Dopo lo sciopero generale del 30 ottobre, indetta dall’Unione Sindacale di Base (USB) contro il carovita e l’economia di guerra che ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza in tutta Italia, Digos e Polizia postale hanno eseguito 60 perquisizioni in 23 città in tutta Italia. Nel mirino ci sono persone accusate di aver spinto altri soggetti alla violenza, tramite chat e social, durante le manifestazioni delle ultime settimane, nei confronti delle quali gli investigatori ipotizzano il reato di istigazione alla violenza. L’iniziativa arriva dopo che, al termine della grande giornata di protesta di ieri, la polizia ha identificato 4.200 manifestanti, arrestandone nove.
Secondo la polizia, i perquisiti del 30 ottobre sono persone «che nelle chat e nelle piattaforme social avevano incitato a compiere violenze nelle recenti manifestazioni di piazza». Con gli accertamenti ancora in corso, non si sa però quante persone siano indagate né quali procure coordinino le indagini, e dalle singole città arrivano solo pochi dettagli: a Firenze sono stati perquisiti tre maggiorenni, a Bologna la Digos avrebbe identificato circa 300 persone e a Cagliari risultano indagati due maggiorenni che vivono in provincia. Intanto il Governo ha risposto alle piazze con un decreto sicurezza, approvato il 20 ottobre e già in vigore. Il testo crea il reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche», punito con il carcere da 2 a 5 anni, mentre chi organizza gruppi violenti, anche via internet, rischia da 4 a 12 anni. Il decreto estende inoltre il fermo preventivo, cioè la possibilità di bloccare una persona prima che commetta un reato, anche ai ragazzi dai 16 anni in su. A Bologna, il 30 ottobre, è stato usato proprio così.
Il primo caso giudiziario nato da queste nuove regole è però finito male per l’accusa. Il 25 ottobre la polizia ha fermato Youssef Siher, trentenne del Bresciano che gestiva il canale Telegram «Movimento 17 ottobre» con l’accusa di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni. Nei giorni successivi giornali e politici lo hanno trasformato nella «mente» degli scontri di Milano, anche se il canale era nato la sera del 18 ottobre, a scontri già avvenuti, e lo hanno descritto come una spia, un infiltrato di Hamas o un terrorista, in quella che è stata una vera e propria gogna mediatica. Il 28 ottobre una giudice lo ha però rimesso in libertà, sscatenando le ire della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sostenendo che i messaggi mirassero a «promuovere la formazione di una coscienza collettiva» e il vademecum diffuso nel canale invitava addirittura a non rispondere con la violenza ai lacrimogeni.
Lo sciopero ha fermato per l’intera giornata scuole, sanità, uffici e aziende private. Il sindacato ha confermato lo stop anche nei trasporti, nonostante il divieto di Salvini, e ha portato in piazza richieste precise: salari adeguati al costo della vita, pensioni più alte, IVA azzerata sui beni di prima necessità e più soldi per sanità e scuola invece che per le armi. Secondo gli organizzatori hanno sfilato 1,5 milioni di persone in 60 città. A Roma, oltre ventimila manifestanti hanno raggiunto il Colosseo al grido di «Abbassate le armi, alzate i salari», a Milano erano più di 15 mila e a Bologna almeno 30 mila, che sono entrati in tangenziale gridando «blocchiamo tutto». A Ravenna circa 5 mila persone hanno sfilato contro il traffico di armi e una catena umana in acqua ha bloccato il porto per tutto il pomeriggio. Le tensioni più forti ci sono state a Torino, dove la polizia ha respinto il corteo davanti alla Prefettura con cariche e idranti, e a Vicenza, dove secondo gli organizzatori tre manifestanti sono rimasti feriti. A Roma, in tarda serata, ci sono stati scontri tra polizia e manifestanti e a Firenze dieci persone sono state denunciate per aver occupato i binari. Lo sciopero è arrivato dopo due settimane di cortei soprattutto giovanili, cominciati a Milano il 17 ottobre con scontri, saccheggi e oltre 200 fermi, quasi tutti di minorenni.
