L’Unione Europea sta crollando: ormai è solo un fantasma impotente che però minaccia guerra alla Russia e fa rumore (e danni) per far credere di essere ancora viva. Il centrosinistra continua però a sostenere questa UE in agonia e la Commissione europea capitanata dalla tedesca Ursula von der Leyen. Il Partito Popolare Europeo, i Socialisti e Democratici, i liberali di Renew (il partito del presidente francese Emmanuel Macron) e i Verdi hanno scelto di sostenere la “maggioranza Ursula” anche per fermare l’avanzata delle destre estreme nelle istituzioni europee. Ma la “maggioranza Ursula” ha evidentemente fallito il suo obiettivo: l’estrema destra avanza in tutta Europa. Alla sinistra conviene abbandonare al più presto il battello UE che va alla deriva e sta per affondare. Continuare a sostenere questa UE porta alla disfatta. Occorre invece cominciare a concepire un’unione europea radicalmente diversa: il sistema istituzionale centralizzato e pseudofederale su cui si è retta finora l’UE ormai non regge più. Le politiche liberiste di austerità fiscale e il bellicismo di Bruxelles producono proteste e rivolte ovunque. La diarchia franco-tedesca che reggeva tutta la baracca dell’Unione Europea non funziona più da tempo. In Germania il cancelliere ultraconservatore Friedrich Merz è un’anatra zoppa, perde voti a valanga ed è inviso al suo stesso partito, la CDU-CSU democristiana. Macron, il presidente più detestato della storia di Francia, lascerà la sua reggia in primavera, tra pochi mesi, mentre il suo popolo si ribella in massa nelle piazze.
Ursula von der Leyen, la capa della Commissione europea, non riesce a mettere d’accordo i capi di governo dell’UE per decidere il futuro bilancio pluriennale dell’Unione, quello relativo agli anni 2028-2034. Nessun governo membro dell’UE vuole finanziare l’Unione. Per mantenersi a tutti i costi al potere, Ursula, pur essendo sostenuta da una maggioranza di centrosinistra, insegue l’estrema destra scatenata contro gli immigrati e gli islamici. In effetti, la presidente della Commissione UE sembra un’impiegata della NATO più che la dirigente dell’Unione: ormai sa parlare solo di guerra infinita in Ucraina contro la Russia. Da parte sua, il presidente americano Donald Trump è contro l’UE e vuole spartirsi l’Europa con la Russia di Vladimir Putin. Trump ha già mostrato chiaramente che ridimensionerà la presenza americana in Europa e premierà solo i paesi europei più fedeli, come la Polonia e i paesi baltici. I paesi europei della NATO sono divisi e assomigliano a un piagnucoloso orfano abbandonato dal padre maligno.
L’UE corre verso la disintegrazione nazionalistica e tutto fa prevedere uno tsunami di proporzioni storiche. Il partito francese Rassemblement National di Marine Le Pen e il partito tedesco AfD (Alternativa per la Germania) di Alice Weidel sono entrambi di estrema destra, sono entrambi i primi partiti nelle rispettive nazioni e mirano entrambi a togliere potere a Bruxelles e all’UE per recuperare, in tutto o in parte, la sovranità nazionale. RN e AfD si oppongono al proseguimento dei finanziamenti all’Ucraina e rifiutano una maggiore integrazione europea. Il piano di questi due partiti sciovinisti e xenofobi è di depotenziare e svuotare l’Unione Europea dall’interno. Secondo Marine Le Pen, “la Commissione europea vuole trasformarsi in uno Stato sovrano; noi non lo vogliamo. (I passati governi europeisti, NdR) volevano la sovranità europea, ma tutto ciò che abbiamo ottenuto è stato l’indebolimento della sovranità nazionale. E quindi ci opporremo”. L’AfD è ancora più dura di RN: intende sostituire le elezioni dirette del Parlamento europeo con delegati nominati dai parlamenti nazionali, ridurre il ruolo della Commissione a una funzione puramente amministrativa e trasferire il potere decisionale alle capitali nazionali. La Weidel vuole trasformare la massima corte dell’UE in un tribunale arbitrale: questo significa la fine della primazia del diritto UE su quello nazionale. Il principale partito tedesco ipotizza anche di esercitare il diritto di opt-out, ovvero di uscita dalle regole UE qualora l’Unione non accettasse di essere riformata secondo i suoi desideri. Per esempio, prevede un ampio ricorso alle clausole di esenzione in settori quali la libera circolazione (Schengen), la difesa, la tassazione, le politiche sociali e l’immigrazione. Sia RN che AfD sono contrari alle politiche verdi impostate dall’UE, giudicate eccessive e anti-business. L’AfD non esclude neppure di uscire dall’UE se le sue proposte fossero rifiutate.
In pratica, entrambi i partiti vogliono trasformare questa UE in una Confederazione lasca di Stati-nazione. In passato il presidente francese Charles de Gaulle, che però non aveva certamente simpatie per il fascismo (come invece hanno RN e AfD), promosse un progetto di Confederazione europea. Il fatto è che le Confederazioni possono avere indirizzi politici diversi; e, di fronte al fallimento palese dell’Unione Europea e al suo autoritarismo, il progetto di recuperare sovranità democratica, di ridare il potere ai parlamenti nazionali eletti dal popolo e di formare una Confederazione di democrazie sovrane, se ben concepito, potrebbe e dovrebbe rappresentare per la sinistra un’alternativa valida e preziosa rispetto all’attuale UE sovranazionale, che vuole comandare sopra, e contro, le democrazie nazionali.
Per quanto riguarda le posizioni sull’euro, Marine Le Pen e Alice Weidel sono passate da una linea di rottura totale a proposte più morbide e possibiliste, se non vaghe. Le Pen ha affermato che la Banca Centrale Europea dovrebbe essere riformata e avere un doppio mandato, dando maggiore peso alla crescita economica anziché concentrarsi solo ed esclusivamente sulla stabilità dei prezzi. L’AfD, invece, ha una posizione più dura: si oppone a qualsiasi trasferimento di sovranità fiscale a istituzioni sovranazionali e sostiene che la BCE debba attenersi rigorosamente al suo mandato originario di stabilità dei prezzi. La BCE non dovrebbe mai e in nessun modo finanziare il debito degli Stati (come invece ha fatto indirettamente con il Quantitative Easing, prima e durante la crisi del Covid). L’AfD respinge l’euro digitale e vorrebbe che le economie più grandi dell’eurozona avessero un maggiore potere di voto presso la BCE: in tal modo la Germania avrebbe più voce in capitolo nella politica monetaria e la BCE perderebbe la sua completa indipendenza, sancita attualmente dal Trattato di Maastricht. In effetti, l’AfD, a differenza di RN, non esclude neppure l’uscita dall’euro.
Una cosa è sicura: la crisi dell’UE non è finita e la destra avanza. Se in Spagna, nelle elezioni di novembre, Vox andrà al potere con i popolari; se in Francia, alle prossime elezioni di primavera, governerà Le Pen; se in Germania la CDU-CSU deciderà di governare con l’AfD (come sarebbe possibile già oggi); se in Polonia, nelle elezioni del 2027, avanzerà, come dicono i sondaggi, il partito anti-UE Legge e Giustizia; e poi se la Russia vincerà in Ucraina e se, come è facilmente prevedibile, scoppierà prima o poi una crisi finanziaria e valutaria per via dell’aumento del costo del petrolio, degli investimenti folli nell’IA, dell’aumento del debito pubblico, delle spese militari e della crescita dei tassi di interesse che la BCE intende attuare per… contrastare l’inflazione (?) legata alla carenza di petrolio, allora l’UE cambierà sostanzialmente e potrebbe perfino diventare possibile la rottura del sistema dell’euro.
I russi in Ucraina stanno vincendo e, con la fine delle ostilità a favore di Mosca, cambierà tutto in Europa. Volodymyr Zelensky, finanziato dagli americani prima e dagli idioti governi europei poi, ha trascinato il suo paese in una guerra che non poteva vincere e che dunque doveva (e poteva) evitare. Zelensky e i governi ucraini filoamericani hanno cercato a tutti i costi di aprire le porte del paese alla NATO, l’organizzazione militare antirussa per eccellenza, ma provocare i russi ha portato l’Ucraina alla distruzione e alla completa rovina. L’Unione Europea ha scommesso sulla vittoria (impossibile) di Kiev, ma si sta già spaccando sulla politica da tenere verso la Russia nella fase postbellica.
Gran parte della destra europea, RN e AfD in testa, è schierata per il negoziato tra Kiev e Mosca, mentre paradossalmente la sinistra europea, che storicamente, da quando è nata, lotta per la pace, insiste come un idiota nel voler continuare una guerra già persa e che può solo andare di male in peggio. L’UE è talmente stupida e divisa che non riesce a decidere neppure quale potrebbe essere il soggetto negoziatore con la Russia. Bruxelles è impotente sul piano militare; tuttavia, irresponsabilmente, punta a uno scontro perenne con la Russia, la prima potenza atomica del mondo. Uno scontro che potrebbe portare alla distruzione di tutta l’Europa. La difesa europea non esiste e solo la Germania sarà effettivamente in grado di spendere somme ingenti per la sua difesa nazionale. L’UE conta poco o nulla sia sul piano militare che diplomatico: non riesce neppure a sanzionare il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu per i massacri di migliaia di palestinesi e l’occupazione illegale delle loro terre. L’Unione Europea ha perso la sua legittimità morale.
L’economia europea è praticamente ferma nella stagflazione: è colpita al cuore dalla guerra americana e israeliana in Iran e cresce solo dell’1%, se tutto va bene, mentre l’aumento dei debiti è fuori controllo. Tuttavia, la Commissione UE continua incessantemente a riproporre rovinose ricette di contenimento della spesa pubblica. I due paesi leader del sistema dell’euro, Francia e Germania, sono in crisi strutturale. Non sono più i “terroni dell’euro”, gli sporchi PIGS mediterranei (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), a fare sconfinamenti allegri sui debiti. Ora si sta fondendo il nocciolo duro dell’euro, costituito da Berlino e Parigi. Come farà la Francia a superare la crisi del debito pubblico quando la sua popolazione si rivolta in massa contro l’austerità e quando il suo sistema politico è completamente disfunzionale? La Francia registra da decenni un deficit di bilancio primario – la spesa pubblica supera le entrate fiscali, al netto degli interessi – e da circa 30 anni ha sempre fatto registrare un deficit maggiore del maledetto tetto del 3% del PIL fissato dall’UE, ma è sempre stata coperta da Berlino. Ora però anche la Germania è in crisi e si sta strangolando da sola perché si è fatta trascinare nella folle guerra dell’Ucraina, non ha più il gas russo a basso prezzo e deve affrontare la nuova competizione cinese. La Germania progetta di rilanciare la sua economia aumentando i debiti per il riarmo, ovvero per organizzare un’economia di guerra. È un progetto economicamente insensato, destinato al fallimento. Infatti, i capitali nazionali ed esteri stanno già cominciando a fuggire copiosamente dall’Europa verso il dollaro, verso la borsa americana o verso l’oro. Gli investitori finanziari cominciano a pensare che la situazione politica europea volga al peggio e che anche l’euro sia a rischio.
Paradossalmente, l’idea (quasi) confederale dell’organizzazione dell’Europa promossa dalla destra europea non è così lontana da quella prospettata anche da Mario Draghi. Draghi ha compreso che l’UE non funziona più e che, così com’è, non ha futuro: perciò ha proposto il “federalismo pragmatico”. Secondo il progetto velleitario di Draghi, essendo l’UE composta da 27 Stati membri molto diversi tra loro ed essendo ormai paralizzata, occorre che i governi europei più disposti ad andare avanti insieme formino delle coalizioni dei volenterosi. Draghi però, a differenza delle forze nazionaliste, propone anche di superare la regola UE per la quale il Consiglio Europeo, formato dai capi di Stato e di governo dei paesi membri dell’Unione, può decidere solo all’unanimità sulle questioni più importanti: bilancio dell’UE, politica estera europea, politica militare, accettazione di nuovi membri, ecc. L’ex banchiere propone invece che l’UE adotti per il Consiglio Europeo il meccanismo decisionale tipico delle Federazioni di Stati: quello del voto a maggioranza. Se passasse il progetto di Draghi, il processo decisionale dell’UE camminerebbe più spedito, senza intoppi, ma uno o più paesi contrari a una decisione della maggioranza non sarebbero più in grado di bloccarla. Per fortuna, la proposta di Draghi quasi certamente non passerà: infatti, il voto a maggioranza può essere deciso dal Consiglio Europeo solo se viene votato all’unanimità dai governi dei 27 paesi. Ma pochissimi tra i membri dell’UE sono disposti a cedere completamente a Bruxelles e a un’eventuale maggioranza degli altri governi la loro sovranità sulle questioni che riguardano la guerra, la pace e la politica estera. Il sogno federalista della sinistra italiana ed europea è dunque destinato a svanire, con buona pace del nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, che, come Draghi, vorrebbero il voto a maggioranza nel Consiglio UE. I parlamenti nazionali eletti democraticamente sono gli unici che devono avere il diritto di decidere autonomamente su questioni strategiche che toccano direttamente la vita dei loro cittadini, come la pace e la guerra. In questo senso, Giorgia Meloni, che è nazionalista e favorevole al voto all’unanimità nell’UE, si dimostra più democratica di Mattarella e della Schlein, che invece perseguono l’illusione federalista e quindi il voto a maggioranza.
La realtà ha dimostrato ampiamente che centralizzare in un unico Stato federale le politiche e le strategie di 27 paesi europei è impossibile e, comunque, sarebbe un incubo antidemocratico. A Bruxelles non vige la democrazia, che invece vive ancora negli Stati nazionali. Del resto, perfino nella NATO le decisioni vengono prese dai governi membri solo all’unanimità. Perfino la NATO è, in un certo senso, più democratica dell’UE.
Quello che i federalisti europeisti non hanno mai compreso è che l’Unione Europea non ha istituzioni democratiche e che il suo dispotismo mette a rischio la democrazia in tutti i paesi UE. Il peccato mortale della sinistra è che ha confuso il Trattato ultraliberista di Maastricht con il Manifesto socialista di Ventotene. Un abbaglio colossale. Quello che la sinistra federalista non ha mai compreso – o che non ha voluto comprendere – è che l’Unione Europea è fondata su un trattato che toglie il potere alle democrazie e agli Stati nazionali per trasferirlo alle tecnocrazie di Bruxelles, ai mercati finanziari e al big business. Gli organi non eletti di Bruxelles e Francoforte hanno esautorato i parlamenti nazionali e i governi eletti dai cittadini, hanno esautorato le democrazie parlamentari e hanno allargato i loro poteri, diventando di fatto autoritari e incontrollabili. Nell’UE i governi dei paesi più forti e le burocrazie di Bruxelles hanno sempre imposto il loro comando. Il Parlamento europeo, l’unico organo eletto nell’UE, è uno specchietto per le allodole, conta come il due di picche: non può proporre leggi e non nomina la Commissione che governa l’UE. Può solo dire di sì, o anche di no (cosa che ha fatto raramente), all’unico vero organo decisionale dell’UE, il Consiglio Europeo.
L’Europa di Maastricht è basata sull’ideologia del potere taumaturgico dei mercati e della competizione: i capitali sono liberi di muoversi dove vogliono, nei paradisi fiscali o nei mercati finanziari più speculativi, in cerca del massimo profitto. Maastricht deregolamenta il movimento dei capitali ma proibisce l’intervento statale nell’economia; soffoca gli Stati imponendo il pareggio di bilancio e l’austerità. La crisi fiscale degli Stati dell’euro, che non possono più finanziarsi con la loro moneta, non frena solo lo sviluppo economico: impedisce di redistribuire le risorse nazionali a favore delle classi e dei territori più svantaggiati. Le diseguaglianze aumentano inevitabilmente nel regime dell’euro.
La BCE governa la moneta europea ma è un organo autocratico completamente “indipendente” da ogni controllo democratico: può finanziare le banche e i mercati in caso di crisi ma non può salvare gli Stati in difficoltà di bilancio, a causa delle regole di Maastricht. Le politiche autoritarie di Bruxelles non hanno solo delegittimato i parlamenti nazionali, ma hanno anche distrutto praticamente tutti i partiti tradizionali europei, quelli conservatori di destra e di centro e, ovviamente, anche e soprattutto quelli socialisti. Non a caso, gli unici movimenti e partiti di un certo peso che si sono formati nei paesi europei dal 2000 in poi, da quando c’è l’UE, sono quelli che, a destra o a sinistra, si sono schierati contro Bruxelles o sono critici e scettici verso l’Unione.
Questa UE sta però crollando. A causa del successo delle destre nazionalistiche, l’Unione Europea si avvia a diventare, nel migliore dei casi, un’unione debole, un’Unione confederale tra Stati sovrani. La crisi dell’UE dovrebbe dunque spingere la sinistra a pensare, con coraggio critico e grande immaginazione politica, a come potrebbe essere un’unione europea post-UE. La sinistra italiana ed europea dovrebbe fin d’ora denunciare il sistema di Maastricht e proporre una visione dell’Europa completamente diversa da quella attuale, rispettosa delle democrazie nazionali. Occorre riaffermare che i parlamenti eletti dai cittadini devono poter decidere della politica economica nazionale, come era prima di Maastricht e come è indispensabile per la democrazia. Gli Stati devono tornare a essere sovrani della loro moneta. La sinistra italiana ed europea dovrebbe però proporre anche un nuovo sistema di unità e cooperazione europea. Per affrontare la crisi, la sinistra dovrebbe cominciare a progettare una cornice istituzionale dell’unità europea completamente differente da quella attuale. È necessario puntare a realizzare una Confederazione europea di Stati democratici disposti a regolamentare strettamente la finanza, a costituire un ampio fondo fiscale comune per realizzare progetti strategici di interesse comune e a realizzare anche una moneta comune, ma non più unica, come invece è l’attuale euro. Una valuta comune europea è indispensabile per affrontare i mercati finanziari, perché altrimenti le singole valute europee verrebbero travolte dalla forza del dollaro. L’economista premio Nobel Joseph Stiglitz ha suggerito di sostituire il sistema della moneta unica europea – un sistema rigido che produce inevitabilmente austerità – con la formazione di due diverse aree monetarie europee, quella del Nord Europa (l’area dell’ex marco) e quella dei paesi mediterranei. Personalmente penso invece che la forma più efficace di nuova moneta europea sia quella proposta da Frédéric Lordon su Le Monde diplomatique, che ho spiegato in questo mio articolo.
Purtroppo, una delle cause maggiori della crisi teorica, politica e anche elettorale della sinistra è il suo europeismo acritico e, dal 2022 in poi, anche il suo bellicismo. Se la sinistra continuerà a sostenere questa UE perderà ancora più voti e, se seguirà le politiche NATO di scontro totale con la Russia, la crisi della democrazia avanzerà e i nazionalismi fascistoidi prevarranno
