Seppur accolto con sollievo, il cessate il fuoco a Gaza non dovrebbe illudere nessuno. L’esperienza insegna che Israele interpreta spesso le tregue a modo proprio: una sospensione unilaterale, in cui Tel Aviv si riserva la possibilità di continuare operazioni “mirate” mentre all’altra parte è imposto il silenzio, pena il rischio di far saltare l’accordo. Non si tratta di una posizione ideologica, ma di una constatazione basata su fatti ripetuti negli anni.

In questo contesto, è difficile credere che il primo ministro Benjamin Netanyahu sia realmente interessato a una pace stabile. Le ragioni sono almeno tre.

Primo, la fine del conflitto riaprirebbe i procedimenti giudiziari a suo carico, attualmente sospesi proprio a causa della guerra.

Secondo, l’opinione pubblica e la comunità internazionale chiederebbero finalmente chiarezza sulla cosiddetta Direttiva Annibale — applicata, secondo diverse inchieste, anche il 7 ottobre — che avrebbe causato la morte di molti civili israeliani durante gli scontri iniziali con Hamas. Una pagina ancora oscura, che solleva interrogativi profondi sul comportamento dell’esercito israeliano nelle ore più drammatiche dell’attacco.

Terzo, cessate le ostilità, il dossier dei crimini di guerra tornerebbe sul tavolo della Corte Penale Internazionale, con conseguenze potenzialmente esplosive per il governo israeliano.

Per tutti questi motivi, la parola “pace” resta oggi più un auspicio che una prospettiva concreta. Finché il conflitto sarà utile a mantenere in vita un fragile equilibrio politico interno e a rinviare responsabilità penali e morali, la tregua rischierà di essere solo un intervallo tra due bombardamenti.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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