Luglio 6, 2020

AFV

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L’importanza di una scelta

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“Mi sembra che nel ’38 tu avessi solo due scelte: o eri fascista e conquistavi il mondo o eri comunista e lo salvavi.”

Non so se Joy Davidman, la poetessa e scrittrice nata a New York nel 1915, abbia davvero detto questa frase a C.S. Lewis – come è raccontato nel film Viaggio in Inghilterra – ma è sostanzialmente vero. Certamente per lei è stato cosi. Forse adesso quella scelta può sembrarci facile. E perfino scontata. Ma in quel tempo evidentemente non era così.
Se alla fine degli anni Trenta, dopo aver pagato cinquanta centesimi, attraversavi il portone rosso del Village Vanguard, al 178 della Settima Avenue South, appena sotto l’Undicesima strada, ed entravi in quella piccola e fumosa sala triangolare – infatti il precedente proprietario aveva chiamato il suo locale The Golden Triangle – sapevi subito da parte del mondo stavi. Intanto perché eri proprio in mezzo al Village e poi perché alle pareti c’erano quadri e manifesti che sostenevano la causa della Repubblica spagnola. Perché, sempre grazie a quei cinquanta centesimi, potevi ascoltare Maxwell Bodenheim – il “re dei Village Bohemians”, il cui omicidio è stato uno scandalo nell’America puritana degli anni Cinquanta – o Harry Kemp, il “poeta vagabondo”, leggere le loro poesie o ascoltare Huddie William Ledbetter – che però tutti chiamavano Lead Belly, piancia di piombo, un soprannome che gli hanno dato i suoi compagni in carcere – suonare la chitarra a dodici corde. Tutti gli “irregolari” del Village si trovavano in quel club aperto il 22 febbraio 1935 da Max Gordon. E poi si suonava jazz, e bianchi e neri sedevano insieme, sopra e sotto il palco, in maniera scandalosa per l’America di quegli anni. E, sempre per quei cinquanta centesimi, potevi ascoltare anche The Revuers, un quintetto formato da due ragazze e tre ragazzi, tutti di New York, e tutti di famiglie ebraiche arrivate dall’Europa centrale e orientale, che cantavano e facevano cabaret.
In quel quintetto ci sono anche Adolph Green, nato nel 1914 nel Bronx – lo riconosci subito con quelle orecchie a sventola e i denti da castoro – e Basya Cohen, una ragazza dall’aria sofisticata, nata a Brooklyn nel 1917, che si fa chiamare Betty Comden. Green ha un coinquilino, è l’unico in questa storia a non essere di New York. È nato nel 1918 a Lawrence, nel Massachusetts, ma anche lui è figlio di due ebrei ucraini emigrati anni prima in America; ha studiato pianoforte e composizione ad Harvard. Mentre tira avanti trascrivendo musica e componendo arrangiamenti, Leonard Bernstein si diverte a suonare il piano al Village Vanguard, accompagnando i suoi amici Revuers. Un bello spettacolo per soli cinquanta centesimi. Adolph e Betty sono due bravi cantanti, due discreti attori, ma si rendono presto conto che non riusciranno a sfondare: lui con quella faccia al massimo può fare qualche ruolo da caratterista e lei non ha proprio il fisico da pin-up. Però sanno scrivere, e quando lo fanno insieme hanno un’incredibile capacità di inventare libretti, sceneggiature e testi di canzoni: nasce così la “ditta” Comden e Green, che per quasi sessant’anni sforna successi per Broadway e Hollywood.Alla fine del 1944 debutta il loro primo musical, intitolato On the town, con le musiche dell’amico Leonard, che qualche anno prima è nominato direttore assistente della Filarmonica di New York ed è diventato noto quando in un concerto alla Carnegie Hall ha dovuto sostituire Bruno Walter, il grande direttore che ha scelto l’America perché non può più esibirsi nella Germania nazista.On the town è la storia di tre marinai che, prima di partire per l’Europa dove dovranno combattere i fascisti, hanno una licenza di un giorno a New York e in quelle ventiquattro ore fanno di tutto per trovare una ragazza. Qualche anno dopo, quando Comden e Green saranno sbarcati a Hollywood, quel musical diventerà il film che noi conosciamo con il titolo Un giorno a New York, con Gene Kelly, Frank Sinatra e Jules Munshin nella parte dei tre marinai. Quella produzione di Broadway viene ricordata anche perché nel cast ci sono sei neri e la protagonista femminile è la ballerina di origine giapponese Sono Osato. Anche Adolph e Betty recitano in quella produzione: sono il marinaio Ozzie e la sua “innamorata” Claire. Nonostante il successo, sarà però l’ultima volta che lo faranno. La loro carriera è ormai un’altra.Peraltro Adolph e Betty non saranno mai una coppia, anche se nella sceneggiatura di The Band wagon – un altro dei loro grandi successi, del 1953, che noi conosciamo con il titolo Spettacolo di varietà, diretto da Vincente Minnelli e interpretato da un grandissimo Fred Astaire – i due autori dello spettacolo, Lester e Lily, che Adolph e Betty hanno creato su di loro, sono sposati.Comunque ad Hollywood due sceneggiatori di New York sono un investimento sicuro: non sbagliano un film. Il loro grande successo è la sceneggiatura di Singin’ in the rain del 1952, il capolavoro di Gene Kelly e Stanley Donen. Nel 1939 anche Joy Davidman è stata a Hollywood, sei mesi a scrivere sceneggiature, sotto contratto con la Metro: ne ha completate almeno quattro, ma nessuna è stata giudicata “utilizzabile” dagli studios.
Ma cerchiamo di non divagare troppo, torniamo al Village Vanguard nel 1938. La “stella” dei Revuers è Judith Tuvim, una ragazza nata nel 1921 nel Queens che ha scelto come nome d’arte Judy Holliday. A Judith piace cantare, glielo ha insegnato la madre che suona il piano, e sogna di entrare nel mondo dello spettacolo, ma all’inizio è solo la centralinista del Mercury, il teatro che Orson Welles e John Houseman hanno aperto con non poche difficoltà al 110 West della 41esima Strada.I due hanno già sfidato il sistema mettendo in scena negli anni precedenti una produzione con solo attori neri di Shakespeare, il Voodoo Macbeth, e soprattutto il musical The Cradle will rock, scritto da Marc Blitzstein, un compositore e un autore di canzoni, che ama molto le opere di Brecht e ne condivide le idee. E che è amico di Bernstein. Quando, visto il tenore del libretto, il Federal theatre project ritira il proprio sostegno finanziario all’opera, non è più possibile mettere in scena il dramma e così il 16 giugno 1937 Blitzstein, Welles e la compagnia occupano un teatro e lo rappresentano comunque, senza scene e costumi, con il solo Blitzstein che, al pianoforte, sostituisce l’intera orchestra. Welles e Houseman sanno decisamente da che parte stare. La prima produzione del Mercury è una versione del Giulio Cesare di Shakespeare ambientata nell’Italia fascista: il personaggio del titolo viene caratterizzato come Mussolini e Welles tiene per sé la parte di Bruto.Ma torniamo a Judy. Nel ’44 i Revuers non ci sono più e così lei va a Hollywood, dove ottiene una piccola parte in un film di Geoge Cukor. Poi torna a Broadway, ma la sua carriera non sembra riuscire ad avere una svolta. Fino al 1946, grazie alla paura del palcoscenico di Jean Arthur. Jean è l’attrice preferita di Frank Capra, una sorta di versione femminile di James Stewart, è stata anche una delle quattro a essere in lizza per la parte di Scarlet in Via col vento, è una celebrità e quando Garson Kanin – che è a nato a Rochester, nello stato di New York nel 1912 – vuole mettere in scena la sua commedia Born yesterday, pensa subito a lei, ma Jean ha violente crisi di panico, vomita in camerino, ed è costretta a lasciare. E così, inaspettatamente, viene chiamata Judy.La storia la conoscete, grazie al film Nata ieri, diretto da George Cukor nel 1950. O forse per il remake del 1993, a uso e consumo della coppia Melanie Griffith e Don Johnson. Harry Brock è un uomo d’affari rozzo e ignorante che porta la sua amichetta Billie Dawn a Washington. Dal momento che l’ingenua ignoranza di Billie rischia di diventare un problema, Brock assume un giornalista, Paul Verrall, che deve educare la ragazza. Ma Billie, che non è così stupida come sembra, non solo impara in fretta le cose che le vengono spiegate da Paul, ma soprattutto capisce quanto Harry e i suoi amici politici siano corrotti e riesce a smascherare tutti i loro piani. Judy è perfetta a interpretare Billie, per il sorriso smagliante, per i grandi occhi ingenui, per quell’aria da stupida e per la vocina querula, che nel doppiaggio italiano è resa alla perfezione dalla grandissima Rina Morelli. Quello spettacolo è un successo incredibile: 1.642 repliche, dal 4 febbraio 1946 al 31 dicembre del ’49. Come avviene sempre in questi casi gli studios vogliono sfruttare il successo, ma non vogliono rischiare con un’attrice sconosciuta. Sembra che perfino Kanin tenti di boicottarla, accordandosi con Spencer Tracy affinché Judy abbia una parte importante nel film La costola di Adamo, pur di non farle fare Nata ieri. Però Cukor conosce Judy e la Columbia decide di tentare. Anche il film è un successo al botteghino. E Judy Holliday vince l’Oscar come miglior attrice, battendo Gloria Swanson, nominata per Viale del tramonto, Bette Davis e Anne Baxter, entrambe per Eva conttro Eva. È nata una nuova stella.Judy però non vuole rimanere nella parte della stupida che Hollywood le sta cucendo addosso. Interpreta qualche altro film, non memorabile, ma vuole tornare a Broadway. Comden e Green, i suoi vecchi amici del Village, e il compositore inglese Jule Styne hanno scritto un musical che è perfetto per Judy, Bells are ringing, la storia di una centralinista che cambia voce e identità per i suoi clienti, imparandoli a conoscere e anche a innamorarsi di uno di loro, pur non avendoli mai visti, ma solo attraverso la loro voce. È una divertente commedia degli equivoci, scritta con la solita verve dai due autori. Nel 1957 Judy vince il Tony per la sua interpretazione e quando Hollywood decide che il musical diventerà un film diretto da Vincente Minnelli – in Italia lo conosciamo con il brutto titolo Susanna agenzia squillo – non ci sono dubbi che lei debba esserne la protagonista. È purtroppo il suo ultimo film: nel 1965, due settimane prima di festeggiare i quarantaquattro anni, Judy Holliday muore a causa di un tumore al seno.
Judy ha vinto un Oscar, è una stella, ma è pur sempre la ragazza che cantava al Village Vangard, accompagnata al piano da quel sovversivo di Bernstein e con alle spalle i manifesti con la scritta ¡No pasarán!, è una che alla fine degli anni Trenta ha scelto da che parte stare. E poi è una donna intelligente, una che pensa con la sua testa. E così il suo nome è nella “lista nera” e nel ’51 viene convocata dalla sottocommissione del Senato che indaga sulle infiltrazioni dei comunisti nel mondo dello spettacolo. È la “caccia alle streghe”: vogliono le ammissioni e soprattutto vogliono i nomi di tutti gli altri. Molti si salveranno solo denunciando altri, magari mentendo. Lei viene convocata a Washington, ma Judy decide che di fronte a quei parrucconi bigotti del Senato non andrà lei, andrà Billie Dawn, la più famosa oca di Hollywood. È uno spasso vedere Billie che si prende gioco della sottocommissione; e Judy viene assolta e nessuno avrà più il coraggio di chiamarla a deporre. Qualche sua amica la critica per questa decisione: avrebbe dovuto battersi con la forza della sua intelligenza, ma Judy difende la sua scelta, perché non ha fatto nomi. E poi che forza quello sberleffo di una donna di fronte a quegli uomini che si sentono così tronfi.
Nel 1956 Leonard Berstein è ormai uno dei più importanti direttori d’orchestra del mondo. Nel ’53 è stato il primo americano a dirigere alla Scala. In quell’anno decide di mettere in scena un’operetta basata sul Candide di Voltaire, perché neppure quello in cui stanno vivendo è “il migliore dei mondi possibili”. La drammaturga comunista Lillian Hellman scrive il libretto, che però non riesce a rendere l’ironia volterriana né a reggere la forza della musica di Bernstein. L’opera subirà nel corso degli anni diversi rimaneggiamenti, ma finalmente il 13 dicembre 1989 Bernstein ci consegna, a meno di un anno dalla morte, la versione che oggi possiamo considerare definitiva. Lo stesso Maestro dirige la London Symphony Orchestra. Per interpretare Candido e Cunegonda chiama due cantanti d’opera molto noti, Jerry Hadley e June Anderson, ma per la parte del narratore e del dottor Pangloss vuole il suo vecchio coinquilino, che ritorna così, per l’ultima volta, sulle scene. Quella sera non hanno pagato cinquanta centesimi per sentire cantare Adolph Green e suonare Leonard Bernstein. Judy Holliday sarebbe stata perfetta nella parte della Vecchia Signora. Quando quel personaggio canta, con innegabile ironia I’m easily assimilated, Leonard e Adolph devono aver pensato, almeno per un attimo, alla loro amica del Village Vanguard.
Quando andate a New York, su un marciapiede della 41esima strada c’è una targa, voluta dalla New York Public Library, è una citazione di Nata ieri, leggetela e pensate a Judy.

“Voglio che tutti siano intelligenti. Più intelligenti che possono essere. Un mondo di persone ignoranti è troppo pericoloso per viverci.”

se avete tempo e voglia, qui trovate quello che scrivo…