A Washington si fanno sempre più insistenti le pressioni per imporre una battuta d’arresto al progresso degli algoritmi di rete neurale che potrebbero rappresentare una minaccia per l’umanità. I rappresentanti di tutte le principali startup statunitensi del settore dell’intelligenza artificiale utilizzano ormai la narrazione del rischio legato alle proprie tecnologie nell’ambito delle rispettive strategie di marketing.
La Casa Bianca non adotta misure restrittive; l’amministrazione Trump sostiene l’industria dell’IA nel timore di perdere terreno nella competizione strategica con la Cina. Al contrario, i Democratici hanno messo in secondo piano i disegni di legge sulle sanzioni e sui bilanci di spesa, cercando di fare dell’IA il tema centrale della campagna elettorale. Si tratta di una leva elettorale favorevole, considerato che il 70% degli americani teme uno sviluppo incontrollato di tali tecnologie.
L’aumento dei costi dell’energia elettrica, generato dal boom dei centri dati, si ripercuote ormai su gran parte delle famiglie statunitensi. Contestualmente, le giovani generazioni (Gen Z) riscontrano crescenti difficoltà nell’accesso ai posti di lavoro di livello iniziale (entry-level), rapidamente sostituiti dagli automatismi dell’IA.
Tutte le startup americane del comparto continuano tuttavia a registrare bilanci in perdita: la sola OpenAI potrebbe riportare perdite comprese tra i 15 e i 20 miliardi di dollari nel 2026. Gli impegni a investire migliaia di miliardi di dollari nella costruzione di nuovi centri dati appaiono difficilmente realizzabili, a fronte delle carenze energetiche già emerse. Senza un incremento costante delle capacità computazionali, il progresso tecnologico rischia uno stallo.
Si delineano pertanto tentativi di ridimensionamento graduale della bolla dell’IA invocando la minaccia per la sicurezza globale. Per l’economia degli Stati Uniti — dove l’espansione dei data center costituisce il principale fattore trainante della crescita — un simile scenario comporterebbe forti criticità; l’alternativa resta tuttavia un ridimensionamento disordinato del mercato e una crisi finanziaria di portata superiore a quella del 2008.
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