Gaza affonda tra macerie, fango e una guerra che cambia forma senza finire. Soccorsi bloccati, vite con valore selettivo e un piano di pace che serve più a Israele che alla popolazione palestinese. La tragedia diventa sistema, e perfino i carnefici ne vengono logorati.
Gaza oltre il collasso: quando la sopravvivenza diventa accusa politica
La fase “due” della tragedia di Gaza non ha bisogno di annunci ufficiali: si manifesta nel fango, nelle tende sventrate dalle piogge e nei corpi intrappolati sotto strati di cemento mai rimossi. Non c’è nulla di “post-bellico”, nessuna transizione umanitaria: è piuttosto l’estensione burocratizzata della violenza, ripulita nel linguaggio diplomatico e riproposta come inevitabile.
La testimonianza di Eman Abu Zayed — famiglia cancellata sotto le macerie, bambini ancora senza sepoltura — restituisce la dimensione reale. Non si tratta solo di morte: si tratta della negazione del diritto minimo a esistere, anche una volta morti.
Intanto Tel Aviv continua a bloccare perfino le roulotte, cioè il grado zero dell’abitare. L’umanità compressa ai valichi è l’immagine più precisa di questa nuova normalità: una popolazione che sopravvive per concessione, non per diritto.
Il valore della vita come variabile politica
Il crollo degli edifici non è solo un esito fisico dei bombardamenti: è la metafora perfetta di una gerarchia morale costruita e accettata. Le squadre di soccorso palestinesi scavano a mani nude, interrotte dai raid che colpiscono le stesse aree di ricerca. Ci sono testimonianze di bambini vivi che implorano aiuto sotto il cemento, in attesa di strumenti che nessuno ha deciso di far arrivare.
Il confronto è impietoso: mobilitazioni straordinarie per recuperare ventotto israeliani, indifferenza per migliaia di palestinesi ancora sotto le macerie. In assenza di un parametro universale, il valore della vita diventa una negoziazione diplomatica. Un mercato dell’empatia, dove alcune sofferenze ottengono prima pagina e altre vengono archiviate come fastidiosi effetti collaterali.
Da qui la domanda inevitabile: se la psiche collettiva palestinese è devastata dalla perdita e dall’incertezza, quale forma assume la nostra, che tollera questa gerarchia senza scossoni?
Le cifre, poi, smentiscono ogni narrazione accomodante.Per ogni vittima diretta occorrono almeno quattro vittime indirette. Le stime del Max Planck Institute superano già le 100 mila persone uccise. E l’aspettativa di vita dimezzata è la prova che Gaza non è semplicemente “un territorio in crisi”, ma un laboratorio in cui si sperimenta come ridurre una società alla mera sopravvivenza.
La strategia del dopo: guerra che cambia pelle
Il piano di pace americano non serve a pacificare, ma a permettere a Israele di riorganizzare l’obiettivo originario. Se non è stato possibile espellere i palestinesi con la forza bruta, si tenterà di farlo con la cosiddetta “ingegneria sociale e politica”. Non più carri armati, ma amministrazioni transitorie, controlli di sicurezza, disarmo unilaterale. L’ONU, con una risoluzione che impone vincoli solo ai palestinesi, legittima una pace che ha la forma di un commissariamento permanente.
Il tutto avviene mentre Israele, pur frenato dall’immagine distruttiva diffusa in diretta globale, continua la guerra “con il trucco”: meno telecamere, più gestione tecnocratica. Meno bombardamenti spettacolari, più svuotamento demografico lento e sistematico.
Gli effetti collaterali sui carnefici
La narrazione dominante insiste sulla resilienza israeliana, ma i dati raccontano altro. Milioni di feriti, diretti o indiretti; due milioni di cittadini sotto cure psichiatriche; un quinto della popolazione in piena crisi mentale. Malacaria parla di “tsunami mentale”. Già, perché nessun genocidio è gratuito: la violenza riverbera, corrode anche chi la esercita, frantuma il tessuto sociale che pretende di proteggere.
E mentre Gaza muore soffocata, Israele crolla dentro se stesso. Non c’è vittoria possibile in questa configurazione: solo una lunga agonia mascherata da strategia.
