La violenza non è mai la stessa. Si dice. Perché cambiano i tempi, quindi i contesti in cui la si esercita da un lato, la si subisce dall’altro. Perché, poi, cambiano gli attori che la praticano e quelli che invece di essere spettatori di un qualche scenario immaginario, sono invece i comprimari, coloro che entrano in scena appena un tonfa viene estratto, alzato e abbassato ripetutamente sui muscoli, sulle ossa di chi ne riceve i colpi.

La violenza non è sempre la stessa. Si dice. Perché, al pari dell’acqua di un fiume in cui due volte non ci si può bagnare, proprio perché scorre, anche la repressione muta col mutare del potere, degli Stati, dei governi, di coloro che dovrebbero rappresentare il cosiddetto “ordine pubblico” e, invece, finiscono con l’indossare insieme alla divisa anche la legittimità di esprimere tutto il loro odio con la forza, con la brutalità, con la ferocia tipica di un criminale.

E’ sempre la stessa violenza. Perché sono sempre gli esseri umani a farsene interpreti, ad adottarla come metodo di coercizione, di induzione all’ubbidienza, di sottomissione afasica, dove le uniche parole che ti escono quando prendi una manganellata sono grida, urla. Mezze sillabe, che non ti sono permesse. Se ti lamenti, altre botte. E magari pure sevizie. Perché sei un carcerato, un delinquente, uno che deve perdere tutta la dignità di essere umano oltre che di cittadino.

E non importa nemmeno poi tanto se sei dentro per aver spacciato un po’ di hashish o se hai sterminato la famiglia: quando si scatena la gragnola di calci, pugni, schiaffi, lì si realizza la vera tremenda “uguaglianza” agli occhi del giustiziere muscoloso, rambizzato. Nel branco, nella massa, nel gruppo. La repressione è avviluppante, non conosce soluzione di continuità tra tempo, luogo e persona che la mette in pratica.

Quando entrarono alle Scuole Diaz a Genova, vent’anni fa, mentre migliaia di giovani (e meno giovani) aspettavano di passare l’ultima notte per poi andare ai treni a Brignole e ripartire per il resto del mondo, le mani che impugnavano i manganelli diventarono tutt’uno con l’edificio. Si sospese ben più della democrazia: venne meno il tempo, si creò una bolla in cui tutto venne consentito, dove non esisteva nessun diritto, dove vigeva soltanto il dovere di essere alla mercé degli uomini che picchiavano, picchiavano e rompevano braccia, teste, gambe.

Mentre il sangue si spandeva sui pavimenti e sulle pareti, qualcuno pensava di sospendere anche la verità, di depistare la giustizia, mettendo due bottiglie molotov tra le “armi” trovate: pale, badili, picche e mazze che erano in uno sgabuzzino e che servivano ai muratori che facevano dei lavori durante il giorno.

Violenza su violenza: verbale, fisica, materiale, ideale, psicologica. Violenza contro tutto e tutti: in spregio alla Costituzione, allora come nei video mostrati in queste ore, per i quali il ministro Cartabia ha usato toni appropriati, denunciano un sistemismo che deve essere spezzato, una catena di comando che va smantellata. Perché la violenza del singolo è quella di una mela marcia. Ma se tu comperi un cesto 50 mele e tutte sono marce, allora c’è qualcosa che non va a monte e si torna dal venditore per chiedergliene conto.

Ogni volta si recitano frasi di prammatica, consuetudinarie, per cui l’ultimo abuso di potere scoperto deve anche essere l’ultimo: «Affiché non si ripetano atti del genere». Andrebbe fatta scrivere nella raccolta delle massime retoriche della Repubblica: sarebbe in compagnia di tanti bei paroloni, frasi altisonanti per decretare la sovranità popolare che si spezza sotto il colpo che taglia l’aria e subito dopo spezza le ossa delle zecche comuniste, dei black block o dei giovani fermati per strada, per un semplice controllo, finiti nelle mani dello Stato e poi all’obitorio.

Seguono anni di processi per rendere evidente ciò che, purtroppo, è già evidente: perché le ferite parlano, dai tempi degli antifascisti torturati dal regime fascista e dai nazisti a via Tasso a quelle di Franco Serantini, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva… L’elenco da fare sarebbe tristemente molto lungo.

Viene da chiedersi se davvero ciò rispecchi il Paese, quello reale, quello che si lascia sedurre dalla propaganda delle destre pur sapendolo; quello che si illude di trovare una soluzione nella ricerca di un nemico comune: dal migrante al rom, dallo spacciatore al Covid. Dalla personalità all’impersonalità di problemi endemici, per i quali non si vuole una soluzione netta, radicale e incontrovertibile, ma tanti piccoli riformismi che leniscano lievemente i malanni ma non siano, in fondo, delle vere e proprie cure.

Viene da chiedersi se le carceri, i metodi di polizia e di ordine pubblico davvero siano ciò che si merita questa Italia pandemica, dove aumenta vertiginosamente il costo dell’invivibilità, dove si sopravvive, dove si celebra la democrazia entro la cornice europea e poi si è circondati da sovranismi che negano i diritti fondamentali di ogni libero cittadino (libero, si intende, nella concezione liberal-liberista che lo permette…) e non ci si riconosce nella metà di una popolazione che magari non vede di così cattivo occhio le violenze perpetrate ai danni dei carcerati.

Metà di un popolo che plaude alle sbarre, alle galere, ad ogni prigione come simulacro della catarsi personale e collettiva nei confronti del reo, che va allontanto dalla società, espulso e gettato in pasto all’oblio. E’ un problema risolto: sempre e soltanto con la condanna. Anche quando è finita. Ladro sei stato e ladro rimani per tutta la vita, anche se il casellario giudiziario dice di no, nonostante la sua rigidità burocratica.

Se veramente il Paese si merita tutto questo, allora la democrazia repubblicana ha molto su cui interrogarsi.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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