La Busta

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LA BUSTA                                                   

di e con TRACCE

 

Una busta pervenuta per posta piena zeppa di foglietti all’interno di eterogenea natura, strappati da notes, quaderni, a volte il retro di stampati pubblicitari, vergati con una calligrafia un po’ disordinata ma leggibile; frasi staccate, ricordi tracciati alla rinfusa accompagnati da una breve nota: tu che hai dimestichezza con la parola scritta dai corpo a questa memoria confusa d’infanzia, tu che cerchi sempre tracce di qualcosa, fa che traccia ne resti.

La busta, riposta in un cassetto destinato alle “varie” trasformato in seguito in una cartella gialla nel portatile con la stessa dicitura, è stata aperta ad ogni fine di anno per una “rinfrescata”, vedi alleggerimento, vedi ripulisti per far posto ad altre varie. Ogni fine anno. Da molti anni. Fissa al suo posto, ultimo della serie. Non è mai salita, non è mai stata dichiarata fuori corso. Fino a che si è messa in mostra, spiegazzata ma in bella evidenza. Solo parole, senza immagini. Quelle, in molti, le portano impresse a fuoco sulla propria vita.

 

 

“Ho un vago ricordo del bar nella piazza centrale di Esanatoglia in quell’estate del ’43.  Da quando era iniziata la guerra, niente più vacanze sulle Dolomiti, niente larici abeti laghi rododendri e le lunghe camminate e arrampicate con mio papà. Qui una conceria in alto e una piazza in basso con la macelleria, in primis, con il ragazzo più giovane che si chiamava, appropriatamente Torello, la farmacia, il portone e le scale che conducevano all’appartamento al primo piano affittato per l’estate.

Che altro? ah sì, il Bar, di faccia.

Avevo nove anni, ammazzavo il tempo come potevo: a) una tibia infilzata su un una pietra aguzza e b) una volata in giù a pelle di leone dalla conceria, con una bottiglia che si era frantumata in mano. In tutte e due le occasioni ero stata medicata dal dr. Furbetta, che con una pinzetta aveva provveduto ad estrarre dal palmo della mano sinistra quelle che a me sembravano migliaia di schegge di vetro seguita dalla consolazione al bar con una pastarella.

Il bar condensava gli stati d’animo, i rancori, le amicizie, le notizie, i sapidi pettegolumi, le infinite classiche storie di paese.

C’era il sindaco, il veterinario, il dottore, qualche sacerdote, soprattutto uno mitico che mescolava il rituale della messa, con rimbrotti personalizzati diretti a chi gli rubava la frutta, o disertava la vita parrocchiale menzionando peccati e peccatori, stilando un elenco personalizzato di quanto gradito dal parroco in merito ai frutti della terra, del pollaio ecc. come penitenza. Era piuttosto povero don Ercole e un vero fenomeno: la perpetua offriva cialde profumate fatte coi ferri delle ostie e, in realtà, mi pareva buffo mangiare l’immagine di Gesù crocifisso spalmata di marmellata. Buonissima, croccante e fragrante, peraltro. In più nell’inverno che seguì si arrischiava per il paese, anziano, ma energico, con uno scaldino tra le mani, estraendolo da sotto la palandrana nera, per dividere con tutti il calore della brace. ll figlio del veterinario, Mario frequentava l’università di Camerino, credo, con indosso la divisa degli universitari GUF, stivali neri compresi, con innocente vanità in perenne diverbio col figlio del macellaio, Torello,  sfegatato antifascista. Erano coetanei, cresciuti insieme, avversari di idee amici avviati ad una cesura non ancora pervenuta alla divisione estrema. Il veterinario girava col classico mantello nero a ruota e a mia mamma faceva venire in mente una vecchia canzone, signorinella pallida, dove si parlava di uno che portava il mantello a ruota e faceva il notaio, e la canticchiava sempre e a me piaceva anche se mia mamma era piuttosto stonata. Tutti questi facevano la loro sosta quotidiana al bar; fra un caffè un bicchierozzo di vino rosso e l’altro volavano sfide, motti aspri politici, scherzi, minacce ringhiate. Partite di biliardo. Non ricordo il proprietario del bar. E poi c’era un’insegnante dall’aria decisa, forte che era in amicizia con certi giovani slavi.

Il Bar: un fazzoletto di terra che racchiudeva l’Italia di allora, acquiescente o ferocemente scontenta di un re debole e dell’uomo mandato da Dio come definito nel mio libro di lettura, che si era via via trasformato nel perfido lupo mannaro, secondo la visione dei miei nove anni. Tutto questo però non influiva, apparentemente, nei rapporti.

E poi, una sera, al crepuscolo la radio diffuse, come al solito, in piazza il bollettino, ma privo delle solite propagande di vittoria. Parlava il maresciallo Badoglio e tutti in piazza, fuori dal Bar in mucchio serrato che subito di divise in gruppetti, le parole si sovrapponevano, persero significato ne acquistarono un altro.

 Il re a Bari. Il nemico tedesco. Il nemico tedesco?! Beh, in effetti molto amichevoli non mi sembravano. L’alleato americano. Alleato?! Con le bombe sganciate su rovine ancora fumanti!? Cambio di ruolo e di casacca. La sera la guerra era finita, tutti attoniti, in piazza. La mattina dopo: si continuava a combattere. Da una parte di quell’Italia divisa in due si combatteva il tedesco. Dall’altra l’adesso alleato americano. Il bar era squarciato. Venne fuori il nome di Cassibile, un posto sconosciuto, dove era stato firmato l’armistizio già qualche giorno prima dell’8 settembre e lì era iniziata la grande confusione perché nessuno era a conoscenza del ribaltamento dei ruoli e amici e nemici non erano stati aggiornati. E questi aggiornamenti avvennero nel sangue. I primi effetti dei danni collaterali.

Nessuno si riconobbe più. Si fece strada la parola partigiano. Pochi ne erano al corrente, ma ce n’erano molti. Gli slavi che organizzavano. E militari in licenza, ufficiali e soldati che non sapevano che fare di se stessi. Sbandati. Renitenti alla leva. E avrebbero dovuto decidere da soli, perché non c’era più nessuno a cui rivolgersi. E ci si cominciò ad interrogare su chi era ancora amico e chi nemico nel bar. Cominciò ad arrivare da Matelica la polizia fascista dilagante ovunque.

Il giorno dopo l’8 settembre un rivolo consistente color rosso vivo si riversò dalla conceria fino al bar. Grande, fiammante, dilagante. Un grande spavento. La storia ebbe il suo giorno di gloria al bar. Era solo vernice, quella volta.

Il bar ospitava ancora molte persone che si scrutavano con sospetto e, quasi, con paura.

I partigiani si defilarono sui monti, ci furono scontri, il mio dottore scompariva per giornate intere. Era “in montagna” a prestare la sua opera di medico. Scopri che la mia insegnante aiutava i gruppi partigiani. All’inizio si trovavano al bar, apertamente, poi un po’ meno e alla fine di nascosto, ma ancora al bar.

Il paese una sera rimase silente nel buio. Il bar chiuso con le serrande giù. Qualcuno venne a bussare alla porta di casa nostra, la casa in affitto per l’estate e che era diventata per davvero la nostra casa, dato che con l’Italia tagliata in due non c’era modo di raggiungere Roma: occorreva avventurarsi. Cosa che facemmo in due riprese, ma questa è un‘altra storia.

Parlottio sommesso tra mio padre e mia madre con due giovani affranti, allo stremo, i volti tesi, sconvolti. Li vedevo dalla porta aperta della mia camera che dava nell’ingresso. E poi li conoscevo, mi aiutavano coi compiti, erano amici dell’insegnante. Parlavano un buon italiano. Anche loro si erano seduti spesso al Bar. C’erano state anche canzoni e fisarmoniche col mantice ansimante, stretto e largo, musica e parole in melanconica lingua sconosciuta. Altri cantavano I ribelli della montagna. Altri Fischia il vento.

Subito dopo mamma venne in camera mia, ero a letto con qualche linea di febbre e mi portò in camera sua nel lettone: disse che doveva rifare il letto e alle mie domande stupite rispose che era una richiesta del medico. Dalla porta semiaperta vidi i due giovani, aiutati da mio padre portare dentro dei fagotti e il mio letto fu abbastanza maneggiato e il materasso rivoltato più volte e quei fagotti furono messi sotto. Poi, mio padre alzò gli occhi e incontrò i miei. Sorrise, ma venne a chiudere la porta. Una voce, dal tono rauco e sommesso che riconobbi per quella di uno dei miei amici frequentatore del bar disse: Grazie, grazie. E quella di mio padre, pressante, che li spingeva, materialmente, fuori. Verranno anche qui, disse. Dio vi protegga.

Poi, all’improvviso erano tutti in camera. Papà, mamma e le mie due sorelle. Mia madre prese un libro e cominciò a leggere. Mi meravigliai perché non era quello iniziato: in casa era un’abitudine leggere un libro insieme, cominciava mamma, poi papà e poi la sorella più grande, l’altra e infine toccava a me. La tv non aveva cancellato ancora quella splendida abitudine Ma quello non era il libro che avevamo iniziato. Era un libro che mamma non riteneva adatto ai miei nove anni. Mi meravigliai, ma non ebbi il tempo di fare domande perché ci fu un violento bussare alla porta e uno scampanellio insistente.

Continuate, disse papà, e andò ad aprire.

Domande, risposte. La voce di mio padre, calma, tranquilla, la voce di un libero professionista abituato a dibattere. Voci concitate, violente, che si aprivano un varco nella casa. Poi, di nuovo, mio padre.

Entrate, disse, se volete. C’è solo la mia bambina più piccola a letto con la febbre, e mia moglie e le altre due mie figlie che le tengono compagnia.

Erano in quattro, li avevo visti, seduti al bar, a porre domande a molti altri in piedi davanti al loro tavolino, capi e dipendenti. Loro bevevano caffe e mangiavano ciambelle all’anice senza offrirne, non era l’atmosfera del solito bar.

Era la polizia fascista. Stivali e soprabiti lunghi. Occhi acuti e inquisitori. Passarono la stanza e gli occupanti al setaccio, frugando ogni angolo. Uno si diresse all’armadio, un altro alla porta di comunicazione con la stanza dei miei genitori. La voce di mio padre li frenò.

Cosa state facendo?

Dobbiamo vedere.

Cosa? disse mio padre. Questa è una casa privata, casa mia. Avete bisogno del mio permesso. Non potete fare il vostro comodo.

Va bene, disse uno. Ma dobbiamo dare un’occhiata. Lo sapete chi stiamo cercando.

No, disse mio padre, non lo so. Non potete spaventare così la mia famiglia.

Mia madre era pallidissima, le mie sorelle paralizzate.

Cerchiamo gente pericolosa, criminali che complottano contro la patria.

E li cercate in casa mia?

Dovunque, possono essere qui, nascosti.

State dicendo che io

Magari in buonafede, si intromise uno che non aveva mai parlato, magari non lo sapete. Qui la gente è sempre così amichevole. In apparenza. E poi è la prassi.

Le ultime due parole furono fredde, gelide, incise col coltello nell’aria.

Mio padre spalancò l’armadio e la porta della camera da letto.

Fate alla svelta, disse, di là ci sono le altre camere. E chiudete la porta quando uscite.

Continua cara, disse a mia madre e lei riprese a leggere.

Trepestio nelle altre stanze, cassetti aperti, porte sbattute, tintinnio dei vetri delle porte finestre dei balconi spalancate.

La voce di mia madre leggeva parole e parole e mio padre, seduto sul bordo del mio letto ascoltava, il viso di pietra. Le mie sorelle erano sul lato opposto a quello dov’era mio padre.

Abbiamo finito, scusate il disturbo signora. Sulla soglia si era affacciato quello che aveva parlato per ultimo.

Prendetevi cura di vostra moglie e delle vostre figlie. Siete forestieri. Non immischiatevi. Forse dovrete trovare un altro dottore per vostra figlia. Oggi non si trova, forse è a Macerata, forse a Camerino. Forse a Matelica. Chi sa se torna.

Il nome del padrone di casa era noto, tuttavia uno dei fascisti, gli aveva consigliato, vedi intimato, di non immischiarsi in quella tragedia e di badare alla sicurezza della sua famiglia. Ma, egli non lo sapeva, non era nel carattere dell’uomo restare a guardare. Troppo e tragicamente colpito da orride vicende e decisioni che lo avevano lasciato con la bocca troppo e tragicamente amara.

 

Mio padre si alzò e li affiancò fino alla porta, senza rispondere.

Quando tornò si appoggiò allo stipite e sembrava non riempire l’abito che indossava : mia madre immobile con il libro in mano, le mie sorelle strette l’una all’altra, io sentivo il materasso pieno di bitorzoli.

Santa Vergine, disse. Mia madre lo raggiunse, un dito tra le pagine del libro per non perdere il segno. Mio padre ci guardò. Figlie mie, disse con le braccia protese.

Sentimmo vociare per le strade, nella piazza dove si affacciava il nostro balcone. Rumore di passi in corsa,

Alt, urlati acidamente, qualche colpo secco. Fu la prima volta che udimmo degli spari. Di fratelli contro fratelli. Vittime della ribellione all’accecamento prodotto da ideologie perverse.

Il giorno dopo al bar non si parlava d’altro.

Perquisizioni in cerca di armi, di uomini nascosti, di feriti partigiani. Ricomparve il dottore. Mio padre lo trovò al bar, per il solito caffè, a mezzodì, avvisandolo che la sua bambina più piccola aveva ancora la febbre. (Io non capivo perché non potevo alzarmi, il mercurio del termometro non segnava febbre e su quel materasso fattosi così duro e pieno di bitorzoli era scomodo starci. Era tutto strano, non era normale. La notte dormìì nel lettone e finalmente al risveglio potei alzarmi e quando tornai nel mio letto non c’era traccia di bitorzoli).

Nota del bar: Fratelli contro fratelli, poi i nazisti e fu dura, e il colore rosso annegò le strade, e non era vernice, insieme a lagrime e lamenti. Morirono slavi, italiani, uomini e donne, sacerdoti e ragazzi e alla liberazione si scatenarono altre storie. Mario, che andava all’università in divisa GUF fu picchiato a morte e non aveva fatto altro che quello, ma non morì e passò il resto della vita su una sedia a rotelle. Molti furono sepolti nei cimiteri lontani da casa. Altri cambiarono casacca e continuarono felicemente a vivere là dove erano stati causa di morte e la vita riprese a scorrere e anche il bar continuò, non so se con la stessa gestione. Avevo nove anni e non ci sono più tornata.”

 

 

Nota 2: in quella enorme tragedia di odi e di sangue, che ancor oggi divide e semina discordia odio e tragedie non sopite, un uomo nelle Marche si distinse per una pietas che non era rivolta solo ad una parte. Era pietas universale che coinvolgeva e ancor oggi più che mai coinvolge il genere umano nella sua interezza, senza distinzioni. Il suo nome era Mario Depangher, un uomo, un partigiano, un onesto, e, in più intriso di pietas, quel suggestivo quasi inspiegabile termine latino che qualifica i grandi. La sua includeva compagni e avversari e gli lasciò la vista chiara e i sentimenti non inquinati da pregiudizi e vendette a tutti i costi. E questo era difficile in quel clima arroventato di guerra civile, annegato in una lunga scia di sangue, dal titolo di un libro documento di Raoul Paciaroni sulla guerra e le sue vittime nelle Marche tra il ‘43 e il ’44.

Quella stessa pietas che aveva spinto un uomo a nascondere armi sotto il materasso della sua bambina, anche se così facendo metteva a repentaglio la sua vita e quella dei suoi, ma ne salvava molte altre.

 

Oggi che ognuno rivendica i propri meriti e la propria verginità e non riconosce né gli uni né l’altra alla parte avversa, oggi che riteniamo di essere stati tutti dalla parte giusta e lo siamo tuttora, ma quante parti giuste esistono mai – oggi che ci prepariamo a votare per qualcuno e per qualcosa, ma quanti qualcuno e qualcosa esistono mai – con tante troppe scie che ad ogni passo, si formano su un marciapiede, su un ponte, in un’enclave e molti hanno dimenticato cosa significa fuggire dalla persecuzione, non avere uno stato proprio, abbandonarsi tutto alle spalle : che la memoria sia un tesoro, oggi.

Per una volta all’anno è bello sentirci Aladino, Alì Babà e, appropriatamente, Giufà e tenendoci allegramente per mano con loro girare in tondo vorticosamente allontanando – sarebbe ora –  i ladroni quaranta o quarantamila o quattrocentomila che siano urlando mentre gli allunghiamo quaranta quarantamila o quattrocentomila pedate all’unisono, “affaccia affaccia ammuccia ammuccia due di qua e due di là vi sparo fuori” e guardare allibiti i ladroni che scappano impauriti mentre insieme a Giufà vediamo scorrere quattro rivoli della pipì che non siamo riusciti a contenere e … ci impadroniamo del tesoro lasciato nella caverna dove tutti, gli uni all’insaputa degli altri, ciascuno per le sue necessità, si era infrattato.

Un sogno, uno della saga di Giufà.

La favola di Giufà e i ladri.

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