Settembre 22, 2020

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Persona, Razzismo, Neo-schiavismo: tendenze del capitalismo crepuscolare

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Numerosi stratagemmi sono volti a disgregare e contrapporre gli sfruttati fra di loro, favorendo la guerra fra poveri che distrae dall’unica guerra realmente liberatoria per tutti: la guerra agli sfruttatori.

 di Roberto Fineschi  

Come ho argomentato altrove, lo sviluppo strutturale del modo di produzione capitalistico nella sua fase “crepuscolare” porta alla crisi della vigenza del concetto di “persona”, vale a dire dell’universale uguaglianza e libertà degli esseri umani. A onor del vero, il processo di universalizzazione nello stesso contesto borghese della persona non è mai stato poi così lineare. Lasciando stare le colonie, dove la barbarie schiavistica non è mai cessata, sacche di schiavitù formalmente legittime sono esistite a lungo in seno ai più liberali dei paesi anche fino a tempi relativamente recenti.

L’esempio più facile sono i super liberi Stati Uniti: essi nascono con la schiavitù degli afroamericani addirittura nella Costituzione. Non viene menzionata esplicitamente, ma compare indirettamente attraverso la clausola dei 3/5. La questione era come contare gli schiavi che nel sud erano una parte cospicua della popolazione: come “esseri umani” per avere più rappresentanti o come cosa per pagare meno tasse (che erano basate sul numero di persone). La “soluzione” fu contarli per 3/5: uno schiavo, senza che la parola fosse menzionata, valeva 3/5 di un bianco (articolo 1, sez. 2, comma 3). La parola Schiavitù compare esplicitamente solo nel XIII emendamento approvato tra il 1864 e 1865 dove si dice che, finalmente, è bandita. È del resto noto come la tratta degli schiavi fosse gestita largamente dalla liberalissima Inghilterra. Non bisogna tuttavia stupirsi; sempre altrove ho ricordato come tutto ciò non sia in contraddizione con la filosofia del padre fondatore del liberalismo, John Locke, che addirittura la contempla nella Stato di natura accanto a libertà, uguaglianza e proprietà.

Detto questo, bisogna aver chiaro che l’universalizzazione del concetto di persona, vale a dire l’apogeo della cultura borghese progressista, non cancella affatto la nuova forma di schiavitù tipica del modo di produzione capitalistico: quella salariata. Anzi, ne legittima, apparentemente, la giustezza e le fornisce il criterio di legalità. Tuttavia, nei vari capitalismi storici ed in particolar modo in quello crepuscolare, è strutturalmente possibile e politicamente utile avere i due aspetti della schiavitù allo stesso tempo.

Il primo aspetto, la schiavitù salariata, rispetta la formale uguaglianza e libertà degli individui per cui la gerarchizzazione sociale avviene apparentemente per merito o demerito dell’attore sociale, più o meno bravo e impegnato all’autorealizzazione. Il secondo tipo di schiavitù, quella classica, implica invece una gerarchia sociale non basata sulla performance, ma su presunti elementi naturali, culturali, sociali che collocano l’attore sociale in una posizione superiore od inferiore; una gerarchia sociale di natura (qui si può includere, in una forma più “morbida”, la forte discriminazione per es. dei meridionali al nord, degli italiani in Germania, degli irlandesi una volta, dei latini adesso negli Stati Uniti, ecc.). Perché fa comodo avere tutte e due le tipologie contemporaneamente? Cerchiamo di rispondere a questa domanda.

Il primo elemento utile in chiave conservatrice riguarda le prospettive di emancipazione dello schiavo (o del discriminato in genere). Qui la carta vincente è creare la convinzione che la subordinazione sociale sia dovuta meramente alla discriminazione e non ai meccanismi sociali di riproduzione. Se si riesce a inculcare questa idea, i discriminati lotteranno per diventare anche loro persone, per ottenere pari diritti, la qual cosa è certamente progressiva; tuttavia, una volta diventati persone non sono certo sottratti al meccanismo di sfruttamento del lavoro salariato che continua a sussistere e che sarà la loro nuova forma di schiavitù. Questo può provocare una reazione che chiamerei “frustrazione da successo”: il successo dell’emancipazione politica (riconosciuta personalità) non implica necessariamente un miglioramento delle condizioni di vita, della status sociale e via dicendo. Ciò può determinare una profonda frustrazione perché vanifica negli effetti pratici il successo storico epocale dell’emancipazione e può spingere a convincersi dell’assoluta inutilità della lotta sociale, nonché dell’impossibilità di un cambiamento che non sia formalistico.

È quindi una strategia di potere molto efficace combinare discriminazione e sfruttamento propriamente capitalistico. Dopo il drammatico esempio classico della rivoluzione industriale inglese, i capitalisti e le classi dirigenti di altre nazioni si sono fatti accorti ed hanno pensato a come evitare uno scontro fratricida puramente di classe: se sono inglesi contro inglesi è di per sé evidente che il conflitto sociale riguarda la configurazione socio-economica. Se invece si riesce a combinare la funzionalità di classe a una dinamica etnico-razziale, si maschera meglio il rapporto di classe. Avere non autoctoni, che magari immediatamente neppure godono della piena personalità giuridica sul territorio nazionale, permette di stigmatizzare la questione sociale non come dinamica funzionale della contrapposizione di classe del modo di produzione capitalistico, ma come problema dell’immigrazione, razziale, e via dicendo. Avere quindi gli schiavi salariati che sono pure nella stragrande maggioranza meridionali, latini, algerini, ecc. facilita la creazione di un blocco sociale conservatore dove gli autoctoni – pure sfruttati in quanto salariati – preferiscono stare dalla parte del capitale in cambio di un trattamento migliore e per maggiore affinità culturale, ecc. ecc. È, per farla breve, uno dei tanti modi di organizzare dall’alto la guerra tra poveri.

Si pensi così alla migrazione di decine di migliaia di polacchi verso la Ruhr nella seconda metà dell’ottocento a lavorare nelle miniere. Muovendosi come comunità essi conservano la propria lingua, tradizioni, costumi; isolati all’estero tendono anzi a rafforzarli in modo da essere ancor meglio stigmatizzati come “altri” dai locali di più lunga data. Ancora più facile se hanno la pelle di colore diverso: nelle rivolte del 1863 nella città di New York, capeggiate dagli irlandesi fino ad allora rappresentanti dell’ultimo gradino della gerarchia sociale, i manifestanti scelsero come obiettivo privilegiato gli afroamericani, accusati di accettare condizioni di lavoro ancora peggiori delle loro, massacrandone numerosi. Allo stesso modo in Germania i polacchi stagionali venivano utilizzati in caso di scioperi o per livellare il salario al ribasso, per rompere il fronte dei lavoratori. Invece di additare l’aguzzino capitalista e fare fronte comune, accade spesso di puntare il dito verso il più disgraziato di te, “colpevole” del dumping salariale. Gli italiani emigrati in Francia, Germania, Belgio, ecc. sanno bene di che cosa si tratta, come lo sanno i meridionali emigrati nella grandi fabbriche del nord durante e dopo il boom economico.

Sintetizzando, si ha quindi il miraggio dell’eguaglianza individuale come prospettiva rivoluzionaria migliorativa, che è effettivamente migliorativa, ma che fa ricadere nella schiavitù salariale del modo di produzione capitalistico. L’abbinamento della gerarchia naturale al funzionamento strutturale del modo di produzione capitalistico serve a scatenare una guerra tra poveri e pure a disunirli nella prospettiva del cambiamento sociale: alcuni si illuderanno che, diventando borghesi, la loro condizione cambierà e accetteranno così soluzioni di compromesso che non modificano la struttura sociale. Basti andare a vedere negli Stati Uniti, in Sudafrica ed altri paesi analoghi quanto questo tipo di emancipazione abbia cambiato alla radice le cose.

Per chiudere vorrei aggiungere al quadro un elemento caratteristico del capitalismo crepuscolare: una disoccupazione di massa non elastica che fa sì che l’offerta di lavoratori per una tipologia infinita di lavori sia eccedente. Abbinato a un aumento esponenziale della popolazione, ciò implica livelli salariali costantemente in ribasso e una pletora senza fine di lavoratori. La lotta non è più per un lavoro, ma per accaparrarsi le briciole che cadono dal tavolo e sopravvivere. Incanalare queste dinamiche sociali verso una spiegazione razzista, oltre a consentire di non cambiare la struttura economica, pone le premesse di una soluzione violenta estrema contro chi si trova nella posizione più svantaggiata. È una scelta profondamente stupida perché rimanda solo al futuro la propria caduta nella categoria da attaccare ed estirpare (basti pensare al caso italiano dove Salvini è diventato il nuovo eroe anche dei meridionali – che fino a ieri voleva bruciati dall’Etna e dal Vesuvio – nel fronte comune contro gli immigrati: ma fino a quando?). È una scelta suicida, perché tanto, prima o poi, gli altri siamo noi. Solo una diversa dinamica di riproduzione sociale può risolvere il problema – in teoria assurdo – dell’abbondanza (ce n’è per tutti) coesistente con la miseria di moltissimi.

07/09/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: huffingtonpost.it

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