Francesco Cecchini

A Sybila Arredondo, vedova di José Maria Arguedas. Rivoluzionaria, ha trascorso 14 anni nelle prigioni peruviane.


Perù, in spagnolo Perú, in francese Pérou, in quechua ed aymara Piruw. Il paese che ho conosciuto era ancora fatto di due mondi, magari mescolati a Lima ed in alcuni luoghi della costa, che parlano due lingue, hanno due culture e due tradizioni. Per un anno intero, una volta al mese, vado e torno da Lima ad Ancascocha e Coracora, nelle Ande centro meridionali. Parto nel primo pomeriggio, viaggio lungo la panamericana e faccio una sosta per dormire a Nazca allHotel de Turistas, prché non è consigliabile andare di notte ad Ancascocha. La sera ascolto Maria Reiche parlare de las lineas.

Maria Rieche


Un giorno mi prendo una vacanza e con pochi altri seguo Maria Rieche fino a una torre metallica al lato della panamericana, da lì fino a Palpa si estende la Pampa Colorada, dove si trovano la maggior parte dei disegni. Un calore che brucia e il vento che alza la sabbia non mi permettono di vedere e capire molto. Osservo da vicino Maria Reiche, alta e magra, un poco curva, occhi azzurro-grigi dietro gli occhiali, capelli bianchi spettinati, pelle del viso consunta dallaria e abbronzata dal sole.
Nel primo pomeriggio con un piccolo aereo, un Cesna, sorvolo per una trentina di minuti un deserto di sabbia che paesaggio lunare con i suoi disegni: uniguana, un gabbiano, pesci, un cane, figure geometriche che possono essere visti solo dal cielo. Distinguo bene le linee che secondo larcheologa tedesca puntano alla luna, al sole e alle stelle. Dopo aver dormito poco, allalba abbandono la panamericana e salgo verso la cordillera. Un viaggio epico, ogni volta una storia, di alcune ore per una strada stretta e di terra, tutta curve, chiamata la cuesta del borracho, la salita dellubriaco. Arrivo fino a Pampa Galera, per attraversare laltipiano e poi scendere alla diga di Ancascocha, a circa 3000 metri e ad una decina di chilometri dal pueblo di Coracora.
Mi ricordo qualche strapiombo, cieli limpidi da dicembre a maggio e nubi di polvere sollevati dall’auto, da poche corriere e camions. Durante linverno, che inizia a giugno cadono piogge torrenziali, fango e frane. Nella puna las vicuñas a tratti corrono parallele allauto. A volte incontro lesercito, a volte Sendero Luminoso, c’è sempre un biglietto da pagare per poter andare oltre e continuare il viaggio. Di solito, sia all’andata che al ritorno, mi fermo a Puquio per una sosta, tirare il fiato, bere e mangiare qualcosa.
La piccola città, capitale della provincia di Lucanas, è lontana dalla costa non solo per i chilometri ed il tempo necessario per percorrerli. I giornali arrivano un giorno si e molti altri no, il telefono funziona male, non c è la televisione, la radio è disturbata, si parla poco lo spagnolo. La gente che se ne va, difficilmente ritorna e un huayno, Expreso Puquio Perez Abela, racconta in quechua il dramma continuo dello sradicamento. Una cassetta mal registrata in un mangiacassette sgangherato, è quasi sempre la colonna dei miei pasti in un piccolo ristorante della Plaza de Armas.
A Lima ho degli amici, tra cui Maria, una studentessa di lettere allUniversità di San Marco che insegna spagnolo agli stranieri e canta in alcuni locali, quando capita, canzoni che non ama. Bisogna pur vivere, dice. A me piace ascoltare Cardo o ceniza di Chabuca Granda:
Cómo será mi piel junto a tu piel
Cómo será mi piel junto a tu piel
Cardo o ceniza
Cómo será
Si he de fundir mi espacio frente al tuyo
Cómo será tu cuerpo al recorrerme
Y cómo mi corazón si estoy de muerte
Mi corazón si estoy de muerte

Chabuca Grande


Maria, simpatizzante di Abimael, il Presidente Gonzalo, mi guarda come se fossi un gringo stupido e decadente. Di solito Incontro Maria, che vive a Magdalena, in Jiron Amazonas, a Plaza San Martin, davanti al Bolivar Hotel o allentrata del Teatro Colon. Il cuore coloniale di Lima, brulica di andini dalla pelle scura e dai capelli neri come il carbone. Decine di bambini o chiedono lelemosina o si bagnano nellacqua delle fontane. È facile essere derubati del portafogli o dellorologio.
Se non andiamo al cinema, al Colon, la convinco a venire a Miraflores, il quartiere dove vivo e lavoro. Ci sono buoni ristoranti, si può ascoltare jazz, blues e musica afroperuana che piace a Maria. Qui il pericolo di venire assaltati e derubati è debole. Da quando Abimael Guzmán ha iniziato le ostilità impiccando ai pali della luce decine di cani alcuni squartati, altri con li pelo imbratattato di nero, tutti con la scritta Deng Xiao Ping hijo de perra, Lima, di notte, è una città rischiosa.
A Maria piace la musica andina huaynos, quena, arpa, ma non ci sono peñas folkloricas a Miraflores, quindi a volte la domenica pomeriggio andiamo in un locale dopo il ponte sul Rimac, la peña Hatuchay, dove ogni tanto vi suona lorchestra La Agresiva, salsa durissima, ma prima mangiamo cibo peruviano cinese in una cifa vicina, Chon Wa.
Maria mi fa conoscere anche il coliseum per la pelea de gallos, ma non mi accompagna, sta anche lontana dalle corride della plaza de toros di Huacho. Mi porta invece a Polvo Azules, un vero e proprio souk a una cinquantina di metri dal palazzo presidenziale. Paradiso del contrabbando. Si può comprare artigianato andino, whisky scozzese, sigarette Marlboro made in Usa, vestiti Pierre Cardin fatti qui. Compro una coperta di alpaca da un uomo di Cuzco che mi propone furtivo lacquisto di huacos, vasi funerari ed altro, ben nascosti sotto la bancarella. Uno sguardo severo della mia amica, mi dissuade dal comprare e trafficare in reperti archeologici.
Una sera, all’Haiti, le racconto delle soste a Puquio per mangiare. Caldo de pollo, cuyes arrosto, patate, chicha morada e caffè lungo e nero, a volte mate di coca. A Maria luccicano gli occhi ed esclama con voce eccitata: “Ma Puquio è il pueblo dove José Maria Arguedas ha trascorso parte della sua infanzia e adolescenza, parlando il quechua prima che il castigliano! Arguedas, il grande scrittore peruano, che ha scritto romanzi dove lidioma dei conquistadores si incrocia con quello degli Inca e con lo spagnolo delle Ande. A torto è stato definito indigenista, mentre è uninventore di scrittura con una coscienza sociale. Un grande scrittore più grande di Palma, di Ciro Allegria e perfino di Vargas Llosa, che a voi piace tanto”. Dice il nome di Vargas Llosa con ironia e disprezzo, mi guarda negli occhi, ma io non raccolgo la provocazione, anche perché non ancora letto La ciudad y los perros, La casa verde, Pantaleón y la visitadoras e gli altri romanzi dello scrittore di Arequipa. “Proprio a Puquio, Arguedas ambienta il suo primo romanzo del 1941 – prosegue Maria – Yawar Fiesta, Fiesta de sangre. È il romanzo del Perù andino, figlio degli incas e degli spagnoli. Leggilo, i tuoi viaggi dalla costa alla sierra non saranno più gli stessi. Sarà diverso quello che ascolterai e vedrai, perché lo capirai meglio.” Maria continua a parlare. “Con un gruppo di studenti di San Marcos ed un professore ho visitato alcuni anni fa Puquio, ricorrendo il Jirón Bolívar, dove, quando Arguedas era bambino, abitavano i mistis ed i notabili, la Escuelas de varones, il carcere, la piazza centrale, il posto della Guardia Civil. Dallabra di Sillanoy ho potuto scorgere i quartieri degli indios, gli ayllus, di Pichkachuri, Chaupi e Kollana. Ho visto i torrenti di Pichkachuri e Yalpu. Sono stata nella puna di Koñani. Ho visitato i resti della casa di Arguedas che si trovano in una fattoria a San Juan de Lucanas, non lontano da Puquio. Poi abbiamo proseguito per Abancay e Cuzco.” Mi faccio ripetere lentamente i nomi e li scrivo sopra un paio di tovaglioli di carta. Prima o poi mi fermerò a Puquio e a San Juan de Lucanas per un paio di giorni. “Con lo stesso gruppo sono stata anche a Chimbote dove Arguedas ambienta El Zorro de arriba y el zorro de abajo, La volpe di in cima e la volpe di abasso. Chimbote era ed è limmagine di un Perù mescolato, un porto dove sincontra tutto il paese, volpi della sierra e volpi della costa, ma non solo, vi sono cinesi, giapponesi, neri. Una grande barriada, quartiere di periferia sul Pacifico. Dopo Chimbote volevamo visitare anche la prigione El Sexto, ma non lo permisero. Prima di terminare il suo ultimo romanzo, che è anche uninchiesta antropologica, Arguedas si suicidò e chiese come ultimo desiderio di venir accompagnato al cimitero El Angel con musica andina. Musicisti amici suoi suonarono quenas, arpas e charangos. Fu un corteo funebre imponente, con molti studenti con bandiere di Cuba e del Vietnam del Nord, che cantavano LInternazionale. Ho sempre voluto scrivere qualcosa su José Maria Arguedas, magari lo farò per la tesi di laurea.” Da narratore dei miei viaggi andini divento un ascoltatore attento, preso dalluomo e dallo scrittore Arguedas, dalla sua scrittura, dallimpegno, dallinfelicità e dalla morte. Annoto i titoli dei suoi libri El Sexto, Los rios profundos, Todas las sangres e soprattutto Yawar Fiesta. Il giorno dopo non vado in ufficio, ma cerco il romanzo Yawar Fiesta nelle librerie del centro di Lima. Lo trovo in una libreria allinizio del Jirón de la Unión, è un piccolo libro tascabile pubblicato dalla Editorial Horizonte. In una copertina gialla è disegnato un toro nero con legato sul dorso un condor dalle ali spiegate, che lo ferisce alla testa ed alla schiena con gli artigli ed il becco, mentre dal dorso del toro sgorgano fiotti di sangue. La cassiera guarda la copertina e dice: “Nel romanzo non viene narrato il Turupukllay, la lotta tra questi due animali. Il Turupukllay fa parte della Yawar Fiesta, ma non sempre cè. Io vengo da Ayacucho, ne ho sentito parlare, ma non lho mai vista. Esiste ancora però. Dicono che di solito vinca il condor, ma alla fine è spennacchiato ed anche lui perde sangue.” “Io, ho visto i condor solo volare nei cieli di Lucanas o di Coracora.” Dopo il lavoro e la cena rinuncio ad uscire e inizio la lettura che termina la mattina. É sabato, per fortuna, così posso dormire quanto voglio. Leggendo, traduco mentalmente dallo spagnolo allitaliano, aiutato dalle molte parole in quechua che hanno a piè di pagina una spiegazione. Ayllu è il villaggio indio, cholos sono i meticci, yaku è lacqua… Alcune parti, poche e non lunghe, le traduco per iscritto. Lincipit per esempio, o meglio linizio dellincipit: Tra campi di erba medica, coltivazioni di frumento, fave ed orzo su una collina accidentata si trova il villaggio. Dalla gola di Sillanok si vedono tre torrenti che scorrono, avvicinandosi tra loro via via che arrivano alla valle del grande fiume. I torrenti scendono dalla puna correndo in un letto brusco, ma poi si distendono in una pampa irregolare dove cè perfino un piccolo lago; termina la pianura ed il corso dei fiumi si rompe unaltra volta e salta di cateratta in cateratta fino ad arrivare in fondo alla valle. Il villaggio si vede grande, sopra il monte, seguendo la collina tetti di tegole si alzano dalla riva del torrente, dove crescono alcuni eucalipti, fino alla cima; nella cima terminano perché sul bordo della collina si trova la via Bolivar, dove abitano i notabili… Il romanzo racconta di una tradizione delle comunità indigene del Perù, descrive la corrida india, dove il toro viene affrontato non in una plaza de toros da un torero, ma allaperto da centinaia di indios. Durante il massacro del toro e di qualche indio si suonano delle trombe, le wakawakras, fatte con le corna di tori uccisi negli anni precedenti. La tradizione rischia quellanno di venire sconvolta da una ordinanza dellautorità di Lima che proibiscono la forma selvaggia praticata dagli indios e ordina che la corrida avvenga nella forma diciamo civile praticata dagli spagnoli e cioè in una plaza de toros, anche se provvisoria, e con un torero professionista. Alla fine le cose non vanno come ordinate e il giorno della festa centinaia di toreri indios occupano Puquio. Cori di donne cantano inni che incitano il toro: Ay turullay, turo, wakraykuiari, sipiykuyari, turullay turo Ay toru cornea pues, mata pues totro Ahii toro. Dai incornalo, dai uccidilo, toro, toro. Ed ancora
Turullay, turo, wakraykunkichu sipiykunkichu turullay, turu!
Ay toro, toro como has de cornear, como has de matar, toro,toro
Ibarito, il torero venuto da Lima, si fa impressionare dai cori e dice: “Senor Escobar, potrebbe far chiudere la bocca a queste donne che già vedono il mio cadavere.” Poi inizia a toreare, ma quando il toro si avventa sul suo corpo e tenta di travolgerlo, corre a gambe levate a ripararsi. Gli abitanti di Puquio lo sfottono ed incitano gli indios toreri ad affrontare lanimale che prima ne incorna uno, poi viene abbattuto con un candelotto di dinamite. “Vede signor Sottoprefetto? Queste sono le nostre corride, la vera festa di sangue.” Diceva lAlcalde nellorecchio dellAutorità. Della lettura del libro ne parlo per telefono a mia moglie, Elena e lei mi dice che il romanzo, tradotto da Umberto Bonetti, è stato pubblicato da Einaudi, assieme ad altri lavori di Arguedas: I fiumi profondi, Il Sesto… Quando a fine anno ritorno in Italia, per le vacanze di Natale, la prima cosa che leggo è il romanzo Festa di sangue. È unottima traduzione che trasmette emozioni al lettore, per la storia drammatica di questa corrida india, ambientata nelle Ande del Sud. Bonetti inoltre sa conservare in italiano il sapore di uno spagnolo speciale influenzato dal quechua, sia per la presenza di molte parole in lingua, sia per la struttura del testo e soprattutto per i dialoghi. Confronto la traduzione di Bonetti con i pochi pezzi che ho tradotto e noto che vi sono delle differenze, ma tutto sommato ininfluenti. Che importanza ha tradurre la parola varayok con alcalde, invece che con saggio? Oppure jirón con girone e non con via? O ancora riachuelos con fiumiciattoli, invece che con torrenti? Nessuna o molto poca, agli occhi del normale lettore. Leggo la traduzione italiana, con a fianco il testo originale e anche quei pochi brani che ho tradotti. Al termine della lettura sono tentato di terminare il mio esecizio di traduzione, per migliorare italiano e spagnolo, anche se quello di Arguedas è molto speciale, molto peruano e indio. Lo farò con molta lentezza e a salti, ma alla fine esiste un Yawar Fiesta tradotto da me.
Di ritorno a Lima, in un cinema del centro, guardo i film di Louis Figueroa, Kukulí ,Yawar Fiesta, Perros hambrientos. Le immagini aiutano a capire le parole. Ne voglio parlare a Maria, ma è sparita. La cerco nellappartamento buio di Jiron Amazonas, ma mi dicono che da un paio di mesi non vive più lì, né ha lasciato detto dove è andata.
Vado anche a San Marcos, il prato ed i portici sono affollati da studenti con volantini da distribuire, fazzoletti rossi al collo e bandiere rosse alzate. Una ragazzina, dallaspetto di una chola, ha un altoparlante e grida slogans: Compagni, dobbiamo abbattere il governo fascista, far sentire la nostra voce e quello del popolo oppresso…
Mi avvicino e chiedo di Maria, ma la ragazzina mi guarda come se fossi un poliziotto. Anche gli altri mi danno occhiate ostili, quindi me ne vado. Passano lestate e lautunno australi ed infine, un giorno dinverno, prima di una partenza per Ancascocha, Maria mi telefona e nemmeno mi chiede come sto o mi lascia il tempo di chiederlo a lei. “Portami a Coracora, vieni a prendermi domani mattina presto, ma non con la tua macchina, telefona a questo numero, lautista sa dove trovarmi.” Il mattino dopo, è una giornata di garua, nebbia rasente al suolo che arriva a raffiche dalloceano. È umido totale.
Attraverso la città da Miraflores a nord. Lentrata della bidonville è piena di spazzatura, la strada che porta al centro è sfondata e fangosa e gli scarichi delle fogne sono a cielo aperto. Trovo Maria che indossa scarpe da ginnastica, jeans, un giubetto di plastica nera, sotto braccio ha un poncho ed in mano tiene una borsa da ginnastica. Mi fa un sorriso, ma nessun saluto. Con lautista scambia uno sguardo. “Perché hai scelto me per raggiungere le Ande?” le chiedo. “Perché ti conoscono la Dircote, lesercito e la polizia ed anche noi ti conosciamo” Limpresa per la quale lavoro, Ingenieros Constructores, da denaro sia allesercito che controlla agua abajo, a valle di Ancascoscha, sia a Sendero che è presente agua arriba, a monte. Tutti sanno che la diga darà acqua ai peruviani. Nel primo pomeriggio lasciamo la città, ancora grigia e indolente. Lungo la panamericana sur, a qualche decina di chilometri da Lima, scompare il cielo color balena o panza de burro, pancia dasino, e appare il sole. Il viaggio è veloce, c’è poco traffico, e a Paracas, Lluvia de arena, non cè la solita tempesta di sabbia. Non parliamo. Al tramonto arriviamo a Nazca. Maria resta in macchina, non le importa di ascoltare Maria Rieke e non vuole registrarsi. Salta la cena. Al mattino le porto una bottiglia dacqua minerale. Riprendo la Panamericana, la strada per Puquio è controllata dallesercito. Poco dopo devio per Puerto de Lomas, un piccolo porto di pescatori. È Maria che suggerisce il luogo. Nel 1919 dopo sei giorni di cavallo da Lucanas, è in questo porto che José Maria Arguedas si imbarca nellUrubamba per visitare per la prima volta Lima. “Conocí al mar de noche, Conobbi il mare di notte”, cita Maria da non so dove. In un piccolo hostal facciamo colazione. Maria che non ha cenato prende ceviche, birra e caffè, poi, prima di ripartire va al bagno per lavarsi. Mentre aspetto esco e nella caleta guardo le barche ed i pescatori ritornati dalla pesca notturna. Il viaggio a Chala dura poco più di un paio dore. La strada è una striscia dasfalto che scorre tra deserto di dune e lOceano Pacifico. Maria parla e cerca di convincermi ad abbandonare il Perù. “Francesco, quello al quale ora stai assistendo è nulla. Ancora poco e la lotta popolare diventerà rivoluzione e sarà un inferno. E nessuno ama los gringos come te, né lMRTA, né lesercito, né la gente, né noi.” Continua a dire noi, quindi penso che sia già arruolata in Sendero Luminoso. “Torna a casa fino a che sei in tempo!” Sono attento alla strada, ma riesco a darle uno sguardo ironico. “Ritorno in Italia il prossimo anno, a lavoro finito. Il tuo paese è già nellinferno, ma io non mi sento in pericolo.”
Poco dopo Chala lascio la panamericana e prendo la strada che porta a Coracora. Salendo dalla costa alla sierra, Maria passa dalle esortazioni alla fuga, allindottrinamento. Recita a memoria, o quasi, il programma generale della rivoluzione senderista: Il partito comunista del Perù si fonda ed è guidato dal marxismo-leninismo-pensiero di Gonzalo, come applicazione creatrice della verità universale alle condizioni concrete della rivoluzione peruviana…Dopo un po non lascolto più, ma con la mente vado al Sendero che conosco. A metà del luglio scorso i senderisti entrano a Coracora, saccheggiano negozi, incendiano il municipio e gli uffici statali, uccidono un direttore di scuola ed un poliziotto. Poco dopo, un sabato notte, arrivano in diga, prendono una camioneta, della dinamite e radunano tutti in un piazzale. Una donna con un passamontagna che copre il volto, parla del Presidente Gonzalo, la quarta spada della rivoluzione.

Abimael, il Presidente Gonzalo


Chiude la predica esortando il personale a non ubriacarsi, a non buttare i soldi in vino o pisco, ma di inviarli alle famiglie che ne hanno bisogno. Penso ai villaggi attorno ad Ancascocha, tetti di paglia o calamina, lamiera, muri di pietra od adobe. Niente acqua, niente elettricità, né scuole, né ospedali. Gli abitanti non parlano lo spagnolo, ma il quechua e la coscienza di trovarsi in Perù è debole se non inesistente. Sendero si presenta come lorganizzazione che può portare quello che manca ed arruola donne, ragazzi e uomini nellesercito popolare.
Quando raggiungiamo laltipiano, appare allorizzonte il vulcano Sara Sara.

Vulcano Sara Sara con ai piedi la laguna Parinacocha


La neve della cima è eterna e brilla sotto il sole del tardo pomeriggio. “Sara è il mio secondo nome, mi chiamo Maria Sara” dice Maria “Il vulcano è stato scalato da poco. Un collega appassionato di archeologia, amico di Kaufman Doig, mi ha detto che cè in programma una missione archeologica sulla cima. Non ora, certo, troppi senderisti in giro. Nelle cime innevate gli Incas facevano sacrifici umani e poi lasciavano le vittime mummificate, bambine, anche. Se ne troveranno una, la chiameranno Sarita.” “Maria Sarita, allora!” esclama Maria. “Glielo dirò.” Nel tratto di strada che costeggia la laguna Parinacocha fermo la macchina e scendiamo. Offro a Sara una sigaretta, un Inca, tabacco nero senza filtro, difficile da fumare nel calore della costa, ma qui a 3000 metri va bene. Guardiamo in silenzio i fenicotteri color rosa. Maria è tesa e lo sono anchio. Poi saliamo di nuovo in macchina e mi chiede se ho delle sigarette, le lascio il pacchetto di Inca e laccendino. La allinizio di Coracora. Mi da un bacio sulla guancia e mi dice: “Suerte. Ricambio il bacio e le dico: “Suerte y cuidate, Buona fortuna e stai attenta”. Non entro in paese ma accelero verso Ancascocha, non voglio che mi piombi addosso la notte andina, stellata ma pericolosa. Non rivedrò mai più Maria, né sentirò parlare di lei. Ritorno in Perù nel 2008 e riattraverso il paese che ho conosciuto: Lima, Cajamarca, Chota, Chiclayo, Nazca, Puquio, Coracora, Cuzco, Madre de Dios, Costa, sierra e selva sono meno separate. Le bellezze coloniali di Lima, i parchi di Miraflores e Barranco, le spiagge lungo il Pacifico sono sempre lì, ma dentro una città ora immensa, una megalopoli di otre 7 milioni di abitanti. Anche la periferia, las barriadas, i pueblos jovenes si sono estesi, veri e propri slums.

Lima di anni fa.


La strada che da Nazca porta a Puquio e anche più in là, è asfaltata. Da Lima si arriva a Cuzco in meno di 24 ore. A Coracora cè internet. I combattenti di Sendero o dellMRTA per lo più sono morti o in prigione, ma le lotte sociali del popolo peruviano nelle città, nelle Ande, nella selva o altrove, sono ancora vive.

Di Francesco Cecchini

Nato a Roma . Compie studi classici, possiede un diploma tecnico. Frequenta sociologia a Trento ed Urbanistica a Treviso. Non si laurea perché impegnato in militanza politica, prima nel Manifesto e poi in Lotta Continua, fino al suo scioglimento. Nel 1978 abbandona la militanza attva e decide di lavorare e vivere all’estero, ma non cambia le idee. Dal 2012 scrive. La sua esperienza di aver lavorato e vissuto in molti paesi e città del mondo, Aleppo, Baghdad, Lagos, Buenos Aires, Boston, Algeri, Santiago del Cile, Tangeri e Parigi è alla base di un progetto di scrittura. Una trilogia di romanzi ambientati Bombay, Algeri e Lagos. L’ oggetto della trilogia è la violenza, il crimine e la difficoltà di vivere nelle metropoli. Ha pubblicato con Nuova Ipsa il suo primo romanzo, Rosso Bombay. Ha scritto anche una raccolta di racconti, Vivere Altrove, non ancora pubblicata. Traduce dalle lingue che conosce come esercizio di scrittura. Collabora con Ancora Fischia IL Vento. Vive nel Nord Est

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