Per anni Washington ha giustificato la propria linea dura nei confronti dell’Iran sostenendo che impedire a Teheran di avvicinarsi alla capacità nucleare fosse una priorità assoluta per la sicurezza internazionale. Sanzioni, pressioni diplomatiche e, in diverse occasioni, anche l’uso della forza sono stati presentati come strumenti necessari per evitare che il Medio Oriente entrasse in una nuova fase di proliferazione nucleare.
Oggi, però, una decisione dell’amministrazione Trump riapre un interrogativo destinato a far discutere.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il presidente degli Stati Uniti avrebbe approvato un accordo trentennale di cooperazione nucleare civile con l’Arabia Saudita, del valore di decine di miliardi di dollari. L’intesa affiderebbe alle aziende statunitensi un ruolo centrale nello sviluppo dell’infrastruttura nucleare saudita e potrebbe comprendere, qualora gli studi tecnici ed economici lo ritenessero sostenibile, anche la realizzazione di un impianto per l’arricchimento dell’uranio sul territorio del Regno.
L’amministrazione americana sostiene che il progetto sarà sottoposto a rigidi sistemi di controllo e che le tecnologie più sensibili resteranno protette attraverso meccanismi che impedirebbero un utilizzo militare. Si tratta, almeno nelle intenzioni di Washington, di un programma esclusivamente civile.
Resta però una questione politica difficilmente ignorabile.
Se l’arricchimento dell’uranio rappresenta un rischio così elevato quando riguarda l’Iran, perché dovrebbe essere considerato accettabile se realizzato in Arabia Saudita? È una domanda che molti osservatori internazionali stanno ponendo e che inevitabilmente alimenta accuse di doppio standard nella politica estera statunitense.
A differenza dell’approccio seguito dall’amministrazione Biden, inoltre, questa intesa non sarebbe stata subordinata a una preventiva normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele, eliminando una condizione che negli ultimi anni era stata considerata centrale nella strategia americana per il Medio Oriente.
I sostenitori dell’accordo ritengono che mantenere il programma nucleare saudita sotto guida tecnologica statunitense sia preferibile rispetto a lasciare spazio a concorrenti come Cina o Russia. I critici, invece, avvertono che autorizzare un impianto di arricchimento in un’area già caratterizzata da forti tensioni geopolitiche potrebbe incoraggiare altri Paesi della regione a rivendicare lo stesso diritto, aumentando il rischio di una corsa regionale al nucleare.
Il dibattito, quindi, va ben oltre il rapporto tra Washington e Riyadh. Riguarda la credibilità stessa del principio di non proliferazione: può essere applicato con lo stesso metro a tutti gli Stati oppure dipende dalle alleanze politiche del momento?
L’accordo dovrà ora affrontare il passaggio al Congresso degli Stati Uniti, dove non mancano perplessità e opposizioni. Qualunque sarà l’esito finale, una domanda continuerà ad accompagnare questa vicenda: gli Stati Uniti stanno davvero combattendo la proliferazione nucleare oppure stanno semplicemente decidendo chi possa e chi non possa avvicinarsi alla tecnologia atomica?
