La crescita del PIL nel primo trimestre (aprile-giugno) del 2020 rispetto al primo trimestre dello scorso anno è stata pari al -24%, secondo stime ufficiali preliminari. Ma la maggior parte degli esperti ritiene che perfino questa valutazione della contrazione causata dal lockdown sia sottostimata. Un ex-responsabile statistico indiano, Pronab Sen, ritiene infatti che la contrazione reale sia stata intorno al 32%. Altri indicano cifre ancor più elevate.

di Prabhat Patnaik* – peoplesdemocracy.in

Ma anche prendendo per buona la cifra ufficiale, meno 24 percento, la contrazione dell’economia indiana nel primo trimestre ha superato quella di qualsiasi altra grande economia mondiale. Ciò non sorprende, dato che in India anche il lockdown, la cui fase culminante ha coinciso esattamente con il primo trimestre, è stato il più draconiano nell’ambito delle principali economie. Non soltanto è stato annunciato con sole quattro ore di preavviso, ma ha implicato la chiusura di un segmento molto più ampio dell’economia. Naturalmente, anche questo lockdown draconiano ha avuto scarsi effetti sulla diffusione del coronavirus: il numero quotidiano di nuovi contagi da Covid-19 in India continua ad aumentare nonostante le misure di lockdown siano state allentate da tempo, mentre ha iniziato a diminuire in quasi tutti gli altri Paesi del mondo; ma questa è una questione distinta.

La caratteristica più saliente del lockdown è stata che le centinaia di migliaia di lavoratori che hanno perso il lavoro immediatamente, la maggior parte dei quali si sono messi in viaggio verso i loro villaggi d’origine a centinaia di chilometri di distanza, non hanno ricevuto alcuna assistenza da parte dello Stato. Diversamente da quanto avvenuto nella maggior parte degli altri Paesi, alla popolazione non sono stati versati sussidi universali in generi alimentari o in denaro. I 5 kg aggiuntivi di cereali a testa promessi a circa l’80% della popolazione sono arrivati soltanto a una frazione di essa, a causa della rigidità con cui le autorità hanno preteso le prove dell’identità di ciascuno; quanto a sussidi in denaro estesi a tutta o anche soltanto a gran parte della popolazione, non sono stati nemmeno promessi. Prevedibilmente, mentre in un’economia come quella statunitense è stato stanziato un pacchetto di aiuti pari al 10% del PIL, in Germania un pacchetto pari al 5% del PIL e in Giappone uno equivalente a una percentuale ancora maggiore, il pacchetto di aiuti annunciato in India in due fasi ha raggiunto soltanto l’1% circa del PIL, se si escludono le voci che di fatto rientravano già nel bilancio annuale presentato precedentemente (vedi People’s democracy, 24 maggio). L’India è stata dunque l’unico Paese ad annunciare un lockdown draconiano prestando nel contempo aiuti estremamente limitati alla popolazione in difficoltà.

Ciò ci conduce al nocciolo del problema. Il disastro dell’economia indiana consiste non in ciò che abbiamo appena vissuto, ma in ciò che ci attende.  Quando il lockdown viene allentato, devono ripristinare i risparmi esauriti o restituire i debiti che hanno contratto; perciò, se riescono a trovare lavoro dopo il lockdown, non consumano il loro intero reddito, ma soltanto una frazione di esso – una frazione inferiore a quella che consumerebbero in condizioni normali.

Per cogliere le implicazioni di tutto ciò, immaginiamo per un istante che, con l’allentamento del lockdown, l’occupazione e il reddito recuperino interamente i livelli precedenti il lockdown (cosa che in realtà non avviene mai, dal momento che gli investimenti impiegano sempre un certo tempo per riprendersi – ma lasciamo da parte questo aspetto, per il momento). Anche a questo livello di produzione, tuttavia, la domanda sarebbe inferiore rispetto a prima del lockdown, perché i lavoratori sarebbero costretti a ridurre i consumi per ripagare i debiti. Di conseguenza, si verificherebbe una crisi di sovrapproduzione, che da sola sarebbe sufficiente a causare una diminuzione del prodotto rispetto a prima del lockdown. In altre parole, pur essendo possibile una ripresa rispetto all’estrema contrazione del prodotto verificatasi durante il lockdown, tale ripresa non sarà sufficiente a riportare il prodotto ai livelli precedenti.

Coloro i quali parlano di «ripresa a V» o di «spiragli» di ripresa, quindi, confondono due elementi diversi: il primo è la ripresa dalla contrazione estrema del lockdown, il secondo è il recupero dei livelli precedenti il lockdown. La prima eventualità può effettivamente verificarsi, ma la seconda no, per le ragioni appena illustrate.

Contro la nostra argomentazione potrebbero essere citati due elementi mitiganti. Il primo è che durante il lockdown, dal momento che la gente non esce di casa, molte merci che in condizioni normali verrebbero acquistate rimangono invendute, e quindi, quando il lockdown viene allentato, la gente acquista più di quanto avrebbe fatto in condizioni normali, per sopperire a questa limitazione forzata della domanda. Questa argomentazione, tuttavia, non può negare gli effetti depressivi sulla domanda causati dalla necessità di ripristinare i risparmi o di ripagare i debiti a cui abbiamo fatto riferimento più sopra. Non avviene mai, infatti, che l’intera domanda venga semplicemente posticipata; in buona parte, la domanda rimandata è una domanda che va perduta. Se per esempio una persona posticipa l’acquisto di un’auto, di uno scooter o di giocattoli per i bambini durante il periodo in cui è confinata in casa, ciò non significa che acquisterà due scooter, due auto o due sacchi di giocattoli al termine della quarantena. Perciò, l’argomentazione che fa riferimento alla compressione della domanda è poco rilevante, e non tiene conto della tendenza alla sovrapproduzione provocata dalla necessità di ridurre i consumi per ripagare i debiti o ripristinare i risparmi.

Il secondo fattore mitigante fa riferimento al fatto che le scorte di magazzino, esauritesi durante il lockdown, devono essere ripristinate quando le misure di lockdown vengono allentate. Ciò crea una certa domanda aggiuntiva al termine del lockdown; ma anche questo è un elemento secondario, che non è sufficiente a controbilanciare la tendenza alla sovrapproduzione.

Ma non è tutto. Se il prodotto, per le ragioni appena esaminate, rimane per qualche tempo inferiore ai livelli precedenti il lockdown, allora anche gli investimenti si contraggono, poiché il livello di utilizzo della capacità esistente subisce una contrazione. Quando ciò si verifica, la domanda diminuisce ulteriormente, causando un’ulteriore contrazione del prodotto, della capacità di utilizzo e degli investimenti. Ciò innesca una spirale verso il basso che sospinge l’economia verso uno stato di semplice riproduzione a livelli molto inferiori rispetto a prima del lockdown, e quindi verso un’elevata disoccupazione.

Poiché la disoccupazione era già a livelli record prima del lockdown, se l’economia imboccasse una simile spirale verso il basso si verificherebbe un vero e proprio disastro. Per di più, in presenza di una simile spirale nell’economia reale, il settore finanziario si ritroverebbe sovraccarico di risorse non redditizie che lo porterebbero alla rovina. In assenza di un intervento statale, quindi, l’economia indiana è avviata verso la catastrofe.

Per prevenire un simile scenario, il governo deve intervenire nell’economia alimentando la domanda. Vi sono due modi per farlo. Uno consiste nell’aumentare la spesa pubblica, specie nel settore sanitario e in ambiti analoghi. Il soggetto più indicato per tale azione sono i governi dei singoli stati indiani, sui quali comunque ricade il fardello della spesa collegata alla pandemia. Il governo centrale deve mettere risorse a disposizione dei governi statali per consentire loro di sostenere le spese in campo sanitario e in altri ambiti analoghi.

L’altro modo in cui il governo può alimentare la domanda consiste nell’accrescere il potere d’acquisto delle persone. Le forze di sinistra e democratiche hanno chiesto l’attuazione immediata di un programma che metta 7500 rupie a disposizione di ogni famiglia di contribuenti che non pagano tasse sul reddito, in aggiunta al programma di distribuzione gratuita di cereali. Sinora il governo ha ignorato tale richiesta, ma ora deve mettere in atto questo tipo di programma.

Questa iniezione diretta di domanda dovrà essere inizialmente finanziata ampliando il deficit fiscale, soprattutto mediante prestiti da parte della Reserve Bank of India. Tali prestiti dovranno essere concessi allo stesso tasso PCT con il quale le banche sono autorizzate a ottenere prestiti dalla RBI. In seguito, quando l’economia si sarà in parte stabilizzata, il governo centrale potrà imporre una tassa patrimoniale ai super-ricchi, in modo da annullare le conseguenze del finanziamento del deficit sulla sperequazione della ricchezza.

Dunque, per evitare il disastro verso il quale è avviata l’economia indiana, è necessaria una massiccia iniezione di domanda da parte del governo, da attuare sia mediante stanziamenti diretti sia mediante spese dirette per beni e servizi. Per cominciare, il governo centrale deve cedere ai governi statali quanto deve loro sotto forma di compensazione per le imposte su beni e servizi. In tal modo, oltre a sostenere l’economia, farà fronte anche ai suoi obblighi costituzionali.

*Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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