La guerra con l’Iran sta ridisegnando in profondità gli equilibri regionali e rischia di mettere definitivamente in crisi il processo di avvicinamento tra Israele e le monarchie del Golfo. Negli ultimi anni, i Paesi del Golfo avevano cercato di costruire la propria sicurezza su un doppio binario: da un lato una relativa neutralità nei confronti di Iran, dall’altro una forte cooperazione militare con gli Stati Uniti. Oggi però questo modello mostra tutte le sue fragilità. La prospettiva di un sistema di sicurezza regionale incentrato su Israele – con una superiorità militare stabile e ampia libertà d’azione – viene guardata con crescente diffidenza dalle monarchie del Golfo, che temono di essere trascinate in dinamiche belliche non direttamente controllabili. In questo contesto, anche il percorso avviato con gli Accordi di Abramo appare sempre più indebolito. Quello che fino a poco tempo fa sembrava un possibile equilibrio strategico oggi si scontra con una realtà molto più instabile e conflittuale. La guerra ha infatti evidenziato un punto cruciale: affidare la propria sicurezza a un’architettura costruita da altri può trasformarsi in un rischio. Entrare in un sistema di alleanze significa anche diventare automaticamente parte dei suoi conflitti. Per questo diversi Paesi del Golfo stanno iniziando a diversificare le proprie scelte, sia sul piano militare che su quello economico e diplomatico. Si intravede una tendenza chiara: la ricerca di maggiore autonomia e la costruzione, nel lungo periodo, di un proprio sistema di sicurezza regionale.Il cambiamento è più profondo di quanto sembri. Non riguarda solo la crisi di singole alleanze, ma il superamento di un’idea: quella che la sicurezza possa essere “acquistata” aderendo a strategie altrui. Oggi la domanda che si pongono sempre più governi non è più “con chi schierarsi”, ma piuttosto: quanto siamo protetti dal rischio di essere coinvolti in una guerra che non abbiamo scelto?
