diCHECCHINO ANTONINI

Addio a Hebe de Bonafini. La presidente delle Madri di Plaza de Mayo e storica attivista per i diritti umani è morta domenica all’età di 93 anni

“Il giorno in cui morirò fate una festa nella Plaza”. Le Madres della Plaza de Mayo hanno indetto una marcia giovedì prossimo – come tutti i giorni della settimana da quarant’anni – per rendere omaggio alla leader dei diritti umani e fondatrice dell’organizzazione.

Addio a Hebe de Bonafini. La presidente delle Madri di Plaza de Mayo e storica attivista per i diritti umani è morta domenica all’età di 93 anni. Appena appresa la notizia siamo andati a compulsare il sito di Pagina12, quotidiano della sinistra argentina che dà conto della dimensione della scomparsa per la società argentina. Si parla dell’accorato addio di Cristina Kirchner. Il governo ha decretato tre giorni di lutto nazionale. Si dice del sentito omaggio delle organizzazioni sociali. “Dio vi ha chiamato nel giorno della sovranità nazionale… non deve essere un caso. Semplicemente grazie e arrivederci”, ha ricordato Cristina Kirchner. E c’è anche una gallery suggestiva.

Ecco il testamento di Hebe:

Voglio essere ricordata come una madre che ha lottato per i 30.000 scomparsi, per 30.000 bambini, o forse molti di più, ma non sapremo mai il numero reale. Una donna comune che lava, stira e cucina.

Non sono una cosa fuori dal mondo. Soprattutto, non voglio che mi si faccia passare per una persona diversa da quella che sono. Per questo dico che il giorno della mia morte non dovrebbero piangermi, ma ballare, cantare, fare una festa in piazza. Perché ho fatto ciò che volevo, ho detto ciò che volevo e ho lottato con tutta me stessa per ciò che volevo.

«Sappiamo che il tempo non si ferma, ma non riusciamo a immaginare un mondo senza Madres. Come sarà vivere e militare senza Hebe? Come sarà dire desaparecido e non avere Hebe a reclamare per il suo sangue versato, per i suoi atti rivoluzionari, per una purezza che nessuno aveva ma che lei pretendeva anche quando non c’era?», scrive la giornalista femminista Marta Dillon, in un articolo dal titolo “Come sarà vivere e militare senza Hebe?”

Bonafini era stata dimessa dall’ospedale il 13 ottobre, dopo tre giorni di degenza all’Ospedale Italiano della città di La Plata per controlli medici. Ha continuato a sottoporsi a controlli medici per diverse settimane, fino a quando è stato deciso di ricoverarla nuovamente sabato 12 novembre, secondo quanto riferito da fonti ufficiali che hanno seguito da vicino la salute della leader dell’Associazione Madri di Plaza de Mayo.

Dalla scomparsa di due dei suoi figli durante l’ultima dittatura civile-militare “Hebe ha condiviso con le Madres un destino che le ha unite nella lotta contro l’impunità per i crimini del terrorismo di Stato, resistendo al silenzio e all’oblio”.

Era nata nel 1928 in un quartiere popolare della città di Ensenada, avrebbe compiuto 94 anni il 4 dicembre. Il 29 dicembre 1942, all’età di 14 anni, sposò Humberto Alfredo Bonafini, dal quale ebbe tre figli: Jorge Omar, Raúl Alfredo e María Alejandra.

L’8 febbraio 1977, durante l’ultima dittatura civile-militare, suo figlio Jorge Omar fu rapito e scomparve a La Plata. Il 6 dicembre dello stesso anno, la stessa cosa accadde a Raúl Alfredo, a Berazategui. Un anno dopo, il 25 maggio 1978, la dittatura militare rapì e fece sparire anche la nuora, María Elena Bugnone Cepeda, moglie di Jorge.

Nel 1979 è diventata presidente dell’Associazione Madri di Plaza de Mayo e da allora è stata riconosciuta come un’instancabile attivista per i diritti umani.

«Rimarrà per sempre in Plaza de Mayo, senza fare un passo indietro», ha scritto la sua organizzazione in un comunicato pubblicato sui suoi social network. «Su richiesta della stessa Hebe, le sue ceneri riposeranno in Plaza de Mayo… Ci hai insegnato a camminare, ora seguiremo le tue orme. #HebeEterna”, si legge nel post del gruppo che Bonafini guidava dal 1979. La famiglia, con un comunicato, spiega che «Sono momenti molto difficili e di profonda tristezza e comprendiamo l’amore della gente per Hebe, ma in questo momento come famiglia abbiamo la necessità di piangere la Madre di Plaza de Mayo, Hebe, in intimità, per cui da domani comunicheremo quali saranno i luoghi degli omaggi e dei ricordi».

Popoff l’ha incontrata la prima volta 25 anni, a Roma, nella sede dell’Agenzia Adista, sembrava fragilissima, con “le scarpe piene di piedi”, il foulard di riconoscimento delle madres. Una signora affatica, così sembrava, nel caldo del maggio romano. Era una forza della natura, instancabile e ci spiegò, una lezione formidabile, che le Madres come lei reclamavano il ritorno con vita, che rifiutavano ogni negoziazione con le istituzioni per eventuale risarcimento. Spiegò che i loro figli erano stati assassinati per la loro militanza e quindi sarebbero state loro a risollevare la bandiera dei loro ragazzi e ragazze desaparecidos nei voli della morte. Lo ha ripetuto, che i genitori e la nonna le hanno insegnato “il valore del lavoro”, mentre dai figli scomparsi ha imparato “cos’è la politica”.

La intercettammo al telefono – era in Italia, a Bologna, per la precisione – la sera che venne eletto Bergoglio. Ci parve scossa dall’elezione di un personaggio così lontano dalla teologia della liberazione, considerato vicino a Comunione e liberazione e, come ha scritto il giornalista Horacio Verbitsky, molto vicino ai colonnelli golpisti al punto da essere coinvolto nell’arresto di compagni di fede sospettati di simpatie sovversive. Nelle prossime ore leggeremo commenti più dirimenti.

Abbiamo tradotto uno stupendo ricordo scritto, per il quotidiano argentino da Sandra Russo.

La sua voce roca, sempre piena di parole indicibili, è stata per diversi decenni il suono che si sentiva in sottofondo, dove si trovano le verità scomode, quelle che nessun altro osa dire.

Quando tutto era confuso, abbiamo ascoltato la sua forza, abbiamo trasfuso il suo coraggio, abbiamo visualizzato l’obiettivo immanente delle sue rivendicazioni, ci siamo adagiati in grembo alla sua irriverenza, ci siamo nutriti della generosità della sua maternità.

Hebe ha ridefinito la maternità per tutte noi. L’ha socializzata, con la sua lotta l’ha trasformata in un grembo fluorescente in cui siamo entrati e da cui siamo usciti integri, temprati e allo stesso tempo rafforzati dal sangue che scorreva nelle sue vene. Hebe era l’opposto dell’indifferenza.

In questo Paese nessuno può parlare di ribellione senza riferirsi a lei. Nessuno, e chi lo fa è un bugiardo impertinente. Con il suo dolore per i due figli che le avevano mutilato, Ebe li lasciò sbocciare per reincarnarsi in migliaia di altri figli e figlie che ebbe nel corso della sua lunga vita, ma una vita di infinita potenza.

Nessuno ha potuto opporsi ai genocidi quando lei e i suoi compagni li hanno affrontati e non si sono tirati indietro. Nessuno ha gridato al potere, a qualsiasi potere, come lei. Era la scorrettezza politica fatta madre e la dedizione totale fatta donna. Non ha mai smesso di sognare e questo, oggi, è un’eredità accattivante e una persona che è venuta a mancare, che dobbiamo onorare.

Sognava nuovi progetti, mentre diversi dolori la chiamavano. Sognava di alleviarli e i suoi sogni erano condivisi. Per tutta la vita, da quando è diventata Hebe de Bonafini, è stata attaccata, e ferocemente. Oggi, tra le pareti dei “gorilla” (così in America del Sud chiamano fascisti, golpisti, anticomunisti, reazionari di destra, militaristi, ndt) si dice che “è una bella giornata” e si ride della sua morte.

Sono quelli che hanno celebrato il cancro e che recentemente si sono pentiti di non aver sparato. Sono gli stessi. Quelli che, a fronte di verità scomode, nuotano sempre nella menzogna alle spalle. Si sente già la voce di Hebe, che dice loro di andare all’inferno.

Dovremo recuperare quella voce. Dovremo continuare ad ascoltare la sua forza. Dovremo reinventarlo in noi stessi. Dovremo renderle omaggio con il nostro amore per i deboli. Dovremo collocare Hebe nel pantheon dei patrioti che si sono dedicati alla sua causa. Dovremo piangerti, Hebe, con i sogni nella nostra immaginazione, con l’indignazione nelle nostre labbra e con il vento contrario nelle nostre bandiere.

Porteremo la nostra tenerezza vicino alla nostra rabbia. Sei stata per noi la madre che ci ha fatto nascere in modo argentino. La vostra fiamma rimane accesa. Sogniamo la vittoria e la vinceremo.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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