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Zela Santi

Netanyahu rifiuta una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e spinge per leggi repressive contro i palestinesi. Tra silenzi di Stato, violenze dei coloni e “cessate il fuoco armato”, Israele sprofonda in una crisi morale e politica che travolge la sua stessa democrazia.

La verità proibita sul 7 ottobre e la paura di Netanyahu

Israele continua a vivere nell’ombra lunga del 7 ottobre 2023, quando l’attacco di Hamas travolse ogni certezza, provocando più di 1.200 morti e la presa di centinaia di ostaggi. Da allora, il Paese è attraversato da una domanda sospesa: chi ha fallito? Ma il governo di Benjamin Netanyahu, invece di affrontare il nodo delle responsabilità, tenta di bloccare ogni indagine indipendente.

Il premier si è opposto con forza alla creazione di una commissione d’inchiesta nominata dalla Corte Suprema, accusata di “pregiudizio politico”. Eppure, lo stesso tribunale, lo scorso ottobre, ha intimato all’esecutivo di istituire entro trenta giorni un organismo autonomo di verifica. L’obiettivo: fare luce sulla catena di errori che permise a Hamas di penetrare oltre i confini di Gaza e di colpire Israele nel suo cuore.

L’opposizione politica e l’opinione pubblica chiedono chiarezza. Ex ufficiali dell’esercito, riuniti in una commissione informale, hanno già smontato l’inchiesta militare interna, accusandola di essere autoassolutoria e di punire chi esprime opinioni divergenti. «Nessuno si è assunto la responsabilità», denuncia l’ex premier Yair Lapid. «Quando uno Stato fallisce nella difesa dei suoi cittadini, la colpa non può restare anonima».

Anche i familiari delle vittime pretendono risposte: «Netanyahu sta oltrepassando ogni limite morale. Non permetteremo che la verità venga sepolta con i nostri morti». La pressione cresce, e persino all’interno dell’apparato di sicurezza si avvertono crepe profonde: il contrasto tra Netanyahu e l’ex capo dello Shin Bet, Ronen Bar, dimissionario dopo il disastro del 2023, è solo la punta dell’iceberg di un sistema in frantumi.

Pena di morte, espulsioni e nuova colonizzazione

Mentre il Paese è dilaniato da questa crisi di credibilità, la coalizione di governo prosegue sulla strada della radicalizzazione. Il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha presentato alla Knesset una legge per introdurre la pena di morte “per i terroristi palestinesi”, misura che esclude però qualsiasi applicazione ai cittadini israeliani. Una norma selettiva, destinata a colpire un solo popolo.

Nel frattempo, la violenza dei coloni in Cisgiordania è in crescita. A Silwan, alle porte della Città Vecchia di Gerusalemme, decine di famiglie palestinesi sono state sfrattate con l’appoggio della polizia. Le loro case confiscate e consegnate a nuovi proprietari israeliani, in un processo che ricalca l’espansione coloniale silenziosa iniziata anni fa. In villaggi come Umm al-Khair, le demolizioni di abitazioni, serre e centri comunitari sono ormai quotidiane.

Dal 2023 a oggi, più di mille palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania; tra i feriti, anche giornalisti aggrediti dai coloni. La legge e la forza militare israeliana procedono di pari passo, in nome della sicurezza, ma con effetti devastanti su ogni prospettiva di pace.

Netanyahu, intanto, definisce “cessate il fuoco armato” la sua visione per Gaza: un modello ispirato al “caso Libano”, cioè una tregua perpetuamente sospesa sull’orlo della guerra. Nelle sue parole, “Israele manterrà le armi pronte finché percepirà minacce”. In pratica, un conflitto senza fine.

Questa linea, approvata di fatto da Washington e sostenuta dai falchi del governo, istituzionalizza la guerra permanente. Gaza e Cisgiordania diventano così laboratori di un’autorità che ha smarrito ogni equilibrio, mentre la società israeliana si divide tra il trauma irrisolto e la paura del cambiamento.

Netanyahu, stretto tra le richieste internazionali di una tregua reale e il bisogno di tenere unita la propria maggioranza, sceglie la repressione come unica bussola. Ma il prezzo è altissimo: la democrazia israeliana si svuota, la memoria delle vittime si consuma nell’oblio politico, e la verità del 7 ottobre resta un tabù nazionale.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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