Il rapporto «Operation Day Thirteen» sostiene che i disordini iraniani di questo gennaio non siano una protesta spontanea, ma il risultato di una strategia di cambio di regime guidata da Stati Uniti e Israele, fondata su sanzioni, guerra dell’informazione e operazioni clandestine.
L’interpretazione dei disordini di questo gennaio in Iran non si gioca solo nelle strade del Paese, ma anche nello spazio mediatico globale. Il rapporto Operation Day Thirteen raccoglie voci di analisti, giornalisti e accademici stranieri che leggono quelle proteste come parte di un progetto di cambio di regime guidato da Stati Uniti e Israele, articolato tra guerra cognitiva, operazioni segrete e sanzioni economiche di lunga durata.
Il documento afferma dunque che le rivolte di gennaio non sarebbero esplose in modo spontaneo e puramente endogeno, ma rientrerebbero in un “grande progetto di sicurezza – nei media e nelle strade – mirato a rovesciare il governo in Iran”. Gli autori parlano esplicitamente di “sedizione americano–sionista” che si richiama al precedente storico del colpo di Stato del 1953 contro il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadeq. A tal proposito viene citato anche il presidente serbo Aleksandar Vučić, secondo cui quanto accaduto in Iran riprodurrebbe “esattamente la stessa versione di ciò che avvenne 73 anni fa” con la cosiddetta Operazione Ajax.
Fin dalle prime pagine emerge l’idea di uno “svolgimento anormale” nella dinamica delle proteste, soprattutto sul piano digitale. Analizzando i dati relativi agli account che incitavano i disordini, Al Jazeera – citata dal rapporto – ha rilevato che la campagna online non nasceva in modo organico dall’interno dell’Iran, ma era guidata da reti estere, “principalmente account affiliati al Mossad”. Il documento sottolinea che il 94% dei contenuti analizzati (4.370 post) erano semplici retweet, con pochissima produzione originale, concentrata in meno di 170 account in grado però di raggiungere oltre 18 milioni di utenti. Questa macchina comunicativa costruiva narrazioni dicotomiche come “Il popolo contro il regime”, “Libertà contro Islam politico” e soprattutto “Iran contro Repubblica Islamica”, presentando gli sviluppi come un “momento di collasso” e spingendo apertamente verso un intervento straniero.
Uno dei fili conduttori del rapporto è la presenza diretta dei servizi di intelligence stranieri. A tal proposito, vengono citati attuali ed ex funzionari statunitensi e israeliani che hanno parlato con insolita franchezza del ruolo del Mossad nelle strade iraniane. L’ex agente CIA John Kiriakou, in particolare, sostiene che “agenti del Mossad si sono mescolati ai dimostranti”, vantandosi sulla stampa israeliana del proprio ruolo, e descrive tattiche concrete come l’incendio di camion e stazioni dei vigili del fuoco per favorire scene di caos incontrollato.
Accanto a queste testimonianze vengono ricordate le dichiarazioni di Mike Pompeo, ex capo della CIA e poi segretario di Stato, che in un messaggio su X ha apertamente celebrato la presenza di agenti del Mossad “accanto agli iraniani nelle strade”, e quelle del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, secondo il quale “il ruolo del Mossad nelle proteste iraniane è evidente” e lo stesso Israele non lo negherebbe. Nel rapporto viene inoltre richiamata la rivelazione del Wall Street Journal sull’“Iran Mission Center” creato dalla CIA nel 2017 con il compito esplicito di fomentare caos e disordini nel Paese.
Particolarmente significativa è la lettura dell’ex diplomatico e analista britannico Alastair Crooke, che parla di un livello di violenza “sorprendente” da parte di piccoli gruppi di insorgenti. Crooke descrive scene in cui squadre organizzate scelgono una persona isolata nella folla, la pestano fino a ucciderla mentre donne filmano e incitano, provocando l’arrivo delle forze di sicurezza e scontri a fuoco in cui a morire sono soprattutto civili. Per Crooke tutto avviene “secondo il manuale”: si attaccano autobus, moschee, biblioteche, banche e edifici pubblici per dimostrare che “il governo sta perdendo il controllo” e preparare così l’accettazione di un intervento militare straniero.
Il parallelo con il 1953 è esplicitato anche dall’ex colonnello statunitense Lawrence Wilkerson, che definisce i disordini una sorta di “colpo di Stato del 1953 sotto steroidi”, potenziato dall’uso di tecnologie moderne fornite da Stati Uniti e Israele. A suo giudizio, le proteste hanno senz’altro radici reali – inflazione alta, caro pane, difficoltà quotidiane – ma le sanzioni hanno giocato “un ruolo altrettanto importante”, se non addirittura principale, nel creare il contesto di esasperazione. Il tentativo di replicare il modello Kermit Roosevelt [1] in versione aggiornata, aggiunge Wilkerson, sarebbe però fallito, lasciando ora aperta l’incognita di quale sarà la prossima mossa.
Sul carattere di “operazione di cambio di regime” insiste anche l’economista Jeffrey Sachs, che parla di una guerra clandestina condotta da CIA e Mossad con un metodo collaudato: “Creare caos, portare la gente in strada, causare vittime e usare questo spazio interno per fomentare un colpo di Stato”, oppure “intervenire direttamente con il pretesto di proteggere la popolazione” se il colpo non riesce. Sachs definisce queste azioni “profondamente illegali e immorali”, ricordando le lunghe scie di violenza e destabilizzazione prodotte da interventi analoghi in Afghanistan e Iraq.
L’iranista Hamid Dabashi, intervistato da Al Jazeera, introduce un ulteriore livello: secondo lui “agenti del Mossad si nascondono tra i manifestanti nelle strade di Teheran” con l’obiettivo di stornare l’attenzione dal genocidio in corso a Gaza. Le bandiere israeliane apparse tra alcuni gruppi di protesta sarebbero un segnale eloquente. Dabashi invita a distinguere tra le legittime proteste per le difficoltà economiche e quelle “incitate da Israele per i propri obiettivi sinistri”, legate alla volontà di distogliere l’opinione pubblica internazionale dai crimini contro i palestinesi.
Un’analisi di ampio respiro è offerta dal politologo John Mearsheimer, che descrive un vero e proprio schema in quattro fasi per il cambio di regime. Primo passo: imporre sanzioni pesanti per “distruggere l’economia” e “far esplodere la rabbia sociale”, come già avvenuto in Venezuela e in Iran. Secondo: “incitare le proteste e gettare benzina sul fuoco”, mobilitando servizi segreti e reti mediatiche. A questo proposito Mearsheimer ricorda un articolo del Jerusalem Post che rivendicava il coinvolgimento del Mossad e segnala la presenza di decine di migliaia di terminali Starlink in Iran, che non sarebbero certo “caduti dal cielo”. Terzo passo è la grande campagna di disinformazione: da un lato si convince l’Occidente che si tratta di proteste puramente domestiche, dall’altro si trasmette agli iraniani il messaggio che “il regime è finito” e non può fermare l’onda rivoluzionaria. Il quarto stadio, conclude, prevede l’intervento militare statunitense e probabilmente israeliano contro infrastrutture e figure chiave, per assestare il colpo finale. Nel caso iraniano, osserva Mearsheimer, questa operazione “è fallita”.
La dimensione economico–finanziaria della destabilizzazione viene messa in luce dall’ex analista CIA Larry Johnson. Secondo lui, gli apparati statunitensi avrebbero orchestrato un piano per far crollare il valore del rial, sapendo che ciò avrebbe generato proteste diffuse. Richiama il precedente di George Soros contro la sterlina britannica e afferma che le agenzie di sicurezza, con il supporto del Tesoro USA, avrebbero replicato un’operazione simile in Iran. Johnson insiste anche sul ruolo chiave di Starlink: i terminali, acquistati dalle agenzie e distribuiti a gruppi ostili, avrebbero consentito il coordinamento delle azioni e la diffusione di immagini mirate, finché le contromisure elettroniche iraniane, con il contributo russo, non ne hanno neutralizzato l’uso. L’obiettivo finale – spingere Trump a un attacco militare una volta raggiunto il picco di violenza – non sarebbe stato raggiunto, motivo per cui il presidente avrebbe fatto marcia indietro.
Il rapporto dedica attenzione anche alla “banalizzazione delle operazioni di intelligence” da parte dei grandi media occidentali. Un esempio è un articolo del New York Times che attribuiva il superamento del “muro digitale” iraniano a una “scombinata rete di attivisti, sviluppatori ed ingegneri” che avrebbero contrabbandato migliaia di sistemi Starlink nel Paese, fino ad arrivare a circa 50.000 terminali nascosti sui tetti. Il giornalista Jeremy Loffredo ridicolizza questa narrazione, ricordando che dietro quella “rete improvvisata” c’è in realtà la National Endowment for Democracy, organismo legato alla CIA.
Diversi osservatori citati nel dossier sottolineano la comparsa di gruppi di uomini vestiti di nero, agili e organizzati, che appiccano incendi e sparano in modo indiscriminato. Un ex diplomatico ONU, Daniel Lambert, parla di “attori armati e mascherati che sparano indiscriminatamente, chiaramente ben addestrati”, mentre testimoni intervistati dal Financial Times raccontano gruppi che “sembravano commando”, capaci di colpire rapidamente e sparire. Per il giornalista Jimmy Dore, le “proteste iraniane” sarebbero “infiltrate da CIA e Mossad per generare violenza e trasformare l’Iran in uno Stato fallito, come Iraq, Libia, Siria o Ucraina”.
Il dossier dedica poi ampio spazio al ruolo delle organizzazioni di facciata, le ONG “democratiche” e i centri per i diritti umani che forniscono dati e narrazioni ai media occidentali. La giornalista Mnar Adley, di MintPress News, documenta i legami finanziari tra HRANA, principale fonte di cifre su morti e arresti, e la National Endowment for Democracy, definita “una fondazione creata dalla CIA per fare in modo occulto ciò che un tempo la CIA faceva apertamente”. Anche il Centro Abdorrahman Boroumand viene indicato come beneficiario di fondi NED. Secondo Adley, quando grandi media occidentali presentano queste ONG come fonti neutrali, in realtà contribuiscono a “costruire il consenso artificiale necessario al cambio di regime” attraverso numeri gonfiati e racconti unilaterali sulle violazioni dei diritti umani.
Sul piano discorsivo più ampio, Scott Ritter parla di una transizione dall’“iranofobia” a una vera e propria “contro–iranità”. L’opinione pubblica statunitense, sostiene, è stata “programmata a credere qualsiasi cosa di negativo su Teheran”, a partire dagli attentati di Beirut fino agli scontri in Iraq, senza mai riconoscere il contesto di invasioni e occupazioni occidentali. In questo quadro, basta “ripetere la stessa menzogna più e più volte” perché venga accettata come verità, mentre i media mainstream agiscono di fatto come “servitori dello Stato profondo”.
Il rapporto si chiude con la riflessione del colonnello Thorne, che parla di “cinque decenni di incomprensione”. Dopo 45 anni di sanzioni, minacce, assassinii mirati, cyberattacchi, guerre per procura e isolamento diplomatico, osserva, “la Repubblica Islamica è ancora in piedi e rifiuta di inginocchiarsi davanti alle richieste americane”. Questo dovrebbe indurre Washington a rivedere le proprie ipotesi di fondo: l’Iran non è un attore destinato a crollare per semplice pressione, ma una civiltà che ragiona “in termini di secoli e sopravvivenza” e interpreta il cambio di regime come una minaccia esistenziale. Le politiche di massima pressione, conclude Thorne, non hanno prodotto la resa, ma hanno consolidato una “mentalità da assedio”, aprendo il rischio di un conflitto globale fuori controllo.
Nel complesso, Operation Day Thirteen offre una lettura fortemente critica della narrazione dominante sulle proteste di gennaio in Iran, dimostrando come quei giorni abbiano rappresentato meno un moto spontaneo di rivolta e più l’ultima iterazione di una strategia pluridecennale di cambio di regime, in cui sanzioni economiche, operazioni clandestine, milizie armate, guerre informative e ONG legate agli apparati di sicurezza convergono nel tentativo di piegare un Paese che, finora, ha continuato a resistere.
NOTE
[1] Riferimento al manuale di cambio di regime usato dalla CIA nel colpo di Stato del 1953 in Iran, guidato appunto dall’agente Kermit Roosevelt Jr.
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Giulio Chinappi – World Politics Blog
