormai definirsi una etnocrazia e molte sono le testimonianze di mancato ascolto delle istanze di giustizia, democratiche e di rifiuto delle politiche di occupazione dei Territori. Purtroppo, l’opposizione attuale è un coacervo inconsistente, mutevole e senza partito di riferimento. I partiti di apparente area progressista o di cosiddetta sinistra come Meretz e Hadash lasciano molto a desiderare sul piano della coerenza e dell’iniziativa politica ma è arduo immaginare che la società israeliana possa implodere.

ASPETTI SALIENTI DELLA CONTESTATA NUOVA RIFORMA GIUDIZIARIA

OVERRIDE CLAUSE (CLAUSOLA DI SOSTITUZIONE)

Il parlamento (Knesset) può ribaltare una sentenza della Corte Suprema che annulla le leggi

Dalla metà degli anni ’90, la Corte Suprema di giustizia ha il potere di annullare norme che violano le Leggi Fondamentali di Israele o che violano in modo sproporzionato i diritti individuali.

Il correttivo proposto alla Legge Fondamentale sulla magistratura consentirebbe ai legislatori con una maggioranza semplice parlamentare di 61 voti su 120 di approvare ed emanare leggi annullate dalla Corte per motivi di incostituzionalità.

NOMINA DEI GIUDICI

La coalizione di maggioranza prende il controllo sulla composizione del Comitato per le nomine giudiziarie

Attualmente, il comitato per le nomine giudiziarie conta 9 membri:

  • 3 giudici (il presidente della Corte Suprema e altri due giudici)
  • 2 ministri (uno dei quali è il Ministro della Giustizia)
  • 2 parlamentari della Knesset 
  • 2 rappresentanti dell’Ordine degli avvocati israeliano.

Nella proposta di riforma il nuovo comitato, ampliato a 11 membri, sarebbe costituito da:

  • 3 giudici (il presidente della Corte suprema e due giudici in pensione scelti dal Ministro della Giustizia e dal Presidente del tribunale)
  • 3 ministri (di tre diversi partiti, tra cui il Ministro della Giustizia in carica)
  • 3 parlamentari della coalizione di maggioranza
  • 2 parlamentari dell’opposizione parlamentare.

Attualmente, la maggioranza qualificata del comitato per la nomina dei giudici è più stringente con il voto di sette membri su nove. La legge modificata richiede invece l’espressione di una maggioranza semplice da parte del comitato. Appare evidente come la nuova composizione si caratterizzi per essere largamente condizionata dalla coalizione di governo.

ANNULLAMENTO DELLE LEGGI FONDAMENTALI

La Corte Suprema non detiene più il potere di respingere Leggi Fondamentali

A oggi, la Corte Suprema non è mai intervenuta sulle leggi definite Fondamentali dell’ordinamento israeliano. La Corte ha il potere di poter invalidare una Legge Fondamentale nei casi in cui la Knesset abusi della sua autorità in quanto costituente.

La riforma proposta dal governo Netanyahu va a emendare la precedente normativa specificando che non è più vigente l’eventuale intervento decisionale della Corte Suprema sulla validità di una Legge Fondamentale approvata dal parlamento.

ANNULLAMENTO DELLE LEGGI ORDINARIE

L’intervento della Corte Suprema è consentito solo quando raggiunge al suo interno una maggioranza speciale di almeno 12 su 15 dei giudici componenti

Attualmente, è necessaria la maggioranza semplice dei giudici della Corte Suprema per avviare il processo di annullamento di una legge ordinaria approvata dalla Knesset. Con la nuova riforma, la Corte Suprema sarebbe autorizzata ad abrogare una legge con una maggioranza superiore (12 giudici su 15) e limitatamente ai casi in cui la legge contraddice chiaramente una disposizione contenuta in una Legge Fondamentale.

REVOCA DELLO STANDARD DI RAGIONEVOLEZZA

I tribunali perdono un importante strumento di controllo giuridico sull’operato del governo

Lo standard di ragionevolezza è un criterio di diritto amministrativo utilizzato dalla Corte Suprema e dai tribunali amministrativi come strumento chiave per il controllo giurisdizionale delle decisioni governative e di quelle stabilite da altri organi amministrativi.

Le modifiche proposte all’addendum alla Legge Fondamentale sulla magistratura revocherebbero lo standard di ragionevolezza con i tribunali che non potrebbero più utilizzarlo per esercitare il controllo giurisdizionale sull’operato del governo.

PARERE DEI CONSULENTI LEGALI DEL GOVERNO

Il parere dei consulenti legali non è più vincolante per ministri e governo

Attualmente, governo e ministri sono obbligati ad agire conformemente al parere espresso dai rispettivi consulenti legali. Nella riforma della Legge Fondamentale sulle attività di governo, i pareri tecnici e professionali dei consulenti legali assumono il significato di una semplice raccomandazione e il legislatore può quindi non tenerne conto.

DESIGNAZIONE DEL PRESIDENTE DELLA CORTE SUPREMA

Il governo elegge il presidente della Corte Suprema

Da decenni, il giudice della Corte Suprema con maggiore anzianità di servizio tra quelli in carica, è nominato presidente della Corte Suprema.

La nuova riforma abroga il comma che recita: «Il presidente della Corte suprema e il suo vicepresidente saranno scelti tra i giudici della Corte Suprema». Il nuovo Comitato per le nomine giudiziarie può individuare direttamente presidente e vicepresidente anche esternamente ai membri della Corte Suprema.

POLIZIA SUBORDINATA ALL’ESECUTIVO

Il Commissario di polizia riferisce direttamente al ministro per la Sicurezza Nazionale

Attualmente, il commissario di polizia è indipendente nelle scelte organizzative e nei princìpi generali operativi riguardanti il corpo di polizia.

Con le modifiche proposte, il commissario di polizia è subordinato al ministro per la Sicurezza Nazionale che avrà potere nella gestione di tempi e modalità operative riguardanti le azioni da intraprendere da parte della polizia.

DIPARTIMENTO DELLE INDAGINI DI POLIZIA SUBORDINATA ALL’ESECUTIVO

Il dipartimento risponde al ministro della Giustizia ed è autorizzato a indagare sul personale della Procura di Stato

Il dipartimento del ministero della Giustizia per le indagini sulla cattiva condotta della polizia opera attualmente riportando al Procuratore Generale. Secondo la proposta di modifica della legge sulla polizia, il dipartimento viene scorporato dalla Procura di Stato e posto alle dirette dipendenze del ministro della Giustizia. La nomina del direttore del dipartimento viene decisa dal ministro della Giustizia e il dipartimento è autorizzato a indagare anche sulla Procura di Stato.

DICHIARAZIONE DI INIDONEITÀ DEL PREMIER

Il primo ministro può continuare nell’incarico anche se non idoneo

Attualmente, la legge non fornisce strumenti per la dichiarazione di incapacità del Premier. Il Procuratore Generale è autorizzato a formalizzare l’inabilitazione solo in circostanze eccezionali come, ad esempio, nel caso in cui il primo ministro sia indagato per reati che impediscano lo svolgimento dell’incarico. La nuova riforma sancisce che l’inidoneità del premier possa verificarsi solo per incapacità fisica o mentale. Tale inidoneità dovrebbe essere dichiarata dallo stesso primo ministro oppure col voto del 75% dei membri di gabinetto. Non è tutto: se il primo ministro dovesse opporsi al voto di gabinetto, la decisione viene demandata alla Knesset dove l’inidoneità verrebbe a configurarsi col voto di 90 membri sui 120 componenti l’assemblea. La Corte Suprema non è autorizzata a esaminare richieste di inidoneità del premier: di fatto, a qualsiasi organismo giuridico viene dunque negato il potere di occuparsi di tale questione.

NOMINE MINISTERIALI (LEGGE ‘DERI 2’)

Il tribunale non può intervenire nelle nomine ministeriali

I poteri di controllo giuridico della Corte Suprema si estendono alle nomine dei membri del governo con possibilità di inibirle. La modifica della Legge Fondamentale sul governo prevede che il tribunale non potrà più intervenire sulle questioni connesse o derivanti dalla nomina di un ministro o della sua rimozione dall’incarico, eccezion fatta per l’assenza dei requisiti di ammissibilità a ricoprire il ruolo.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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